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Buoni propositi 2014 – double lp edition

 

Ma Satana!
Era veramente da una vita che non aggiornavo sto cazzo di blog. Vorrei poter dire che il motivo è che ho fatto i soldi e ho comprato una villa nell’unica isola dei Caraibi in cui non fa caldo d’estate e in inverno nevica, ma la verità è che, molto banalmente, mi sto laureando, e la tripletta tesi + ultimi esami + burocrazia varia mi toglie il poco tempo libero che non è già dedicato alla vita sociale, alla musica, alle serie tv, al cazzeggio su internet e alla contemplazione dell’inutilità dell’esistenza umana.
Fatta questa doverosa premessa, è pur sempre l’inizio di gennaio, periodo che da sempre, secondo le tradizioni dell’oblast di Crescenzago, è dedicato alle fantasie suicidarie davanti alla bilancia e ai BUONI PROPOSITI! Ma prima, come prescrive il Rito, è d’obbligo almeno una riflessione sintetica sull’anno appena concluso.
Dovendo descrivere il 2013 con una sola parola, sceglierei “futile”. Non è stato un brutto anno, non ho particolarmente sofferto com’è accaduto nel 2011 (e peggio ancora nel 2008); il problema è che non è stato nemmeno un anno significativo in senso positivo. È stato un anno… boh. Un anno neutro.
Volendo essere più precisi, è stato un anno in cui il divario tra le cosiddette “piccole cose” e le questioni davvero importanti si è fatto molto più netto rispetto al passato, davvero a due velocità. Un sacco di obiettivi che inseguivo da tempo, o che mi ero prefissato di recente, sono diventati realtà: nel 2013 per la prima volta ho completato con un successo una dieta, ho organizzato una vacanza interamente in autonomia, ho superato il blocco della guida a Como che mi portavo dietro da sempre (oh, non chiedetemi perchè proprio Como e non altri posti, non so cosa dirvi… mi ha sempre angosciato, mentre adesso non dico che sia diventata routine, ma non mi crea più problemi). Ho passato tanti bei momenti in compagnia, conosciuto nuove fantastiche persone, attraversato anche qualche screzio (siamo esseri umani d’altronde), ma nulla di irrisolvibile.
Dal punto di vista musicale – e se mi conoscete davvero sapete quanto è importante la musica nella mia vita e nel giudizio che do a fine anno – davvero non posso lamentarmi: la qualità delle uscite discografiche è stata altissima, ben oltre le mie aspettative, e i concerti mi hanno regalato parecchie soddisfazioni, colmando anche alcuni spazi vuoti che duravano da fin troppo tempo (cito tra tutti Area ed Elio E Le Storie Tese). Ricorderò questo 2013 anche come l’anno in cui, dopo un’attesa di SEDICI ANNI, ho potuto leggere i capitoli finali di Evangelion, l’anno in cui ho scoperto, divorato e amato alla follia Breaking Bad, l’anno in cui la nascita di siti come Teetee.eu ha riempito il mio armadio di deliziose magliette nerd.
Fin qui, tutto bene, no? Già, peccato che tutti questi traguardi, conquiste e liete circostanze, a un’analisi più approfondita, si rivelino per ciò che sono realmente: futilità. Momenti piacevoli che ti migliorano l’umore per qualche giorno, ma a lungo andare non riescono a dare una svolta alla tua vita, a lasciare un segno duraturo nel tempo. È vero che, a questo punto del 2013, scrivevo che c’era una “bad moon on the rise”: nel pensarlo avevo in mente una situazione ben definita che grazie agli dei non si è verificata. Resta il fatto che, sotto la voce “avvenimenti importanti”, il bilancio di fine anno risulta vuoto come la scatola cranica di Flavia Vento. Il 2013 è stato per caso l’anno in cui ho avuto una qualche sorta di illuminazione su cosa fare della mia vita dopo la laurea, in quale ambito lavorativo muovermi, in quale città/nazione immaginare di costruire il mio futuro? No. È stato l’anno in cui ho imparato qualcosa di fondamentale, che cambierà il modo in cui vedrò il mondo d’ora in avanti, o che si distinguerà dalle migliaia di cose genericamente importanti che ho imparato in passato e presumbilmente imparerò negli anni a venire? Nope. È stato l’anno in cui ho ottenuto l’indipendenza economica, o almeno fatto passi decisivi in quella direzione? Nein. È stato l’anno in cui ho incontrato una persona speciale, con la quale l’intesa e i sentimenti sono abbastanza forti da pensare di costruire, se non un progetto di vita insieme, almeno una relazione duratura? Manco per il cazzo. In poche parole, la mia vita a grandi linee è esattamente com’era il 3 gennaio 2013. Nulla di nuovo sul fronte occidentale. E il fatto che non sia accaduto nulla di drammatico che mi porti a qualificare quest’anno come un anno di merda è una ben misera consolazione.

 

Ma per fortuna, non di sole grandi imprese vive l’Uomo, ma anche di sane cazzate! Nell’arduo tentativo prog di non ripetermi e trovare nuove tipologie di sfide stupide e inutili, un anno fa i buoni propositi sono stati sintetizzati in sei prove da superare e sei circostanze da evitare come la peste o la registrazione di WinRAR: vediamo com’è andata.

 

 

LATO A – TO DO

1. Imparare il russo a livello “inizio elementari”: sono ben lontano purtroppo. Gli impegni intra ed extra-universitari non devono valere come alibi: potevo e dovevo fare di più. Fail
2. Vendere i libri di testo della triennale che non mi servono più: io ce l’ho messa tutta; purtroppo i libri di Psicologia passano da “novità imperdibili” a “reperti archeologici” nel giro di 3-4 anni. Comunque un po’ di grana l’ho tirata su, lo scopo era quello. Archiviato
3. Osservare il panorama della pianura ungherese dal castello di Eger:
 

 
Figata. Archiviato
4. Comprare un fottuto aggeggio audio per ascoltare degnamente i cd: il mio Aiwa usato non sarà l’impianto migliore del mondo, ma vale tutti i – pochi – euro con cui l’ho pagato. E con le cuffie Sennheiser che mi hanno regalato i comaschi per il compleanno, il risultato è più che soddisfacente. Archiviato
5. Leggere un libro di Asimov in lingua originale: libri interi su internet non ne ho trovati; ho trovato “Notturno”, che è un racconto, ma comunque non l’ho letto. Fail
6. Provare una nuova cucina etnica: la cucina ungherese l’avevo già assaggiata, ma a Budapest mi sono tolto lo sfizio di cenare in un ristorante NEPALESE: riso a tonnellate, spezie e carne di cui non ho capito la provenienza, ma era buona. Mi hanno anche offerto la grappa a fine pasto. Archiviato

 

LATO B – NOT TO DO

1. Votare Berlusconi alle prossime elezioni: proposito bonus… peccato che per milioni di miei connazionali sia ancora un’opzione valida. Evitato
2. Non aggiornare per più di tre settimane il backup del disco fisso: ok, a pensarci a posteriori era davvero una misura precauzionale estrema… ma con i buoni propositi devo fare il severo censore e dire Beccato
3. Combinare danni partecipando a una rivolta di piazza a Budapest: in realtà, nè nella capitale nè nelle altre città che ho visitato mi sono imbattuto in rivolte o proteste di qualunque tipo. Meglio così, francamente. Evitato
4. Trollare in modo esagerato amici e conoscenti cattolici: sono stato fin troppo bravo, altrochè! Il risultato è che non tutti hanno afferrato pienamente la pienezza della mia antireligiosità, e qualcuno pensa di potermi convertire. Comunque Evitato
5. Continuare a ignorare tutti i controlli medici che da anni devo effettuare: non li ho fatti tutti a dire il vero, ma i più importanti sì, e hanno dato esito positivo. Evitato
6. Distruggermi emotivamente come 5 anni fa: lo confesso, il rischio c’è stato. Ma rispetto ad allora sono sicuramente più maturo e meno fragile… e in 5 anni di studi ho imparato anche a comprendere e controllare meglio i miei processi cognitivi e affettivi; morale della favola, ne sono uscito senza troppi danni. Evitato

 

 

Risultato: 9 su 12, quindi il voto è 7,5. È stato davvero un anno da 7,5? Così su due piedi (ma anche se ne avessi quattro), mi verrebbe da rispondere no, troppa poca carne al fuoco e gli antipastini non bastano. Però pensavo peggio.
E per il 2014? Se prog deve essere, allora direi che è giunto il tempo di qualcosa di atrocemente prolisso e inaccessibile, a cui guardare nel tempo con imbarazzo e perplessità, qualcosa alla “Tales From Topographic Oceans” degli Yes: squillino dunque i mellotron per il DOPPIO VINILE dei buoni propositi! Un tema per facciata:

 

 

SIDE A: METACOGNIZIONE/RAPPORTI UMANI

– limitare il disagio in presenza di estranei
– prendere più iniziativa dei contesti sociali
– dare meno importanza ai giudizi altrui su di me
– essere più flessibile nelle mie abitudini
– non parlare di cose riservate con persone che riservate non sono

 

SIDE B: UPGRADE

– Comprare un borsalino
– Comprare una felpa dei Maiden
– Procurarmi delle casse decenti per il pc
– Comprare una confezione di sigari
– Scaricare un programma per montare video musicali e imparare a usarlo

 

SIDE C: INTELLETTUALATE

– Leggere almeno 5 libri di fantascienza (sottinteso “che non ho già letto”)
– Leggere l’Edda di Snorri e l’Edda poetica
– Andare in un museo che non ho mai visto
– Assistere a un concerto jazz al Blue Note
– Imparare i rudimenti di russo che avrei dovuto imparare l’anno scorso

 

SIDE D: N.A.S. (non altrimenti specificato)

– andare alla prossima edizione del Lucca Comics
– fare un festival metal all’estero
– lavorare almeno 3 mesi
– riprendere a fare nuoto
– bere birra (proposito bonus)

 

 

C’è tutto e anche di più, compresi propositi vaghi e difficili da valutare, e obiettivi che sono certo prima ancora di scriverli che non realizzerò MAI. Lo scopo era incasinare volutamente tutto: sono stanco di arrivare a gennaio e ritrovarmi con una lista che dice che è stata una figata di anno, quando so che non è andata così.
È tempo di invertire la tendenza.
Nel dubbio, long live Rock ‘n Roll.

 

Make love, not Warcraft

 

Ebbene sì.
Dopo tanto tempo, ritorna l’esclusiva rubrica “Gli scleri dell’Antidio”. L’occasione stavolta è molto particolare, perchè prenderò le difese di qualcosa che non mi sta particolarmente a cuore, anzi, spesso mi ha lasciato perplesso in diverse sue forme: il genere letterario fantasy (o meglio, la sua trasposizione cinematografico-televisiva).
Oggetto del contendere, un articolo sull’ultimo numero di Sette, magazine settimanale del Corriere della Sera, all’interno delle pagine dedicate al palinsesto tv. L’autrice è tale Arnalda Canali, mai sentita nominare: Google cita un’Arnalda Canali che lavora a RaiDue, dove ha curato la regia della terza edizione di un talent show che non si è inculato nessuno; ma nell’impossibilità di capire se si tratti davvero di lei o di un’omonima, non approfondirò la cosa.
Purtroppo non ho trovato il link all’articolo, se non su una pagina di Facebook dove è stato ricopiato manualmente; ecco il testo integrale. Il titolo è: “Se il sesso rende credibile anche un dragone” (e già qui…)

 

“Iniziavano allora gli anni ’90, e, mentre il famoso fantasma finiva esausto di aggirarsi per l’Europa, un altro spettro si affacciava alle nostre porte, travestito da nuova invenzione. Il suo nome è Freescape, era ed è un motore 3d per giochi, e avrebbe presto ridotto in pappa il cervello non solo delle generazioni X, ma anche di quelle Y e Z. Era quella l’epoca del paziente zero dell’infezione dei videogiochi, virus potente a tal punto da riuscire infine ad annullare tutte le distinzioni generazionali in un unico modello davvero deprimente, il nerd. Allora divenne chiaro che la fantasia non avrebbe mai raggiunto il potere, come tanti avevano sperato, ma il fantasy sì, eccome. Uno dei primi titoli fu infatti Castle Master, un gioco in cui la principessa veniva imprigionata dal dragone cattivo, e il giocatore, che era il principe, doveva salvarla. Certo che vi ricorda qualcosa: l’infanzia. In men che non si dica, eccoli lì, tutti davanti al computer, cavalieri senza paura del ridicolo, pronti a trascorrere notti insonni pur di trovare la chiave, o l’anello, o… Già, perchè con lo sdoganamento della favoletta, ecco rilanciata tutta quanta questa novellistica di mondi di mezzo e compagnie varie, una volta lettura preferita soltanto di brufolosi secchioni, ma ora destinata a polverizzare le migliori menti e i record d’incassi del primo weekend. Il fenomeno ha generato purtroppo un’impressionante ricaduta televisiva, traboccante di infantilismi e testosterone, dove tutto si mescola per l’appunto in un magico calderone, dagli zombi artici de Il trono di spade ai libri esoterici del giovane Leonardo, basta che sia inverosimile, pieno di computer grafica e donne nude. Si sa, giocare a principi e principesse è sempre stata una buona opzione per rimediare il primo bacio alla scuola materna, e dunque il sesso è una componente importante di questo tipo di intrattenimento, così da renderlo appetibile anche a chi potrebbe pensare che sia cretino credere nei draghi, e renderlo inaccessibile a quello che sarebbe il pubblico naturale, i ragazzini delle medie. Fantastico, no? Lo so, c’è un po’ di risentimento in questa visione, ma è dovuta alla struggente nostalgia per quei bambini che invece correvano in cerchio giocando a indiani e cowboy: alcuni, i più fighi, impersonavano gli indiani e, a volte, riuscivano a cambiare la storia. Alla faccia di chi continua a credere che un mondo (e una tv) migliore sia possibile.”

 

Orbene, andiamo con ordine. Dopo un’introduzione abbastanza vaga e inconcludente, possiamo già cogliere degli indizi per delineare il profilo di chi scrive: l’uso di termini come “generazione X”, che  si usavano più o meno ai tempi di Reagan e della Perestroijka, mi fa intuire che questa Arnalda Canali non è più giovanissima, ha probabilmente superato i 50; il sospetto di trovarmi di fronte all’ennesimo caso di vecchio che prova a descrivere ad altri vecchi le cose che piacciono ai giovani si fa già forte, ma andiamo avanti. Fate caso al linguaggio usato per parlare di videogiochi: “infezione”, “virus”, “ridurre in pappa il cervello”, “deprimente”, parole che esprimono un profondo disprezzo, che va oltre la semplice critica verso una passione che non si condivide. Sembra che per l’autrice i videogiochi siano qualcosa di intrinsecamente sbagliato, negativo e deprecabile, destinato a ragazzi con dei problemi; ma vediamo come subito dopo viene ristretto l’obiettivo.

 

“Uno dei primi titoli fu infatti Castle Master, un gioco in cui la principessa veniva imprigionata dal dragone cattivo, e il giocatore, che era il principe, doveva salvarla. Certo che vi ricorda qualcosa: l’infanzia. In men che non si dica, eccoli lì, tutti davanti al computer, cavalieri senza paura del ridicolo, pronti a trascorrere notti insonni pur di trovare la chiave, o l’anello…”

 

Ora, non ho mai giocato a questo Castle Master. Senza dubbio il topos del protagonista che salva la fanciulla dal cattivo è vecchio come il mondo, inevitabile che reggesse la trama di molti videogiochi. Però, da persona cresciuta negli anni ’90, che ha passato ore su Super Mario Land e Diablo II (per non parlare dei Libro-game!), vedere che la variegatissima galassia dei giochi fantasy viene ridotta a “la principessa imprigionata dal dragone cattivo” mi sembra estremamente limitante, e mi fa pensare che chi scrive non sia granchè ferrata sull’argomento. E poi di nuovo disprezzo, quei “cavalieri del ridicolo” che passano le notti insonni a giocare; come se il fantasy nei videogiochi fosse sempre stato confinato a gente emarginata e fuori moda, ragazzini talmente assorti in un mondo virtuale da non avere una vita fuori dal pc. Chiaro che ci sono sempre state e ci sono ancora persone così (e non solo appassionati di fantasy); ma fare di tutta l’erba un fascio è il classico atteggiamento di chi parla senza aver capito un cazzo, esattamente come i vecchi di prima.
Ma aspettate, il meglio deve ancora venire. Sono sicuro che non vi è sfuggito il riferimento all’anello. E infatti…

 

“… con lo sdoganamento della favoletta, ecco rilanciata tutta quanta questa novellistica di mondi di mezzo e compagnie varie, una volta lettura preferita soltanto di brufolosi secchioni…”

 

No, calma. Che tu consideri il fantasy una bambinata penso sia chiaro a tutti; ma liquidare uno dei più importanti scrittori di lingua inglese del ‘900, che ha inventato da solo un intero universo di popoli, culture, mitologie e persino lingue con un realismo assoluto, e un’opera monumentale come “Il Signore degli Anelli”, a “una favoletta per secchioni brufolosi” è semplicemente INACCETTABILE. E badate bene che io non sono un fan di Tolkien e non mi piace il genere; ma non mi sognerei neppure di sminuire l’importanza storica e artistica che le sue opere hanno avuto per un intero genere letterario. Poi, non vivo su Marte: so bene che, prima del clamoroso successo della trilogia di Peter Jackson, Tolkien e il fantasy erano destinati a un pubblico di nicchia, lontano da mode e riflettori. Ma alimentare e cavalcare questi stereotipi snob, o parlare di “secchioni brufolosi” come farebbe il quarterback della squadra di football di un college-movie americano… ti senti così figa a demolire così un genere? O vuoi passare per intellettuale? A me invece ricordi mia nonna, un paio di Natali fa, quando i miei mi regalarono l’edizione rilegata di Watchmen (graphic novel pluri-premiata, per la cronaca) e lei commentò, quasi affranta: “Ma alla tua età ti regalano ancora i fumetti?”. Solo che mia nonna aveva 85 anni, non aveva mai sfogliato un fumetto in vita sua e soprattutto non scriveva sul settimanale del più importante quotidiano nazionale.

 

“Il fenomeno ha generato purtroppo un’impressionante ricaduta televisiva, traboccante di infantilismi e testosterone, dove tutto si mescola per l’appunto in un magico calderone, dagli zombi artici de Il trono di spade ai libri esoterici del giovane Leonardo, basta che sia inverosimile, pieno di computer grafica e donne nude.”

 

Ed ecco che si arriva al fulcro dell’articolo. Il vero pomo della discordia non è tanto il fantasy in sé, che è da sfigati e non vale la pena parlarne, quanto il fantasy “erotico” che va di moda oggi (il riferimento esplicito è a Game Of Thrones). Non è certo la prima volta che la serie televisiva tratta dalle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco viene aspramente attaccata per le scene di sesso e violenza; chi mastica un po’ di telefilm sa che la HBO fa della crudezza un po’ pulp il proprio marchio di fabbrica. Poi però la critica si divide tra chi sa guardare oltre gli aspetti più vistosi, e non manca di riconoscere la complessità della trama e dei personaggi (mi venisse un colpo, persino Aldo Grasso l’ha elogiata!), e chi si ferma alle tette di Daenerys Targaryen e urla “vergogna, solo porno e sangue!”. Non mi sfiora neppure il pensiero che l’autrice possa aver letto anche a grandi linee la trama dei libri di G. R. R. Martin. D’altronde, descrivere GoT come “traboccante di infantilismi e testosterone” è come dire che “2001 Odissea Nello Spazio” trabocca di scimmie e scene di silenzio.
Ma attenti, arriviamo al top:

 

“Il sesso è una componente importante di questo tipo di intrattenimento, così da renderlo appetibile anche a chi potrebbe pensare che sia cretino credere nei draghi, e renderlo inaccessibile a quello che sarebbe il pubblico naturale, i ragazzini delle medie.”

 

Praticamente stai dicendo che un adulto normale di norma schiferebbe un prodotto infantile come il fantasy, ma lo guarda perchè i personaggi scopano. Di cosa stai cercando di convincermi, Arnalda Canali? Che un adulto non può leggere un romanzo con elementi magici e soprannaturali senza pensare che esistano davvero? Che ogni opera di narrativa fantastica è da ragazzini delle medie? Allora buttiamo nel cesso tutta la letteratura fantascientifica, da Verne a Asimov, dalla Guerra dei Mondi a Neuromante: come può un adulto credere seriamente negli alieni che invadono la Terra, o nei robot intelligenti? Buttiamo nel cesso anche tutta la letteratura horror, il romanzo gotico, Edgar Allan Poe, Lovecraft, Bram Stoker: dai, siamo troppo cresciuti per non metterci a ridere al pensiero di un vampiro che succhia il sangue delle persone. Ma che dico, buttiamo nel cesso TUTTA l’epica e la mitologia! Odisseo prigioniero di un gigante con un occhio solo, Astolfo che va sulla Luna in groppa a un cavallo alato, è ridicolo! É roba da bambini, come Harry Potter o Le Cronache di Narnia! Potrei andare avanti per ore, mi fermo qui perchè non voglio rischiare di vomitare il pranzo.

 

Insomma, la sostanza del discorso è che viviamo in un mondo degenerato, in cui gli adulti guardano e leggono cose da bambini, e i bambini si rincoglioniscono coi videogiochi invece di “correre in cerchio giocando a indiani e cowboy”. Là dove c’era l’erba ora c’è una città.
Lo so, Arnalda, è difficile: gli anni ’60 sono finiti, la gente non balla più il twist, i ragazzi passano il tempo con strani aggeggi futuristici di cui tu non sai nulla (ma di cui ti ostini a parlare) e soprattutto a nessuno viene in mente di chiamare la propria figlia con un nome ridicolo come il tuo. Ma ti do una dritta. Una tv migliore è possibile, se togliamo di mezzo i reality show, le tamarrate di Italia Uno, i talk-show tipo Porta a Porta, i giornalisti che intervistano i parenti dei morti e tante altre cose che, ti assicuro, sono molto più infantili e prive di contenuti di un telefilm fantasy. Anche un giornalismo migliore è possibile, se evitiamo questi agglomerati di luoghi comuni, spocchia e ignoranza, e facciamo parlare di determinati argomenti le persone che hanno i mezzi culturali per capirci qualcosa. Perchè è vero che siamo in democrazia e ognuno può esprimere la propria opinione e bla bla bla; ma una vecchia che è rimasta con la testa a Carosello e Giamburrasca, quando si mette in testa di parlare di videogiochi e fantasy ha la stessa competenza e autorevolezza di un giardiniere sullo Space Shuttle.

 

 

Nota a margine: nella stessa pagina del magazine, c’è una breve descrizione delle “7 serie hot fantasy” (sic!), con tanto di canale e orari di programmazione. Oltre a Game Of Thrones, cita Spartacus, I Borgia e Rome. Ora, a meno che Alessandro VI sia un elfo, e Spartacus combatta i legionari romani con l’Ammazzadraghi di Berserk, direi che c’è un po’ di confusione. No, perchè “storico” e “fantasy” NON sono sinonimi, né possono essere equiparati solo perchè si vedono delle tette. Teste di cazzo.

 

Dieci anni di troppo

L’altra sera ero seduto nella mia stanza, un bicchiere dell’idromele di Folk in mano e la musica di un misconosciuto gruppo prog-fusion danese al computer. In questo contesto di pace dei sensi, ho iniziato a pensare a quale sarebbe stato l’anno ideale in cui nascere (ovviamente in tempi relativamente recenti, i fanatici del Medioevo che vorrebbero vivere nel 1100 per potersi vestire come dame e cavalieri non mi sono mai andati a genio). Dopo una lunga riflessione, la scelta è caduta sul 1978, dieci anni esatti prima della mia nascita reale.

1978. Tanto per cominciare, il contesto politico-economico. Sarei nato troppo tardi per avvertire il clima di pessimismo, rabbia e paura degli Anni di Piombo, della strategia della tensione, delle Brigate e delle bombe, ma nel momento giusto per beneficiare della ripresa dell’economia dopo la recessione degli anni Settanta. Sì è vero, gli anni Ottanta sono stati il decennio della moda, della speculazione selvaggia, dell’arrivismo sociale, delle morti misteriose, dei governi che cambiavano ogni anno ma con dentro le stesse facce di merda democristiane e socialiste. Ma sono stati anche anni di benessere, di creatività, senza rivolte di piazza, senza timori di guerre mondiali, con un vento di libertà che soffiava su un po’ ovunque, dall’Argentina alla Polonia. Poi, come cantava De Andrè in “La Domenica delle Salme”, ci avrebbero spiegato che era tutta una presa per il culo, che la politica non era marcia ma direttamente putrefatta, e l’illusione del progresso poggiava sulle sabbie mobili. Ma questo lo avrei scoperto comunque col tempo, e intanto avrei avuto qualche anno di pia illusione.
Perchè sarei stato un bambino, e per un bambino crescere negli anni Ottanta era il Paradiso. Non avrei avuto il computer o la Playstation, d’accordo, ma ci sarebbe stato il MegaDrive, il Lego, i Librogame, Topolino ancora di qualità, le figurine dei Calciatori idem. Avrei trovato il Subbuteo nei negozi e non su Ebay, e a 10-12 mila lire, non a 70 euro come certi pezzi rari. Nella realtà, la mia infanzia ha subìto il fascino fortissimo di tutta una serie di giochi, prodotti e attività che erano già “fuori tempo massimo” per la mia generazione; nascere dieci anni prima avrebbe voluto dire anche gustarli nel momento di gloria, o almeno nelle ultime scintille. E poi i cartoni animati! Non dico che non mi piacessero quelli di quando ero piccolo, ma siamo seri, i cartoni degli anni Ottanta erano I cartoni, quelli che hanno fatto la storia, che sono entrati nel mito. Chi, anche senza aver visto una sola puntata, non ha mai sentito nominare Mazinga, L’Uomo Tigre, Daitarn, He-Man? Così come quei telefilm o show televisivi che allora erano piatti forti del palinsesto tv, e oggi trovano spazio solo nelle fasce “revival per sfigati nostalgici” (in genere il sabato mattina su Italia Uno).
Al cinema avrei potuto vedere film culto (personale ma non solo) come Ritorno al Futuro o la saga di Indiana Jones, e più tardi Jurassic Park, Pulp Fiction, gli ultimi grandi classici della Disney.
Dal punto di vista dello sport, qui la lista sarebbe davvero infinita. Tanto per cominciare, sarei stato troppo piccolo per patire i drammi del Milan in B, ma grande abbastanza per godermi pienamente tutto il ciclo leggendario di Sacchi e Capello; e mi sarei goduto anche l’ultimo “bel” calcio della storia, prima che i soldi e le televisioni distruggessero tutto per sempre; i Mondiali del 1990 e del 1994, visti in diretta e non su internet e vecchi ritagli di giornali; la Formula 1 di Senna e Prost, il basket dell’Olimpia d’oro di D’Antoni e coach Dan, la NBA di Bird, Magic Johnson, Jordan e del Dreamteam di Barcellona 1992, il tennis di Sampras e Agassi all’apice.
A livello musicale, avrei scoperto (o qualcuno mi avrebbe fatto conoscere) le grandi band che amo nel loro momento d’oro, o comunque quando erano ancora in attività. Avrebbe significato – almeno a livello teorico – poter vedere dal vivo i Pink Floyd, i Dire Straits, gli Iron Maiden di “Fear Of The Dark”, i Guns ‘n Roses di “Use Your Illusion”, i Gamma Ray di “Land Of The Free”, i Metallica del Black Album, Elio E le Storie Tese a inizio carriera, De Andrè ancora in vita. Avrei acceso la radio o la tv e avrei sentito il glam rock, la new wave, l’esplosione del grunge; generi che magari oggi non mi fanno impazzire, ma restano esponenzialmente meglio dell’hip hop e del dance pop tutto uguale che va di moda oggi.

Ma non è solo una questione di passioni d’infanzia e gusti personali. Se fossi davvero nato nel 1978, avrei frequentato il liceo a metà anni ’90: non posso ovviamente avere certezze, ma mio fratello ha studiato più o meno in quegli anni, e considerati i cerebrolesi che mi sono trovato io a scuola, paragonati ai compagni tutto sommato normali che ha avuto lui, avrebbe significato passare un’adolescenza decisamente più gradevole. Mi sarei iscritto all’università nel 1997: ragionando nell’ambito di Psicologia, un sensatissimo corso di 5 anni, invece che quella troiata del 3+2, con l’opportunità di studiare su un manuale dei disturbi mentali uscito da poco, e aggiornato proprio durante il mio percorso di studi (invece del DSM-IV-TR che è vecchio ormai di 13 anni, e la nuova versione probabilmente renderà obsolete le mie conoscenze). Sarei entrato nel mondo del lavoro in un momento di minore concorrenza rispetto a oggi, con la crisi economica ancora di là da venire, senza dover scegliere per forza tra stage sottopagati o lavoretti in nero. Con un po’ di fortuna, oggi mi ritroverei all’alba dei 35 anni con una professione già avviata, una casa mia, magari una famiglia, di sicuro una cantina piena di ricordi meravigliosi della mia infanzia. E di fronte a uno scenario simile, andare avanti a schede telefoniche fino a 18 anni, non avere internet prima dell’università e ascoltare i miei album preferiti con un walkman e cassettine copiate è davvero un prezzo esiguo da pagare.

Tra l’altro, avrei votato contro Berlusconi quattro volte e non due.

Invece vado per i 25, non ho un lavoro fisso, il calcio di oggi è una merda e al cinema si vedono quasi solo commediole romantiche copy&paste e film horror girati in macellerie messicane. Non ci sono neanche i volopattini, le auto volanti e le scarpe con le strighe che si auto-allacciano.
Datemi una DeLorean, cazzo. Mi accontento anche di questa.

Uno spettro si aggira per l’Italia, lo spettro del 5 Stelle

 

Lo so, non ho mai parlato di politica su questo blog, se si escludono notizie assurde e prese per il culo all’interno di MuseoNewz. Però è da tanto che non aggiorno, la nuova puntata del webgiornale non è ancora pronta, e in fondo questo argomento mi sta a cuore.

 

Vado subito al sodo: a me Beppe Grillo sta sul cazzo. Terribilmente, irrimediabilmente sul cazzo. Anche ignorando completamente i contenuti del suo messaggio politico, il suo modo di parlare urlare, l’atteggiamento, i toni, gli insulti sistematici, mi irritano al punto tale che ogni volta che lo vedo in tv (e negli ultimi due mesi l’ho visto più spesso di Berlusconi, il che è tutto dire) il mio primo istinto è di lasciare la stanza.
Non nego che ci siano moltissime persone nel Movimento (sia gli attivisti che i semplici elettori e simpatizzanti) assolutamente valide, non metto in discussione la loro intelligenza e tanto meno le loro buone intenzioni; molte le ho conosciute personalmente. Sono anche dell’idea che il programma del 5 Stelle non sia assolutamente tutto da buttare, molti dei punti programmatici dovrebbero comparire nell’agenda di qualsiasi partito serio (soprattutto a sinistra) e non credo neppure che siano così utopici/irrealizzabili. Ma resta il problema-Grillo, Grillo e chi gli sta dietro. Credo che tutto ciò che non mi piace e mi spaventa del M5S dipenda in qualche misura da lui. Anche l’aspetto più evidente, ovvero la cecità ideologica e fanatica di molti dei suoi, sia di sicuro favorita, se non originata, dal suo atteggiamento da caudillo: poi, la questione se sia Grillo ad aizzare i suoi elettori rendendoli degli integralisti, o se siano loro ad essere così di natura e siano quindi approdati alla loro ovvia destinazione, credo rimarrà senza risposta, tipo il classico “è venuto prima l’uovo o la gallina?”.
Ora, i partiti personalistici/padronali non sono novità in questo paese del cazzo: da Tangentopoli in poi, con l’eccezione (rotflmao) del PD e dei suoi stadi evolutivi precedenti, non mi viene in mente una sola forza politica di rilievo che non sia stata creata da zero o sia frutto di una scissione da qualcos’altro, sempre per iniziativa di un singolo. E anche il mito di Grillo che porta la gente inesperta in Parlamento, come gli stessi grillini fanno notare, è da sfatare: Berlusconi è celebre anche per aver ricompensato politicamente una vasta schiera di amici e sodali che nella vita di tutto si sono occupati tranne che di politica, e pure nel PD c’è e c’è stata una bella lista di dilettanti allo sbaraglio (qualcuno ha detto Josefa Idem?). Per quanto riguarda poi le affascinanti castronerie con cui i neo-parlamentari a 5 stelle ci hanno deliziato, ammetto di aver ghignato di brutto anch’io, ma i precedenti esistono e non sono meno assurdi (come dimenticare gli exploit di Borghezio sugli UFO?).

 

Fin qui tutto ok, il M5S non è sicuramente peggio di ciò che c’era prima (anche se ha costruito il suo successo proprio sulla discontinuità con lo status quo, quindi già c’è qualcosa che non torna). Il problema però è un altro. E riguarda proprio l’immagine di Grillo come leader politico, o meglio come capo del partito, le sue idee sulla democrazia (interna al movimento e per il paese), la sua ipocrisia e il suo concetto di dibattito politico. Perchè quando parla di abolire i privilegi, tagliare i costi della politica, eliminare i finanziamenti pubblici ai partiti e via dicendo, è facile essere d’accordo (aggiungerei “sticazzi”).

Ma quando lui sostiene di non essere il capo del M5S ma “il garante” che si occupa di valutare se una persona è idonea a far parte del Movimento e a candidarsi, io la vedo come un’elaborata forma di ipocrisia, un modo per dire: “Io non mi candido a premier e non ho alcun ruolo nel Movimento e nell’eventuale governo, però se qualcuno osa deviare dall’ortodossia o azzardarsi a esprimere un’opinione che non rientri negli obiettivi – non sindacabili – del Movimento, lo caccio a pedate”. In sostanza non decide nulla ma decide tutto, che è ancora peggio dei classici satrapi alla Craxi, che almeno ci mettono la faccia.

Quando dice che lo scopo è arrivare al 100%, io non lo interpreto come “vogliamo fare sì che ogni cittadino sia parte attiva dello Stato senza la mediazione dei partiti”, ma come “vogliamo conformare tutta la popolazione alle nostre posizioni ed eliminare ogni forma di dissenso”. Questa, mi spiace, si chiama DITTATURA. E se qualcuno può obiettare che, alla fin fine, è meglio una dittatura che fa cose buone di una democrazia che funziona di merda, la mia risposta è che una forza politica che è certa di conservare il potere anche se non mantiene i propri impegni, alla lunga perde ogni impulso a migliorarsi.

Quando propone referendum per ogni cosa, anche sul numero di asciugamani nei cessi di Montecitorio, io non applaudo alle meraviglie della democrazia diretta, ma faccio notare che: 1. è un procedimento costoso e complesso da organizzare, non è come un sondaggio su Facebook; 2. perchè i referendum abbiano un senso la popolazione deve essere nelle condizioni di poter prendere una decisione, e dev’essere quindi in possesso di informazioni e conoscenze sufficienti a formarsi un’opinione ponderata. Se vieni a chiedere a me che tipo di fertilizzanti usare sulle coltivazioni di granturco, io non so un cazzo di agricoltura e inevitabilmente risponderò a caso (sempre che non arrivi qualcuno a dirmi “fidati, vota B”), e indipendentemente dall’alternativa che sceglierò, sarà una decisione sbagliata concettualmente.

Quando urla al complotto dei giornali che vogliono diffamare il Movimento e vogliono dipingere i suoi membri come incompetenti e ignoranti, io gli riderei in faccia, perchè il compito di ogni giornalista politico che si rispetti è di porre domande scomode al potente di turno, senza farsi intimidire; e semmai spetta ai grillini documentarsi e prepararsi per non fare figure di merda. E riderei in faccia pure a Travaglio, che è sempre stato pronto a denunciare i giornalisti inginocchiati ai vari califfi del PDL, ma quando è toccato a lui intervistare Grillo, gli ha lasciato fare il suo show, compiaciuto sugli argomenti facili ed evasivo su quelli spinosi.

Quando scrive sul suo blog che chi non ha votato M5S è uno che non sente la crisi economica / uno con la pensione ricca e sicura / un evasore fiscale / uno con privilegi da difendere, io mi incazzo come un drago di Komodo, perchè LE COSE NON STANNO COSI’: è una generalizzazione idiota, una delegittimazione totale dell’avversario politico (“se non voti per me sei uno stronzo o uno stupido”), praticamente quello che ha fatto Berlusconi dal 1994 a oggi.

Quando dice che i marocchini vanno presi a calci in Questura (o quando quell’altro in Sardegna paragona i matrimoni gay a quelli tra animali), io capisco e accetto il fatto che una frase travisata o decontestualizzata porti all’equivoco; ma allora voglio che mi venga spiegata in modo inequivocabile la posizione ufficiale del Movimento 5 Stelle sull’immigrazione e i diritti civili. E NON ACCETTO che mi venga detto: “Ma queste cose non sono la priorità”, perchè non lo sono neanche il wi-fi e i pannelli fotovoltaici.

Quando esalta il web come fonte di conoscenza contro i giornali e le tv manipolate dai politici, io storco il naso, perchè chiunque abbia dimestichezza con i social network sa che internet è il regno incontrastato delle bufale, delle notizie senza fonti, delle teorie strampalate spacciate per verità scientifiche e di tutto ciò che un giornale serio non pubblicherebbe mai; perchè se il giornalista scrive minchiate ne risponde al direttore, all’editore e soprattutto ai lettori, mentre il blogger o l’utente del forum possono scrivere quel cazzo che pare a loro, comprese le diffamazioni e le falsità (anche contro il M5S, è ovvio).

Quando parla di reddito di cittadinanza, e la gente si esalta, a me vien da ridere, perchè non ci trovo davvero le differenze con Berlusconi che promette di restituire i soldi dell’IMU. Anzi, Berlusconi almeno si è sforzato per pensare a un modo (inventato) per rimediare i soldi.

 

Di tutte queste cose parlerei volentieri con i grillini, ma purtroppo ho la sensazione che quasi tutti loro, anche i più colti e informati, siano ormai entrati nella dimensione del militante, quella del “noi bene – loro male” che tronca qualsiasi dibattito, perchè interpreta ogni concessione all’avversario come una debolezza di fede. E se io mi sento spaventato dalle possibili derive estreme e antidemocratiche che questa forza politica e il suo elettorato possono prendere, vorrei che chi a differenza mia ci crede mi rassicurasse e mi spiegasse perchè non ho niente da temere, invece che attaccarmi e ridicolizzarmi perchè “sono troppo legato ai vecchi partiti”, “i giornali mi hanno fatto il lavaggio del cervello”, “sono troppo intellettuale e radical chic per riuscire a capire le loro ragioni”, ecc.

Perchè io non ho intenzione di nasconderlo: Grillo e il M5S MI FANNO PAURA. Pur riconoscendo le buonissime intenzioni di molti suoi membri e condividendo parte del programma, non posso non pensare che molte delle peggiori dittature dello scorso secolo (e a ben vedere, anche di questo) sono nate in circostanze storiche e sociali molto simili a queste: paese economicamente al collasso + classe politica corrotta e inefficiente + popolazione disperata, affamata e incazzata + leader che canalizza il malcontento verso un obiettivo concreto. D’altronde, qualcuno (non ricordo chi e Google non mi è d’aiuto) diceva che al popolo servono tre cose: messaggi semplici, una bandiera e un nemico da combattere. I grillini li hanno tutti e tre. E non so voi, ma rinunciare alla mia libertà di espressione e di dissenso in cambio dell’abolizione delle province e della riduzione del numero dei parlamentari non è uno scambio equo.

 

Buoni propositi 2013 – Nigga stole my apocalypse

 

Satana!
Stavolta non faccio il coglione come l’anno scorso: l’annuale, immancabile resoconto autodistruttivo sui buoni propositi compare già nei primi giorni del 2013.
Ho volutamente evitato, invece, il post sul bilancio generale dell’anno appena concluso. Non ero nel mood appropriato nei giorni scorsi, e avevo la sensazione che in realtà non ci fosse granchè da dire. Mentre il 2011 mi è parso un anno pieno di eventi e vissuto – soprattutto alla fine – a un ritmo sostenuto, il 2012 si è rivelato molto più indefinito, quasi un periodo di transizione: alti e bassi (in alcuni casi MOLTO alti e MOLTO bassi) ma piuttosto distanziati nel tempo, che non hanno mutato radicalmente una routine abbastanza consolidata. Non mi sento comunque di definirlo un anno negativo: ho ottenuto risultati molto importanti sul piano personale, sono migliorato in alcuni aspetti della mia personalità e del mio modo di vivere su cui volevo lavorare (la strada è ancora lunga comunque), e ho scoperto alcune cose di me stesso che, credo, in futuro potranno tornarmi molto utili. Ho anche attraversato momenti infelici e vissuto separazioni molto dolorose: ad alcune ho contribuito io stesso, altre sono state segnate dal corso della natura, e nonostante fossi mentalmente preparato da tempo, non significa certo che non abbia sofferto. Però va detto che il 2011 si era concluso con un climax di notevole rabbia e frustrazione, e considerato il mio rapporto personale con gli anni bisestili (roba da chiudersi in un monastero di clausura fino a Capodanno), quest’anno dei troll-Maya poteva andare molto, molto peggio.

 

Minchia, che supposta depressiva che ho appena scritto. Alleggeriamo un po’ l’atmosfera con qualcosa di più disimpegnato.
Come tutti voi NON ricordate, i buoni propositi del 2012 hanno visto un cambio di rotta molto prog: invece di segnare una lista di traguardi idioti da raggiungere più o meno senza sforzo, ho scelto l’approccio contrario, cioè una serie di tendenze e situazioni da cui stare alla larga; di conseguenza, invece dei soliti “archiviato” e “fail”, i giudizi saranno “evitato” e “beccato“.
Vediamo un po’…

 

1. Gettarmi da un grattacielo: era un proposito bonus… ma a differenza di altri anni, non sono neanche stato tentato. Evitato.
2. Continuare la specialistica di Psicologia in Bicocca: per fortuna i frutti di due anni di sforzi sono stati raccolti, e posso già dire che ne è valsa la pena. Evitato.
3. Litigare pesantemente su Facebook per futili motivi: qua la faccenda si fa complessa. Sicuramente ho scazzato meno del solito, qualche screzio c’è stato, ma non mi pare di ricordare che fosse per motivi futili… mettiamo Evitato per approssimazione.
4. Fermarmi a riprendere fiato ogni dieci passi quando salgo a Torriggia: anche qua, risposta per forza di cose vaga: anche a detta dei miei skillati compagni di viaggio, sono andato meglio degli altri anni, ma sono ancora lontano dalla mia performance ideale. Mettiamo mezzo Evitato e via.
5. Sbronzarmi di nuovo col punch al mandarino, o con un’altra pseudo-bevanda infernale: bevande infernali non ne ho bevute, e di sbronza cattiva ce n’è stata una sola, iper-amplificata però da una vera e propria intossicazione alimentare. Ma niente scuse, devo essere severo e mettere almeno mezzo Beccato.
6. Lasciare quello schifo di carta sulla mia scrivania così com’è ora: in questo campo sono fiero di me stesso: nonostante la mia stanza abbia dovuto ospitare un sacco di roba che in origine stava altrove, rispetto alle camere di molti miei coetanei brilla per ordine. Evitato.
7. Trovare continui, improbabili pretesti per non usare la macchina: ok, fare un po’ di moto e non contribuire al riscaldamento globale e all’intasamento delle strade sono nobili motivi, ma qualche sforzo in più potevo farlo. Beccato.
8. Far passare più di 30 giorni tra un post e l’altro su questo blog: purtroppo ho fallito, in alcuni casi sono passati ben più di 30 giorni. Beccato.
9. Trascorrere tutta l’estate a Milano: ah, qui si va sul sicuro, tra Celtica ed Edimburgo non mi posso proprio lamentare. Evitato.
10. Lamentarmi perchè il 2011 è stato un anno migliore di questo: no, in tutta onestà il 2012 è stato un po’ meglio. Evitato.

 

Risultato: 3 su 10; fatta l’equivalenza, viene fuori un anno da 7. Sì, mi ci ritrovo abbastanza.

 

Per l’anno nuovo, davvero non so cosa inventarmi… già gli ultimi buoni propositi come si può vedere non sono stati il massimo, troppo vaghi e imprecisi nelle richieste. Ma questa, naturalmente, non deve essere una scusa per rinunciare alla Tradizione. L’unica soluzione che mi è venuta in mente è una sintesi di queste due categorie antitetiche (Hegel mi perdonerà se lo scomodo per ‘ste stronzate): ecco come dovrebbe girare il vinile del 2013 per tornare ad alti livelli:

 

LATO A – TO DO

1. Imparare il russo a livello “inizio elementari”.
2. Vendere una volta per tutte i libri di testo della triennale che non mi servono più.
3. Osservare il panorama della pianura ungherese dal castello di Eger.
4. Comprare un fottuto aggeggio audio per ascoltare degnamente i cd.
5. Leggere un libro di Asimov in lingua originale.
6. Provare una nuova cucina etnica.

 

LATO B – NOT TO DO

1. Votare Berlusconi alle prossime elezioni. (è EVIDENTEMENTE un proposito bonus)
2. Non aggiornare per più di tre settimane il backup del disco fisso.
3. Combinare danni partecipando a una rivolta di piazza a Budapest. (sì, l’estate prossima vado in Ungheria :D)
4. Trollare in modo esagerato amici e conoscenti cattolici.
5. Continuare a ignorare tutti i controlli medici che da anni devo effettuare.
6. Distruggermi emotivamente come 5 anni fa.

 

Ora come ora, mi sembra una lista equa, nulla di impossibile nè di eccessivamente semplice (forse sarà un po’ un casino il conteggio). Però, non so, sono un po’ inquieto… ho la sensazione che il giudizio complessivo di questo 2013 sarà più basso di quello dei buoni propositi. Non sono un granchè come veggente, ma vedo dei segnali non incoraggianti. Vaghi timori, deja-vu sparsi qua e là… forse sono troppo pessimista, o forse mi sto trasformando precocemente in un vecchio barboso sistavameglioquandosistavapeggio. Non sarà comunque un anno facile, di questo sono abbastanza convinto. Speriamo che gli dei siano propizi – o non facciano gli stronzi, in fin dei conti è lo stesso.
There’s a bad moon on the rise.

 

I beagle sono troppo carini, facciamo esperimenti sulle blatte

 

Bluargh!
Riemergo dalle torbide viscere del tempo, dello spazio e della psicologia dello sviluppo per postare, finalmente dopo un botto di tempo, qualcosa di simile a una riflessione personale e non a un frasario o a una puntata di MuseoNewz. Più che una riflessione in realtà è uno sfogo, anzi, potrebbe essere la puntata zero di una sottorubrica di questo blog che intitolerei “Gli scleri dell’Antidio”, in cui cristono e inveisco contro tutto ciò che turba la mia delicata sensibilità giovanile (già facilissima a turbarsi di suo, a onor del vero).
Ordunque, l’oggetto dello sclero di oggi è quella vasta categoria di pensatori, provenienti dalle aree e dalle discipline più disparate ma accomunati da alcuni fattori comuni, che ho ribattezzato “nazisti del pensiero”, abbreviati in NAZI. Per “nazisti del pensiero” non intendo ovviamente sostenitori dell’ideologia hitleriana; i NAZI (che possono essere naziambientalisti, nazifemministe, naziclericali e via dicendo) sono persone con solide credenze e ferrei valori, animati da una forte passione per ciò che fanno e desiderosi di cambiare in meglio il mondo in cui vivono, cose per cui sarebbero persino da ammirare… se non fosse per alcuni piccoli dettagli:

 

1. i NAZI sono assolutamente, genuinamente incapaci non solo di accettare, ma anche solo di contemplare l’idea che esista al mondo qualcuno che la pensa diversamente da loro. Poichè le loro idee sono giuste e vere per definizione, se ne deduce che chi non è d’accordo è il MALE personificato.

 

2. dal punto 1, deriva il fatto che i NAZI non sono in grado di argomentare il proprio pensiero e di convincere un’immaginaria giuria neutrale della fondatezza delle proprie idee: alla disputazione filosofica preferiscono lo scontro frontale, e sostituiscono l’esposizione punto per punto con le foto shock accompagnate da messaggi tipo “Lo vedi questo? E’ COLPA TUA!”.

 

3. essendo pienamente convinti (nelle loro teste) di rappresentare l’essenza suprema dell’anticonformismo, i NAZI si comportano come se tutto il mondo fosse preda di una gigantesca cospirazione che vuole avvelenare le menti degli esseri umani con idee distorte e maligne per scopi politico-economici; le prove di cui loro sono in possesso vengono invece tenute nascoste perchè troppo scomode (quando il più delle volte sono panzane storicamente e scientificamente insostenibili, diffuse giusto da qualche eccentrico teorico sconfessato dai colleghi).

 

4. poichè lo scopo primario di ogni NAZI che si rispetti è la salvezza del mondo, in genere non si accontentano di esporre urlare le proprie tesi su forum e social network, ma si danno da fare attivamente, con boicottaggi, manifestazioni, sit-in e in generale attività volte a sensibilizzare (e di conseguenza convertire) la massa di persone asservite al Sistema.

 

I NAZI in questione sono i nazianimalisti, quelli che non si limitano a lottare contro gli abbandoni, i maltrattamenti, i combattimenti clandestini e tutte le condotte crudeli nei confronti degli animali che purtroppo abbondano nella nostra società, ma portano avanti l’idea che gli animali siano meglio delle persone, che il mondo animale sia un mondo di pace amore e rispetto, che non esistano razze di cani pericolose ma solo padroni cattivi (quindi l’allevamento e la selezione specifica per creare razze fisicamente idonee alla lotta e alla caccia è solo propaganda di regime) ecc. Come spesso accade, alla base di tutto c’è un fatto di cronaca: qualche giorno fa, un gruppo di (nazi)animalisti ha fatto irruzione in una non so quale struttura in una non so quale regione italiana, per liberare dei beagle destinati a un centro di sperimentazione, venendo successivamente arrestati dalle forze dell’ordine. Naturalmente, la cosa ha suscitato manifestazioni di solidarietà da parte degli altri nazianimalisti, al grido di “assassini! torturate degli animali innocenti!”.
Ora, io non so se quel centro di sperimentazione dove i beagle erano diretti si occupasse di ricerca medica o di qualcosa di più futile, tipo i cosmetici. So però che, come ha evidenziato un mio buon amico biotecnologo (che, per tutelarne la privacy, chiameremo Grim, oppure Mattia, oppure Mattia P., ok basta :D), la ricerca medica, quella che salva anche le vite dei nazianimalisti malati gravi, non può prescindere dalla sperimentazione sugli animali. Se questa gente, invece di sprecare tempo prezioso affiggendo volantini, facendo irruzione in laboratori e sfasciando attrezzature costosissime – e pagate dai contribuenti – si prendesse la briga di documentarsi un secondo e magari parlare con chi lavora in questi campi, si renderebbe conto di alcune cose interessanti. Per esempio, che la ricerca medica in Europa e negli Stati Uniti (dove avviene il 99% della ricerca scientifica generale, dall’astrofisica ai pannolini Pampers) è regolata da un severo codice etico che, tra le altre cose, impone di ridurre il più possibile le sofferenze delle “cavie”; che, per testare l’effetto di un farmaco o di una tecnica di cura sul corpo umano, è necessario utilizzare un organismo che sia il più possibile simile per struttura biologica e funzionamento, come quello delle scimmie; e, soprattutto, che i centri di ricerca non sono campi di concentramento pieni di pazzi sadici che si divertono a squartare animaletti, ma sono luoghi dove lavorano scienziati con alle spalle decenni di studi, animati dallo stesso obiettivo dei nazianimalisti: cercare di migliorare il mondo.
Riporto, in proposito, un estratto dal mio libro di Neuroscienze, il cui contenuto è generalizzabile a tutti i campi della scienza medica che prevedono la sperimentazione su animali:

 

“Al giorno d’oggi, i neuroscienziati statunitensi accettano certe responsabilità morali verso i loro animali da esperimento:
1. gli animali vengono usati solo per esperimenti utili all’avanzamento della nostra conoscenza del sistema nervoso;
2. vengono prese tutte le misure necessarie per minimizzare il dolore e le esperienze spiacevoli agli animali da esperimento (uso di anestetici, analgesici ecc.);
3. vengono prese in considerazione tutte le alternative possibili all’uso di animali.
L’adesione a questo codice etico viene controllata in diversi modi. Primo, le proposte di ricerca devono essere vagliate dall’Institutional Animal Care and Use Committee (IACUC). Di questo comitato fanno parte un veterinario, scienziati di altre discipline e rappresentanti della comunità non scientifica. In seguito al vaglio dello IACUC, le proposte vengono valutate per il valore scientifico da un gruppo di neuroscienziati esperti. Questa selezione assicura che solo i progetti più utili e interessanti vengano portati avanti. Quando poi i neuroscienziati cercano di pubblicare le loro osservazioni su giornali specialistici, i loro articoli vengono esaminati attentamente da altri neuroscienziati riguardo al valore scientifico e alle misure per la tutela degli animali. Riserve su l’una o l’altra delle questioni possono portare al rifiuto dell’articolo, che di conseguenza porta alla perdita di fondi di ricerca. Oltre a queste procedure di controllo, la legge federale impone rigidi standard per la custodia e la cura degli animali da laboratorio.”

 

Ma questo, è ovvio, per i nazianimalisti non ha alcun significato. Gli animali hanno sempre ragione, gli uomini sono sempre nel torto; e un essere umano può anche sterminare migliaia di suoi simili in un regime totalitario, ma non scatenerà mai la loro indignazione quanto uno scienziato che inietta un farmaco sperimentale a un cagnolino. Certo, perchè va anche detto che i cagnolini, i topolini e le scimmiette sono animali che suscitano tenerezza, che potremmo volere nelle nostre case. Per studiare fenomeni come la conduzione degli impulsi nervosi si utilizzano anche lumache e calamari, ma io non ho mai sentito di un animalista che irrompe in un centro di ricerca per salvare un calamaro.

 

Per quanto mi riguarda, io che gli animali magari non li amo come li amano i nazianimalisti e non li considero migliori delle persone, ma ho sempre vissuto con cani e gatti in casa e guai a chi me li tocca, non dimentico che tutto ciò che attualmente sappiamo sul corpo umano e su come curarlo è stato scoperto grazie al sacrificio di milioni di animali, ma non per questo non ne è valsa la pena; e preferisco che una nuova medicina potenzialmente salvifica venga provata prima su una scimmia che su mio figlio. E se a quella gente la cosa dà tanto fastidio, che offrano spontaneamente i propri corpi alla scienza; gli animali saranno più felici, e anche la ricerca ne gioverà.

 

A year of grey and pink

 

(on air: Caravan – In The Land Of Grey And Pink)

 

Beh, alla fine siamo arrivati.
Non l’ho scelta a caso questa canzone come colonna sonora, caro 2011. Non solo è una canzone davvero bella; ma è anche un titolo buono per rendere l’idea di quello che sei stato. Un anno grigio e rosa.
O anche, per usare un’altra espressione che mi è venuta in mente mentre studiavo nella biblioteca dell’università che non avrei più dovuto frequentare, l’anno del “sì, però”. L’anno delle promesse roboanti e dei risultati striminziti. Sei stato un anno strano, 2011. Il tuo predecessore, partito in sordina, si è rivelato a lungo andare splendido, come non era più accaduto probabilmente dai tempi della pre-adolescenza; e tu, d’altro canto, promettevi di confermare gli stessi ottimi risultati, e aggiungerci altri grandi traguardi, mai raggiunti prima, e per questo ancora più desiderati. E va detto, a onor del vero, che fino all’estate non ti si poteva rimproverare quasi nulla. Sì, però.
, sei stato l’anno in cui i miei sforzi universitari hanno finalmente dato i loro frutti, tradotti nel titolo di studio a cui tanto ambivo, e che sono riuscito a ottenere; però sei stato anche l’anno in cui la mia aspirazione – coltivata per quasi due anni – di trasferirmi in un altro ateneo più confacente ai miei progetti e ai miei interessi è stata frustrata, e nel modo peggiore per giunta, dopo avermi fatto toccare con mano il Paradiso per poi relegarmi in un Purgatorio che conoscevo già fin troppo bene.
, sei stato l’anno in cui il mio sogno di avere un cane si è avverato, però prima hai obbligato me e i miei familiari a passare attraverso un autentico calvario, vedendo morire un altro animale troppo presto e in modo troppo assurdo.
, sei stato l’anno in cui la mia squadra del cuore ha vinto il campionato dopo una lunga attesa, in cui ho ripreso felicemente in mano un hobby, quello della pittura, che avevo troppo frettolosamente chiuso in un cassetto, in cui ho completato con successo la tesi, di cui prima mi spaventava la sola idea; però sei stato anche l’anno che, tra stress, delusioni universitarie, episodi familiari spiacevoli e, dulcis in fundo, la conclusione di ciò che aveva reso tanto speciale il 2010, è riuscito a farmi detestare e auspicare la fine del mese di dicembre, che fino a oggi attendevo con un’impazienza quasi fanciullesca.
, perchè sei stato anche l’anno in cui sembrava che la stabilità affettiva-sentimentale che avevo conquistato l’anno scorso fosse destinata a durare… invece, dopo mesi ricchi di gioie e soddisfazioni, è finita arrancando e crollando in breve tempo, come Dorando Pietri sulla pista di atletica a Londra, dopo una maratona tutta in testa.
Questo non vuol dire che tu sia stato completamente da buttare, 2011. Come ho scritto, fino a fine estate ti meritavi un voto anche superiore a quello del 2010. Peccato che nei pochi mesi successivi tu abbia deciso di buttare tutto all’aria.
Non so onestamente cosa aspettarmi dal 2012, anno bisestile che porta con sè una tendenza estremamente negativa, da sfatare a tutti i costi. Magari le cose perse quest’anno saranno riconquistate, o forse ripenserò al 2011 come a una specie di età dell’oro. Nel frattempo, ci berrò sopra.
Quindi, grazie al cazzo e fanculo, 2011.
It’s time for booze.

 

Just gotta get right out of here

 

Avete presente il desiderio di evasione che a volte ti assale, senza una ragione particolare, e ti fa venire voglia di lasciarti tutto alle spalle, pensieri, luoghi e persone, preparare uno zaino con lo stretto indispensabile, e fuggire nel posto più remoto al mondo, dove nessuno sa chi sei e dove puoi reinventare completamente te stesso e la tua vita?
Beh, ultimamente mi sento un po’ così. Non è che me la passi poi così male, intendiamoci. Sono vivo, in buona salute e fisicamente integro, che è già un aspetto da non sottovalutare; la mia vita universitaria triennale si è felicemente conclusa; la mia vita universitaria specialistica è stata inaugurata da un grosso FAIL lampeggiante accompagnato da risate di scherno, ma per ora il suo palliativo (dio, sento che mi rimangerò questa frase) non si sta rivelando poi così male; la vita sociale-affettiva non presenta per ora preoccupanti minacce, almeno non in misura irrimediabile; e Mario Monti non si è ancora introdotto di soppiatto in camera mia a depredare i miei pochi dobloni. Ho persino visto finalmente esaudito il mio desiderio di avere un cane che gira per casa, piscia e caga ovunque e mi mastica il cellulare. Obiettivamente non ho di che lamentarmi.
Però, però… c’è un però. La tentazione di partire alla ventura c’è sempre, e malgrado la mia per certi aspetti sia la classica esistenza da lobotomizzato membro della società consumistica, continuo a sentire nella mia testa questa vocina che bisbiglia “vai, vai, non importa dove, ma vai”.
Siccome però a me importa eccome sapere dove vado, ho cercato di immaginare in quali posti potrei trovare asilo e rivoluzionare un po’ il mio enigmatico futuro. In sostanza, come dovrebbe essere il luogo nel quale fuggirei?
 

– deve essere un luogo sperduto, isolato, lontano dalle grandi città e dalla tipica vita urbana.
– deve essere un luogo lontano dall’immaginario collettivo e privo di attrattive per i normali turisti o viaggiatori.
– deve esserci una situazione ambientale e climatica “pura”, immersa nella natura selvaggia, senza troppi interventi umani.
– devono esserci comunque le condizioni per poter sopravvivere in modo dignitoso, sia come attività lavorative, che come infrastrutture per gli abitanti. Per dire, l’ADSL non è necessario, ma sarebbe gradevole almeno la corrente elettrica per illuminare la casa di notte, senza bisogno di dar fuoco a un cumulo di paglia.
– (facoltativo) deve far freddo, ma freddo vero. Non i 20 gradi d’estate che ti constringono a uscire di casa con il golfino, come scrive certa gente su Facebook, ma temperature sotto zero, roba da ghiacciarti la saliva in bocca.
 

Identificati i criteri, ho fatto una breve ricerca su internet, individuando alcuni posti bizzarri e ai margini della civiltà; per ognuno di essi ho valutato pro e contro, e queste sono le opzioni più quotate.
 
 

ISOLE SVALBARD (Mar Glaciale Artico)
 

Situate a nord nella Norvegia, là dove tutti i popoli della Terra possono a buon diritto essere considerati “terroni”. Un tempo era sede di miniere e basi per spedizioni al Polo Nord; ora conta una popolazione ridotta ma stabile, e grazie al Trattato delle Svalbard (firmato anche dall’Italia), è possibile trasferirsi e fare qualunque attività senza visti nè documenti particolari.
Pro: facili da raggiungere; infrastrutture presenti in buona quantità; natura quasi incontaminata; è molto trve.
Contro: si parla norvegese, che non ho voglia di imparare; sta diventando un luogo fin troppo turistico, mentre a me interessano posti dove a nessun visitatore normale verrebbe mai in mente di andare.
 
 

KLONDIKE (Yukon, Canada)
 

La regione più estrema del grande Canada, al confine con l’Alaska, dove Zio Paperone iniziò ad accumulare le sue fortune scavando le miniere col becco. Nessuno se lo caga più da quando è finita la Febbre dell’Oro, ma ridendo e scherzando qualche migliaio di abitanti lo conta ancora; il villaggio di Dawson City sembra avere quasi tutto l’occorrente per un’esistenza decente, compreso un pub, La Capra Ubriaca, che solo per il nome meriterebbe una visita.
Pro: natura e fauna spettacolare; facile da raggiungere, soprattutto se si ha un camper con i controcoglioni; si parla inglese; possibilità almeno teorica di trovare un lavoro diverso dal minatore (anche se mi verrebbe un fisico da paura); il Canada in generale è un paese civile e serio.
Contro: forse è meno isolato e affascinante di altri posti sulla mia lista… mi sa di relativamente “troppo comodo”. Anche se, a essere onesti, già trovare di che vivere in un luoghi del genere da immigrato non dev’essere così facile.
 
 

TRISTAN DA CUNHA (Oceano Atlantico)
 

Sperduto e inutile arcipelago, strategicamente posizionato in modo da essere il luogo abitato più isolato del pianeta. L’unico insediamento ha un nome estremamente cazzuto (“Edinburgh Of The Seven Seas”, anche se nessuno, neanche gli abitanti, lo chiama più così), e nelle vicinanze c’è un’isoletta, chiamata Isola Inaccessibile, dove varrebbe la pena di andare solo per piantare un cartello con su scritto “CHALLENGE ACCEPTED”.
Pro: sono abituati agli italiani, visto che in tempi passati ci sono finite due famiglie liguri; ambienti naturali pregevoli; si parla inglese; potrei risolvere in parte il problema delle malattie genetiche da endogamia.
Contro: problematico da raggiungere; ben poche attività lavorative; pare abbiano seri problemi con i vulcani.
 
 

BHUTAN (Asia Centrale)
 

Il gemello sfigato del Nepal. A sud la condizione climatica e ambientale è di tipo tropicale, ma basta spostarsi verso i monti a nord per trovare i classici villaggi inerpicati tipo Tibet. E poi la bandiera è bellissima.
Pro: le montagne più alte e belle del mondo; facile da raggiungere; buone infrastrutture.
Contro: culturalmente lontanissimo; nonostante la gente mastichi sempre più l’inglese, la lingua più parlata resta lo dzongkha, incomprensibile; netto divario tra le città a sud, dove c’è tutto di utile e niente di interessante, e i villaggi sulle montagne, estremamente suggestivi ma dove la vita mi sa di medievale e inospitale.
 
 

ISOLE FALKLAND (Oceano Atlantico Meridionale)
 

Un pezzo di Inghilterra nell’estremo Sud, con clima rigido e vento della madonna. Ben messa quanto a insediamenti e popolazione permanente; esiste addirittura un campionato di calcio, dove partecipano ben 4 squadre, e là in mezzo credo che nemmeno io potrei sfigurare più di tanto. La situazione politica è abbastanza tranquilla, ma se gli argentini dovessero nuovamente invadere le isole e reimporre la guida a destra, sarei probabilmente l’unico abitante a esserci già abituato.
Pro: quasi tutto l’occorrente per una sana vita di paese; si parla inglese e si ha anche la cittadinanza; discrete, seppur non enormi, possibilità di impiego (alla peggio si allevano pecore); facilissime da raggiungere (c’è persino un aeroporto).
Contro: a livello di paesaggi naturali non mi sembra davvero niente di che; e poi non so, manca quel qualcosa che le renderebbe un luogo davvero unico e speciale, e non un simulacro della provincia inglese più brullo e freddo.
 
 

GEORGIA DEL SUD (Oceano Atlantico Meridionale)
 

All’incirca come le Falkland, anche se molto meno abitata, più lontana, più piccola, più inutile. Il villaggio di Grytviken, l’unica cosa rassomigliabile a un insediamento abitato, in realtà comprende solo una base scientifica e un museo sulle balene; secondo Wikipedia, è abitato stabilmente da una decina di persone, alle quali vanno aggiunti i due custodi del museo.
Pro: remota e sperduta a sufficienza; bei paesaggi; la (poca) gente parla inglese.
Contro: a meno che non cerchino un terzo custode del museo, l’unica soluzione per trasferirsi e mettere insieme pranzo e cena sarebbe in qualità di scienziato, e il mio curriculum da pseudo-umanista là avrebbe il valore di un due di picche quando si gioca a Uno. Oltretutto arrivarci materialmente è un casino, a meno di possedere uno yacht con un ufficiale di rotta davvero capace.
 
 

PITCAIRN (Oceano Pacifico)
 

La leggendaria isola dove trovarono riparo gli ammutinati del Bounty e le loro squinzie polinesiane; La Stampa l’ha definita “lontana da tutto, così inutile, aspra e selvaggia, da non avere mai interessato nessuno”. Già questo le fa guadagnare molti punti.
Pro: mare stupendo e foreste rigogliose; non impossibile da raggiungere, mettendo in conto una settimana di navigazione dalla Nuova Zelanda; gli abitanti, come Margaret Mead ci insegna, hanno una concezione creativa della sessualità.
Contro: pochissime infrastrutture per condurre una vita decente; non c’è veramente niente da fare per guadagnarsi il pane, tant’è che quasi tutti gli autoctoni sono fuggiti; i pochi rimasti parlano una lingua incomprensibile, fatta di un improbabile miscuglio di tahitiano e inglese marinaresco del ‘700; e quel che è peggio, sono tutti Avventisti del Settimo Giorno: se devo ritrovarmi circondato da fanatici cristiani, tanto vale rimanere dove sono ora.
 
 

ANTARTIDE
 

Il luogo TRVE per eccellenza. Natura incontaminata nel vero senso della parola, clima rigido e inospitale (forse fin troppo) e molte basi scientifiche dove chiedere asilo. Una di esse è dotata persino di una chiesa, la chiesa più a sud del mondo, ottima nel caso il freddo estremo mi facesse impazzire e mi convincesse a riconvertirmi al Cristianesimo.
Pro: neve TUTTO L’ANNO; non impossibile da raggiungere (ci sono alcune navi che salpano dalla Terra del Fuoco per portare rifornimenti); tante foche.
Contro: come e ancor più di Grytviken, no scientist no party. A meno che non cerchino un inserviente per tenere puliti i bagni, ma suppongo che si arrangino da sè. E la situazione ambientale e climatica esclude pesantemente improvvisazioni personali.
 
 

Alla luce dei risultati, in cima alla classifica si piazza il Klondike, seguito a ruota dalle Falkland; medaglia di bronzo alle Svalbard. Con ogni probabilità, tra qualche tempo, rileggerò questo post e penserò “What the fuck?”; ma va pur detto che, nella maggior parte dei casi, i luoghi citati mi hanno sempre affascinato. Vorrà dire che interpreterò questo intervento come una specie di elenco di posti da visitare, insieme a mille altri, quando avrò vinto alla lotteria o avrò brevettato un’automobile che faccia 1000 chilometri con un litro di piscia, sarò diventato miliardario e potrò spendere il mio tempo girando a caso intorno al mondo.
Nel frattempo, come sempre, Long Live Rock n’ Roll.
 

(da quanto non lo scrivevo in calce a un post!)
 

Ama il prossimo tuo… se è bianco e cristiano

(premessa: scrivere questo post avrebbe avuto senso un paio di settimane fa, quando i fatti trattati erano ancora d’attualità; ormai sull’argomento si è detto e scritto tutto il possibile. Ma nei giorni precedenti mi era materialmente impossibile accedere al blog; e in fondo, mi sono sempre tendenzialmente fregato di trattare le notizie quando erano fresche. Tanto, visto il numero non certo impressionante di lettori che posso vantare, direi che è anche uno scrupolo inutile.)

Norvegia, 22 luglio 2011. Nel centro di Oslo un’autobomba esplode nelle vicinanze della sede del governo norvegese; poche ore più tardi, un uomo armato vestito da poliziotto scatena una sparatoria in un campo estivo organizzato dal Partito Laburista, uccidendo decine di giovani. Il duplice attentato inizialmente viene attribuito, più per forza dell’abitudine che per evidenza di prove, a qualche organizzazione terroristica di stampo islamico/jihadista; solo in seguito si scopre che il colpevole, reo confesso, è un cittadino norvegese, fondamentalista cristiano, che si autodefinisce anti-musulmano e anti-comunista, vicino alle posizioni politiche dell’ultradestra europea e autore di un lunghissimo memoriale, in cui si proclama “salvatore del Cristianesimo” e auspica una nuova crociata per liberare l’Europa da islamici e altri nemici di Dio.
Questa introduzione, a dire il vero piuttosto pleonastica (chiunque non abbia vissuto sulla Luna nelle ultime settimane sa già tutto quanto senza che ci sia bisogno dei miei riassunti), serve più che altro per delineare il contesto in cui, nei giorni successivi, tutti i principali mezzi di informazione hanno commentato la vicenda. Al di là dell’ovvia condanna alla violenza in tutte le sue forme, la maggior parte degli articoli ha insistito nel considerare quello di Anders Breivik come un gesto isolato, slegato da qualunque movimento organizzato o disegno cospiratorio, frutto più che altro della pazzia di un individuo sociopatico, che odia la società in cui vive al punto da sfogare la propria rabbia sul primo bersaglio che gli capiti a portata di mitra. Se sia giusto o meno eliminare ogni componente di integralismo religioso da un attentato compiuto da un fanatico cristiano, quando è la prima cosa a cui chiunque pensa se il colpevole è un musulmano, non è il senso del mio discorso; voglio invece concentrarmi sulle parole usate da un giornalista in particolare, Magdi Allam.
Per chi non lo sapesse, Allam è nato in Egitto da una famiglia musulmana, ma ha ricevuto un’istruzione cattolica, ha imparato l’italiano quand’era ancora adolescente e ha frequentato l’università in Italia, dove si è trasferito stabilmente ed è diventato un giornalista di grande fama. Musulmano laico, ha sempre condannato ogni forma di fondamentalismo religioso, e le sue dure critiche nei confronti del terrorismo islamico gli hanno fatto subire una condanna a morte: da anni vive sotto scorta per garantire la propria incolumità. In età avanzata, si è convertito al Cattolicesimo, facendosi battezzare dal Papa a S. Pietro e cambiando nome in “Magdi Cristiano Allam”, ed è entrato in politica fondando un partito nell’orbita dell’UDC.
Recentemente le sue posizioni nei confronti dell’Islam si sono fatte sempre più ostili (come dimostra quest’articolo riferito alla volontà della nuova giunta comunale di costruire una moschea a Milano), e il suo commento sulle stragi in Norvegia, a mio parere, è lo specchio della sua attuale visione politica:

http://www.ilgiornale.it/esteri/la_strage_norvegia_il_razzismo_e_laltra_faccia_del_multiculturalismo/24-07-2011/articolo-id=536636-page=0-comments=1

Analizziamolo, quest’articolo. Allam naturalmente condanna con vigore l’attentato, poichè nessun’idea politica o religiosa può giustificare un simile massacro di persone innocenti; tuttavia non manca di scagliare la solita, inopportuna frecciata agli ex-confratelli musulmani: “Ammettiamolo: in un primo tempo quando la pista islamica sembrava avvalorata, tutti ci sentivamo come rincuorati, probabilmente perché condividiamo la consapevolezza che questo genere di odiosi crimini contro l’umanità appartiene quasi naturalmente a dei fanatici votati a imporre con la forza ovunque nel mondo la sottomissione ad Allah e la devozione a Maometto.”  Non fa mistero del proprio sconvolgimento nell’apprendere che il colpevole, stavolta, è uno dei “buoni” e non il solito tagliagole con kefiah e turbante, ma ha già pronta la soluzione dialettica per uscire dall’imbarazzo:  “La differenza sostanziale è che mentre gli islamici che uccidono gli «infedeli» sono legittimati da ciò che ha ordinato loro Allah nel Corano e da quanto ha fatto Maometto, i cristiani che uccidono per qualsivoglia ragione lo fanno in flagrante contrasto con ciò che è scritto nei Vangeli.”  Capita l’antifona? Un simile crimine può essere compiuto da un cristiano come da un musulmano, ma nel primo caso la religione non ha colpe, dato che il messaggio di pace e amore fraterno non può essere frainteso; nel secondo caso l’assassino è quasi un credente-modello, dato che non fa altro che adeguarsi a un credo naturalmente intriso di odio e volontà di distruggere e sottomettere con la forza tutti coloro che non aderiscono a quello stesso credo. Bell’esempio di apertura mentale e parità di giudizio, detto da uno che dovrebbe conoscere l’Islam meglio di tanti europei.
Già così l’articolo potrebbe essere rapidamente archiviato alla voce “stupidaggini”, ma il meglio deve ancora venire. Convinto di aver segnato un altro punto a favore della tesi “Cristianesimo = bene; Islam = male”, il nostro Magdi Cristiano passa ad analizzare la causa sociale che a suo avviso ha condotto a questo episodio: il razzismo, che nella complessa società occidentale, altro non è che il rovescio della medaglia del multiculturalismo. Ma come, direte voi? Se il multiculturalismo si basa sul concetto che tutte le etnie e religioni possono coesistere con pari diritti e dignità, cosa c’entra con il razzismo, che sostiene apertamente che determinati popoli sono inferiori ad altri? Ecco la spiegazione:  “Razzismo e multiculturalismo commettono l’errore di sovrapporre la dimensione della religione o delle idee con la dimensione della persona. L’ideologia del razzismo si fonda sulla tesi che dalla condanna della religione o delle idee altrui si debba procedere alla condanna di tutti coloro che a vario titolo fanno riferimento a quella religione o a quelle idee. Viceversa l’ideologia del multiculturalismo è la trasposizione in ambito sociale del relativismo che si fonda sulla tesi che per amare il prossimo si debba sposare la sua religione o le sue idee, mettendo sullo stesso piano tutte le religioni, culture, valori, immaginando che la civile convivenza possa realizzarsi senza un comune collante valoriale e identitario.”  Il discorso è complesso, approfondiamolo a dovere. Secondo l’ottimo M.C., razzismo e multiculturalismo si basano entrambi sulla prepotenza: il razzismo, considerando una determinata cultura inferiore ad un’altra, ne promuove la negazione e la sottomissione; il multiculturalismo invece, sostenendo l’uguaglianza forzata di tutti i popoli, ne impone la coesistenza anche quando non c’è il substrato culturale e sociale comune per farla funzionare. Il messaggio tra le righe, insomma, è che razzismo e multiculturalismo sono due estremi complementari, apparentemente opposti ma in realtà entrambi costruiti sul presupposto che idee e valori assoluti abbiano la precedenza sugli individui e sul contesto in cui vivono. In sostanza, è come dire che religione e tossicodipendenza sono due facce della stessa medaglia, perchè (anche se in modi diversi) possono portare una persona a commettere gesti deprecabili, ma sempre con l’intenzione di alleviare le sofferenze della sua esistenza.
Tutto chiaro? Sì, ma c’è qualcosa che ancora non torna: se l’obiettivo predicato dal razzismo è un atto di violenza, per cui una popolazione superiore domina o addirittura elimina quelle inferiori, e l’obiettivo del multiculturalismo è invece una situazione di convivenza pacifica indipendentemente da credo e provenienza geografica, com’è possibile che l’uno sia l’altra faccia dell’altro? Semplice, perchè il multiculturalismo sostiene che  “l’accoglienza degli immigrati e più in generale il rapporto con il mondo della globalizzazione debbano portare a un cambiamento radicale della nostra civiltà, fino a vergognarci delle nostre radici giudaico- cristiane, a negare i valori non negoziabili, a tradire la nostra identità cristiana, ad anteporre l’amore per il prossimo alla salvaguardia dei legittimi interessi nazionali della popolazione autoctona, al punto da elargire a piene mani agli stranieri diritti e libertà senza chiedere loro l’ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole.”  Eccolo l’atto di violenza! Magdi Cristiano svela le carte in tavola, condensando in poche righe il peggio dell’ideologia xenofoba che tanto sta prendendo piede in Europa: esaltazione nazionalista della propria cultura mascherata da elogio al Bene, timori paranoici degli immigrati-invasori, territorialismo leghista stile “padroni a casa propria” e attenzione ai bisogni e ai diritti dei cittadini (mettendo ovviamente in secondo piano quelli degli stranieri), condito con il consueto stantio messaggio che l’Europa non ha senso di esistere senza Cristianesimo, e con il richiamo al rispetto delle leggi che sottintende che siano solo gli immigrati a violarle.
In questo contesto, la strage norvegese diventa la degenerazione estrema di un sentimento sotto sotto legittimo e condivisibile, e Breivik rappresenta l’esponente più violento e irragionevole di coloro che  “hanno la sensazione di non risiedere più a casa loro, che presto si ridurranno a essere minoranza e forse a esserne allontanati.”  Ferma restando la condanna alla violenza, la soluzione per evitare il ripetersi di casi simili è una sola:  “Se vogliamo sconfiggere questo razzismo dobbiamo porre fine al multiculturalismo.”

Ricapitoliamo. Un egiziano emigrato in Italia che si spaccia per protettore della libertà di culto contro il terrorismo, il razzismo e il fanatismo religioso, scrive che, se un fondamentalista cristiano fa una strage, la colpa non è dell’ideologia razzista che lo ha traviato, ma degli immigrati che lo hanno portato a superare il limite di sopportazione; che il rimedio migliore per evitare altre stragi non è insegnare alla popolazione il rispetto per chi arriva da un altro paese e adora un altro dio, ma è obbligare questa gente a starsene a casa propria; che agli immigrati non basta rispettare le leggi del paese che li accoglie – e che neanche i locali si curano di rispettare – per vedersi concedere gli stessi diritti, ma devono anche stare attenti a non calpestare “i legittimi interessi nazionali”, altrimenti è giusto che vengano respinti.
Concetti come questi sarebbero già gravi se espressi da un Borghezio qualsiasi, ma diventano inaccettabili e raccapriccianti nel caso di un musulmano africano convertito. Magdi Cristiano Allam non è emigrato in Italia per salvarsi la pelle, ma per arricchire la propria cultura; non ha mai conosciuto i dolori e le difficoltà di chi arriva da paesi disagiati, spesso dopo viaggi massacranti, non ha mai svolto i lavori umili e sottopagati che gli italiani stessi guardano con disprezzo, non si è mai trovato costretto a convivere con l’ostilità degli abitanti e delle istituzioni; eppure sputa nel piatto in cui ha mangiato per decenni e mangia tuttora, rimproverando alle persone più sfortunate di lui la colpa di venire da paesi come il suo, non importa se sono cittadini migliori di tanti autoctoni. E come se non bastasse, pur atteggiandosi da nemico del fanatismo religioso, si comporta da fanatico della peggior specie, sempre pronto a chiudere un occhio davanti agli errori della “sua” religione e a contestare all’”altra” persino le colpe non le appartengono. Non è il multiculturalismo a costituire un ostacolo per lo sviluppo della società civile, ma sono Magdi Cristiano e tutti quelli della sua risma, ipocriti parolai che, per interesse personale o per genuino disprezzo per l’altro, gonfiano le paure della gente e alimentano il clima di odio; lo stesso odio che porta una persona apparentemente normale, un pomeriggio di luglio, a sparare su dei ragazzi indifesi.

Il bicchiere dell’addio

E così, un altro anno è giunto alla fine. Tra poche ore partirò per Como, per celebrare come da consuetudine il Capodanno tra fiumi di birra, delirio e folk-viking. Sotto quest’aspetto, il copione sarà lo stesso degli anni precedenti; ciò che è cambiato è il mio stato d’animo nei confronti dei 12 mesi trascorsi dal Capodanno precedente.
Per andare subito al sodo, il 2010 è stato un grande anno. Mentre gli ultimi due si sono rivelati rispettivamente un mezzo incubo e un mediocre insieme di avvenimenti, stavolta sono riuscito a ottenere gran parte di quello a cui tenevo. Naturalmente non tutto è andato per il verso giusto: nella fattispecie, dal punto di vista dei rapporti umani si sono ripresentati i litigi e le incomprensioni che hanno caratterizzato gli anni passati, con le conseguenti, dolorose separazioni. Ho decisamente sofferto per gli avvenimenti in questione, ma non rimpiango una sola delle mie decisioni in merito: messo di fronte a una scelta, ho preso quella che ritenevo giusta e ne ho affrontato dignitosamente le conseguenze, senza fare marcia indietro nè cercare impossibili mediazioni. E ritengo, alla fine e lucidamente, di aver fatto la mossa migliore.
Un’altra cosa che purtroppo mi ha guastato parecchio l’umore e provocato notevole rabbia, è l’università. Non tanto per gli esami in sè, che pure mi hanno fatto penare parecchio, ma che sono riuscito quasi sempre a gestire, trovandomi oggi, a fine dicembre, quasi a un passo dalla laurea; ciò che mi ha fatto incazzare oltre ogni limite sono stati gli intoppi burocratici, la gestione scriteriata di corsi e appelli, il menefreghismo delle strutture addette alle informazioni e ai servizi, il caos totale a cui è stato destinato il mio ordinamento, i cui iscritti vengono abbandonati a se stessi, mentre le nuove matricole sono assistite e coccolate. Non so, ora come ora, se dopo la laurea proseguirò in Bicocca per la specialistica; ma se fino all’inizio di quest’anno propendevo quasi senza dubbio per il sì, adesso sto seriamente cercando soluzioni alternative, avendo ormai esaurito pazienza e riguardo.
Per fortuna le cose positive sono ben maggiori: come ho accennato, con gli esami la situazione non è più così malvagia: la prossima sessione potrebbe essere l’ultima prima della laurea, dipende da quanto riuscirò a rendere. Anche il tirocinio, che inizialmente era l’aspetto che più mi spaventava e angosciava, si è rivelato una passeggiata, grazie all’ambiente estremamente disponibile e accogliente che ho trovato all’ospedale San Paolo. Ho sempre trovato il tempo per coltivare i miei hobby, soprattutto la musica, che quest’anno mi ha regalato soddisfazioni davvero enormi con le nuove uscite (nonostante il dolore per varie malattie e dipartite, in primis l’immenso Ronnie James); ho visto bei concerti e fatto delle belle vacanze, nonostante le premesse quantomeno preoccupanti; non sono riuscito purtroppo a trovare lavoro come avrei voluto, ma per fortuna non sono ancora in una situazione da allarme rosso.
In realtà non c’è da perdersi in chiacchiere: se questo 2010 si è rivelato di gran lunga migliore dei precedenti concorrenti, il merito è soprattutto di una persona. Una persona che, in questi mesi, mi ha dato così tanto, che spesso sono colto dal pensiero di non ripagarla quanto meriterebbe. Una persona che ha finalmente portato nella mia esistenza l’equilibrio che mancava, e che a lungo ho cercato nelle persone sbagliate, o in quelle che, semplicemente, potevano darmi solo altre cose. Una persona che ho imparato a conoscere ed amare, e che ha fatto lo stesso con me, vedendo in me aspetti e sfumature positive che a cui nemmeno io avevo dato il giusto peso in passato. Una persona che, ora che è al mio fianco, spero vi resti il più a lungo possibile, perchè l’impalcatura della mia vita che adesso è finalmente stabile come volevo io, crollerebbe di colpo se perdesse il suo pilastro-chiave. Una persona che, quando leggerà queste righe, spero sorrida, anche se probabilmente neppure questo potrà rendere appieno l’idea di quello che provo, così difficile da tradurre in forma scritta.
A oggi sono quasi 11 mesi: non è tantissimo, anche se è enormemente maggiore della media delle mie relazioni precedenti. Non avendo mai provato direttamente l’esperienza di una storia duratura, mi trovo di fronte a un territorio inesplorato. Questo pensiero tempo fa mi avrebbe spaventato, avrei temuto di combinare qualche sciocchezza e rovinare tutto, o anche semplicemente di assistere alla fine naturale di un rapporto quando viene a mancarne l’energia vitale. Ma questo, appunto, tempo fa: adesso io guardo al futuro con ottimismo e il sorriso un po’ sprezzante di chi non ha nulla da temere, perchè ha finalmente trovato il punto fermo a cui appoggiarsi per iniziare a costruire la felicità, quella vera. Sono parole pesanti, vero? Tempo fa mi sarei rifiutato di scriverle, pensando alle conseguenze. Ma questo, appunto, tempo fa.
E se stasera posso seriamente pensarle, queste parole, se stasera posso permettermi di affrontare l’anno nuovo con la serenità e la soddisfazione di chi ha già le cose davvero importanti, e non con il desiderio di riscatto dopo un raccolto di delusioni e fallimenti, lo devo soprattutto a te. Un “grazie” non rende molto l’idea, ma nella sua semplicità è un ottimo regalo per chiudere il 2010. Ne avrai molti altri nei mesi a venire, te lo prometto.
Per cui, grazie, piccola.
Non vedo l’ora che arrivi la mezzanotte.