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10 motivi per cui “Capitan Tsubasa – World Youth” è una boiata pazzesca

 

Io adoro “Holly & Benji”, ok? Fin da piccolo, come molti della mia generazione, ho guardato con esaltazione i cartoni in tv, ho sognato di saper segnare in rovesciata e bucare la rete con tiri formidabili. Siamo stati tutti bambini, d’altronde. Nonostante, crescendo, certe esagerazioni diventassero da fenomenali a grottesche, mi sono sempre considerato un fan della serie animata e del fumetto. Quando poi, nella primavera del 2004, è iniziata anche in Italia la pubblicazione della “nuova” serie “Capitan Tsubasa – World Youth” (in cui Holly, Benji e gli altri giocatori, diventati ormai maggiorenni, partecipano con il Giappone al Mondiale Under-20), il mio entusiasmo era ai massimi livelli. Sembrava un sogno divenuto realtà: i personaggi dei cartoni nel mondo reale!
Oggi, dopo otto anni, dopo aver riletto infinite volte i 18 volumi della serie, dopo aver tentato in tutti i modi di chiudere un occhio su tutte le sue incongruenze e assurdità, devo vuotare il sacco: “Capitan Tsubasa – World Youth” è una vera PORCHERIA.
(le serie successive, quando i protagonisti vanno a giocare in Europa in mezzo ai calciatori reali, sono anche peggio, ma lasciamo perdere)
Analizziamo insieme le 10 caratteristiche più gravi.

 
N.B. per venire incontro a chi non ha letto il manga, i nomi utilizzati saranno quelli dell’adattamento italiano, in luogo degli originali giapponesi.

 

 

1. Personaggi citati, esaltati e mai apparsi.

 

Oltre ai grandi giocatori europei e sudamericani che si erano già visti nella serie precedente, il torneo internazionale under-14 (vinto dal Giappone contro la Germania), durante la serie compaiono diversi giocatori stranieri, tutti descritti come fortissimi. Nessuno di questi viene però mai visto all’opera nei vari volumi; anzi, di tutte le partite della fase finale, le uniche a essere mostrate sono quelle del Giappone. Neanche tutte, a dire la verità: la semifinale contro l’Olanda, che rappresenta anche un conto in sospeso tra Benji e il capitano olandese, viene solamente descritta attraverso un articolo di giornale di un paio di pagine (anche se si è scoperto che il fatto era dovuto a un’incomprensione in materia di budget tra l’autore e l’editore). Per non parlare di tutte le tecniche e i tiri inventati dai giocatori giapponesi, che si rivelano efficacissimi quando vengono eseguiti la prima volta, ma non vengono MAI più riproposti.

 
2. Nippo-centrismo.

 

E’ abbastanza ovvio che, essendo la serie incentrata sulla nazionale giapponese, sia quest’ultima a vincere alla fine il grande torneo, anche se mi pare esagerato che ciò avvenga vincendo tutte le partite, qualificazioni e amichevoli comprese. Ma non è assolutamente necessario, ai fini della trama, che vari personaggi di altri paesi si rivelino di origine giapponese; così come non è necessario che il campionato, inizialmente organizzato da un immaginario stato africano, venga all’ultimo minuto trasferito proprio in Giappone. Tutti questi elementi non fanno che altro evidenziare il fastidiosissimo favoritismo che l’autore riserva ai suoi protagonisti.
Piccola aggiunta: lo stadio della finale viene descritto con una capienza di 500.000 spettatori, più di quattro volte quella del più grande stadio di calcio al mondo. Voglio sperare che sia un errore della traduzione italiana.

 
3. Capacità sovraumane.

 

Le “saghe” precedenti del fumetto, quando i protagonisti erano ancora ragazzini delle medie, ci avevano già abituato a tiri e azioni al limite dell’incredibile (basti pensare alla famosa “catapulta infernale” dei gemelli Derrick): ma in CT-WY si supera il limite del buon senso. A tal proposito bisogna fare una distinzione tra ciò che è realizzabile anche con estrema difficoltà, e ciò che NON è proprio realizzabile da un essere umano senza superpoteri. E’ possibile che un calciatore colpisca la palla avvitandosi in rovesciata, centri la porta anche tirando da grande distanza o scarti tutta la squadra avversaria un giocatore dopo l’altro. NON è possibile, invece, che riesca a saltare così in alto da superare con i piedi la testa dell’avversario; NON è possibile che, colpendo il pallone di tacco, gli imprima un tale effetto che questo, rimbalzando a terra, torni indietro con un singolo balzo di diversi metri; NON è possibile che un essere umano sappia muoversi tanto rapidamente da “impedire che lo sguardo si fissi su di lui” (sic!); NON è possibile che una persona, ruotando su se stessa, possa spiccare un salto a traiettoria circolare, per giunta tenendo il pallone immobile sul piede; NON è possibile che due calciatori, anche dotati di una sincronizzazione perfetta dei movimenti, colpiscano contemporaneamente il pallone in modo che quest’ultimo sembri “sdoppiarsi” all’occhio umano; e NON è possibile che un calciatore sappia colpire la palla a una velocità superiore ai 200 km/h (il dato viene rilevato da dei tizi vestiti da scienziati sugli spalti, dotati di autovelox).

 
4. Aperto disprezzo delle leggi della fisica.

 

Direttamente collegato al punto precedente, c’è tutto quell’insieme di traiettorie, effetti e impatti che non solo sono oltre le capacità umane, ma sovvertono le leggi stesse della fisica. E’ dunque impossibile che il pallone, dopo essere rimbalzato al suolo e avere quindi perso gran parte della propria energia cinetica, possieda ancora potenza sufficiente a bucare la rete; è impossibile che il pallone colpisca la suola di uno scarpino così violentemente da strappare i tacchetti; è impossibile che un calciatore, spalle alla porta, colpisca la palla di lato imprimendo un effetto “a boomerang”, in modo che essa attraversi tutta l’area con una curva a U, entrando in porta, di fatto, lateralmente; è impossibile che un giocatore possa ruotare su se stesso per accumulare potenza e poi colpire il pallone dopo aver bloccato e rilasciato la gamba come se fosse una freccia in un arco, senza che il compimento della seconda azione dilapidi la “potenza” ottenuta nella prima.
Una menzione speciale la merita il LEVIN SHOT. La tecnica, che in uno slancio di modestia prende il nome dal suo inventore, consiste nello “strisciare” il pallone colpendolo di lato dall’alto verso il basso: in questo modo il pallone (che nella realtà rimbalzerebbe a terra e rotolerebbe via) inizia a ruotare vorticosamente rimanendo perfettamente sospeso in aria, e viene poi colpito normalmente con il collo del piede, acquisendo il moto rotatorio di un proiettile. Con questo tiro la palla è in grado di distruggere letteralmente i guanti del portiere, e di continuare a ruotare anche dopo aver sbattuto più volte contro oggetti e pareti, persino dopo essersi fisicamente incastonata in un cartellone pubblicitario (senza peraltro subire nessun danno). Tutto questo nel fumetto ha perfettamente senso.

 

5. Aperto disprezzo delle regole sul gioco pericoloso.

 

Anche se l’arbitro ha la facoltà, entro certi limiti, di interpretare l’azione in base a criteri personali, esistono gesti che non sono assolutamente consentiti. Invece vediamo un giocatore thailandese che, essendo anche un lottatore di thai-boxing, colpisce pallone e avversario insieme con autentiche mosse di arti marziali, senza che sia fallo; vediamo giocatori entrare in scivolata VERSO L’ALTO, colpendo l’avversario in volo alle braccia e alle gambe, senza che sia fallo; vediamo Holly, il protagonista, che per superare i difensori avversari, prende slancio saltando sulle loro gambe come se fossero dei pali piantati in verticale, senza che sia fallo (e senza che le gambe dei difensori si distruggano). Ma soprattutto vediamo sempre Holly, in finale, recuperare un pallone in volo piegandosi e “avvolgendolo” tra la pancia e le ginocchia; gli avversari cercano di rinviare la palla calciandola insieme a lui, ma tutti i suoi compagni di squadra, tuffandosi in massa alle sue spalle, gli permettono di “precipitare” in rete con il pallone, travolgendo difensori e portiere. Per l’arbitro è tutto perfettamente regolare.

 

6. Realismo dei match.

 

Parlando di normali momenti di gioco, in CT-WY si vedono una ventina circa di partite. E in questa ventina di partite non viene mai fischiato nessun fuorigioco; viene battuto un solo calcio di punizione (in gol) e nessun calcio di rigore; vengano estratti in tutto 2 cartellini gialli (allo stesso giocatore per giunta) e 2 rossi.

 

7. Infortuni.

 

Chiunque segua con un minimo di attenzione il calcio vero, si accorge facilmente che gli infortuni, nelle partite e negli allenamenti, sono molto comuni. Gran parte di essi sono di natura muscolare (stiramenti, strappi, lesioni varie), o riguardano tendini e legamenti. In CT-WY i calciatori si infortunano solo in due modi: investiti da un mezzo motorizzato, o ricevendo violente pallonate. In entrambi i casi, si assiste ad ampie emorragie esterne anche se la lesione è interna, e alla distruzione quasi totale dell’abbigliamento intorno alla zona colpita (specialmente i guanti da portiere).

 

8. Assenza di informazioni.

 

Il campionato mondiale under-20 non è un torneo di quartiere: è una manifestazione internazionale organizzata dalla FIFA, a cui partecipano giocatori generalmente professionisti o ingaggiati dai settori giovanili di club di primo livello. Per questo motivo è semplicemente assurdo che alcuni giocatori e i loro “tiri segreti” possano essere tenuti nascosti agli avversari, che quindi non riescono a trovare contromisure adatte: nella realtà, di ogni calciatore nella rosa di qualunque nazionale gli addetti ai lavori conoscono generalità, esperienze calcistiche e abilità.
Nonostante tutto ciò, in finale compare dal nulla un giocatore che viene direttamente dall’Amazzonia (!), di cui non si sa nulla e che non ha mai partecipato neanche ad un allenamento della sua squadra, senza che nessuno, nè i giornalisti nè i membri dello staff tecnico, abbia rilevato l’anomalia (ricordo che prima di ogni partita all’arbitro vengono consegnate le liste dei giocatori in campo e in panchina, quindi l’assenza nell’intero stadio di un giocatore segnato come disponibile dovrebbe essere almeno notata).

 

9. Onnipotenza del protagonista.

 

Qua usciamo un attimo dal realismo calcistico per occuparci della storyline. E’ chiaro che, prendendo la serie il proprio nome dal protagonista, quest’ultimo sia su un livello superiore a quello dei suoi compagni: ma uno dei temi principali della storia è proprio l’importanza del gioco di squadra, della coesione tra i calciatori, dello spirito di sacrificio e della volontà di ognuno di fare la propria parte per arrivare al grande traguardo. Peccato che, nelle fasi finali del torneo, tutti i gol del Giappone siano realizzati da Holly. Holly che, in generale, è un dio tra gli esseri umani: l’unico della squadra a essere sempre in forma, a non soffrire mai il dolore e la stanchezza, a non avere mai un pensiero negativo o un momento di sconforto; l’unica volta che riceve un “rimprovero”, è perchè gioca volontariamente al di sotto delle proprie possibilità per permettere ai compagni di stare al passo. Va inoltre detto che, come appare più volte nella serie, è in grado, senza nessun allenamento e dopo una sola osservazione, di impadronirsi di tecniche che gli inventori hanno impiegato mesi per sviluppare.

 

10. Funzione salvifica del protagonista.

 

Come se non bastasse lo strapotere fisico, Holly è capace, grazie alla sua positività e al suo amore per il calcio, di “convertire” gli avversari. Molti di essi vengono caratterizzati come freddi, violenti, scorretti, arroganti, che provano quasi gusto a fare del male agli altri; ma durante e dopo la partita, con poche semplici parole, vengono trasformati in esempi di sportività e nobiltà d’animo, e per il resto della serie traboccano di amore e gratitudine per il protagonista.

 

 

Insomma: Yoichi Takahashi, vaffanculo.

 

A night to remember: Yes live at Teatro Smeraldo, 24/11/2011

 

“Il prog rock era ascoltato da sfigati studenti di politecnici, con pantaloni a zampa e cappotti montgomery, che non avevano mai avuto una ragazza, assistevano ai concerti seduti a gambe incrociate e si riunivano a bere caffè da tazzone scheggiate discutendo sull’origine dell’universo…”

 

Con queste parole il sito “Punk77” liquida sarcasticamente una delle scene più complesse, variegate e artisticamente floride della storia della musica moderna. Al di là dell’aspetto di ribellione sociale, è innegabile che la violenza diretta del punk fosse anche una risposta provocatoria a una musica, il progressive, fatta di canzoni lunghissime e iper-articolate, piene di tecnicismi fino all’autocompiacimento, e condite con testi ermetici e difficili da interpretare. Il massimo esempio, la summa di tutto ciò che di negativo aveva il prog secondo la filosofia punk era “Tales From Topographic Oceans” degli Yes: 4 brani da più di venti minuti ciascuno, testi pregni di simbolismi e richiami induisti, un disco capace di dividere gli stessi fan della band, in bilico tra capolavoro assoluto e ammasso di composizioni deliranti di artisti che si sono montati la testa. Di fronte a un lavoro simile, il punk “doveva esplodere”, una musica del genere poteva piacere solo a un’elite di individui snob e supponenti ed era ormai destinata all’estinzione, come i dinosauri.
Si potrebbe obiettare che gli appassionati di un genere che fa dei suoni grezzi e della mancanza di tecnica un motivo di vanto, non abbiano la capacità di comprendere e giudicare certi dischi e certe band… ma mi limiterei a dire che, nonostante quei drastici giudizi, il progressive inizia la sua quinta decade di vita in piena salute. Diversi artisti sono tornati insieme dopo anni di silenzio (soprattutto in Italia), i concerti registrano un buon numero di spettatori anche tra i giovani e anche il materiale inedito è qualitativamente degno dei bei tempi: solo per quest’anno potremmo citare i graditi ritorni del Re Cremisi Robert Fripp e di Steve Hackett, oltre proprio ai citati Yes, che con “Fly From Here” sono tornati ai livelli di eccellenza di una volta. La band è riuscita a metabolizzare anche l’abbandono (temporaneo?) del leggendario cantante e membro fondatore Jon Anderson, bloccato da seri problemi di salute, reclutando da una sconosciuta cover band canadese Benoit David, 45 anni e un timbro apparentemente simile a quello del suo predecessore: la sua prestazione sull’ultimo album è stata davvero ottima, e ora lo attende al varco una prova ben più difficile, ovvero misurarsi dal vivo sul materiale classico.
La band sale sul palco dello Smeraldo aprendo subito con il botto: la storica Yours Is No Disgrace mette subito in chiaro la caratura tecnica dei musicisti, ma purtroppo mette anche a nudo l’osservato speciale al microfono: il buon David infatti ce la mette tutta, ma le note più alte lo sottopongono a uno sforzo davvero notevole, costringendolo anche a un paio di stecche che fanno rumoreggiare il pubblico. Le successive Tempus Fugit e I‘ve Seen All Good People ribadiscono il concetto; in positivo, invece, va segnalata l’ottima prova del redivivo Geoff Downes alle tastiere, rientrato nella band dopo più di 30 anni e perfettamente a suo agio nel ruolo che, in altri tempi, era stato di un autentico fuoriclasse come Rick Wakeman. Con Life On A Film Set, dall’ultimo album, la situazione del cantato migliora, a dimostrazione che, sul suo materiale, David è decisamente sicuro; purtroppo, subito dopo, sul classico And You And I, uno dei brani simbolo dell’età dell’oro targata Anderson, offre la prestazione forse meno convincente dell’intera serata, anche se le magie strumentali degli altri componenti portano sicuramente il bilancio in attivo.
Giunge il momento in cui i riflettori del teatro si dedicano interamente al grande Steve Howe e alla sua chitarra acustica: la base è un medley tra la recente Solitaire e la storica The Clap direttamente dal 1971, ma con una buona dose di variazioni sul tema: l’assolo in generale è molto intimo e suadente, senza particolari esibizionismi, come a dire che, nel nuovo millennio, il progressive può permettersi di abbandonare qualche fronzolo e concentrarsi sull’atmosfera e il coinvolgimento emotivo. Una piccola pausa e si riparte con uno dei momenti più attesi: la title-track dell’ultimo album viene riproposta nella sua fantastica interezza; ventiquattro minuti di qualità e melodie, tastiere dal sapore anni ’80 (non a caso si tratta di un pezzo composto ai tempi di “Drama”, 1980, poi messo da parte e in seguito completamente restaurato e migliorato) e un David di nuovo in forma come in studio.
Dopo un altro assaggio di passato e presente con Wonderous Stories e Into The Storm (concedetemi la battuta: ma quante altre volte verrà utilizzato questo titolo già iper-abusato?), si entra nel climax conclusivo, dove la qualità inevitabilmente si alza: Heart Of The Sunrise è un tuffo al cuore per gli appassionati ed esalta ancora una volta la bravura superiore di Howe e Chris Squire, ma è al tempo stesso un altro colpo per David, ancora in difficoltà; la situazione migliora un po’ con la celebre Starship Trooper, arricchita da un finale di improvvisazioni strumentali che scioglie definitivamente tutti i musicisti: persino Steve Howe, generalmente placido e composto, saltella e balla in barba all’età. Giusto il tempo per un’altra lezione di grande musica chiamata Roundabout, e poi tutti a casa.
Che altro dire? Si può rimandare a giudizio il nuovo cantante (ma siamo così sicuri che un Anderson in salute, con la carta di identità che recita 67 anni, sia ancora in grado di cantare come su “Yessongs”?), si può far notare la freddezza della band, fin troppo distaccata e di poche parole nell’ambito di un concerto pur sempre rock; io personalmente mi permetterei di dire che concerti del genere, con questa scaletta e questo spessore tecnico, se ne vedono e se ne vedranno sempre meno; conviene approffittarne ora finchè è possibile, perchè il timore è che, tra un po’ di anni, ci ritroveremo tutti a rimpiangere questi gruppi leggendari che hanno lasciato tanti ammiratori, ma pochi degni eredi.

 

 

Yours Is No Disgrace
Tempus Fugit
I’ve Seen All Good People
Life On A Film Set
And You And I
Guitar solo
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Fly From Here
Wonderous Stories
Into The Storm
Heart Of The Sunrise
Starship Trooper
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Roundabout

 

A night to remember: Atheist live in Trezzo sull’Adda, 27/04/2011

1993: la guerra infuria nei Balcani, Mandela vince il Nobel per la pace e la politica italiana è sconvolta dalle fondamenta dallo scandalo ribattezzato “Tangentopoli”. Da un punto di vista meno impegnato, è anche l’anno in cui il mondo del death metal viene rivoluzionato da una serie di uscite destinate a cambiare la storia di un genere ancora giovane. Death, Cynic, Pestilence e Atheist: quattro nomi diversi (tre americani e uno olandese), con esperienze diverse alle spalle, ma tutti attivi in quel fatidico anno. Le loro pubblicazioni, rispettivamente “Individual Thought Patterns”, “Focus”, “Spheres” e “Elements”, inondarono di creatività un ambiente ancora saldamente legato alle istruzioni impartite per primi da Possessed e Slayer, e ribadite dai primi colossi della scena svedese e americana: picchiare più duro e più veloce possibile. Senza dimenticare l’aspetto prettamente violento della propria proposta musicale, questo ristretto gruppo di pazzi visionari riempì i propri spartiti di cambi di tempo continui, assoli intricatissimi, follie compositive, influenze prog, fusion, persino elettroniche. Sembrava l’esordio di un nuovo importante genere, ma il seguito della storia è ben noto: i Death proseguirono fino a raggiungere l’eccellenza assoluta, prima di spegnersi tragicamente insieme al loro fondatore e profeta, l’immenso Chuck Schuldiner; quanto alle altre tre band, si resero semplicemente conto di non poter superare il livello di quei dischi mitici, e decisero di sciogliersi e percorrere altre strade.
Ma la tentazione di rimettersi in gioco a quanto pare era troppo forte, o forse lo era la devozione dei fan più anziani che non avevano dimenticato, o di quelli più giovani che avevano scoperto in ritardo quelle perle: così nel 2006 si avvera il sogno di ogni appassionato del cosiddetto “technical death metal”, con la reunion di Atheist e Cynic, seguiti qualche tempo dopo dai Pestilence. All’inizio solo qualche data live, giusto per riscoprire i sapori di una volta; poi arriva il momento della prova più difficile, il ritorno in studio per comporre nuovo materiale. Ed è qui che i primi nasi iniziano a storcersi: i Pestilence pagano un calo di ispirazione inaspettato, bloccandosi su un livello qualitativo francamente mediocre, mentre i Cynic, pur mantenendo intatta la bellezza della loro musica, troncano quasi ogni legame con il death, avvicinandosi sempre di più al prog propriamente detto. E gli Atheist? Il quintetto capitanato dall’acciaccato Kelly Schaefer (che deve accontentarsi del microfono a causa di una brutta tendinite, che da tempo gli impedisce di suonare la chitarra) è stato quello che ha impiegato più tempo a dare alle stampe il nuovo album, ma l’attesa è stata ripagata: “Jupiter”, uscito a fine 2010, è un disco violento, veloce, tecnico e ispirato; un disco che non arriverà ai livelli di “Elements”, e forse neanche del debut “Piece Of Time”, ma che suona Atheist al 101%, e da cui nessun fan potrebbe dirsi deluso.

Perchè questo lungo preambolo? Per cercare di farvi capire l’importanza storica e artistica della band che mercoledì 27 è salita sul palco del Live Club di Trezzo, e quanto sia stata penosamente scarsa, a confronto, l’affluenza di pubblico. Che la musica degli Atheist non sia facile da digerire per molti palati (anche quelli più metallici) è evidente, ma vedendo gruppi di post-adolescenti senza un quarto della loro bravura che hanno un successo ampiamente maggiore, non si può non pensare che i conti non tornino.
Tornando invece allo show, ad aprire per gli Atheist sono gli Exhumed, band che onestamente avevo sentito nominare solo un paio di volte, senza mai ascoltare nulla: mi aspettavo il “solito” gruppo grind marcio e standardizzato, ma i californiani mi hanno sorpreso con pezzi sicuramente molto pesanti, ma ricchi di inserti melodici ed elaborati, soprattutto negli assoli; evidentemente il gruppo, nel corso della propria carriera, ha deciso di innovarsi alleggerendo e variando il sound. Molti puristi avranno da ridire, ma la mia impressione personale è positiva, grazie anche alla loro ottima presenza scenica: se dovessi incrociarli di nuovo in qualche festival, cercherò di non mancare al bis.
Ma con l’headliner si sale di livello, e di parecchio: guidata dal carisma e dalla voce al vetriolo di Kelly, fisico da ventenne anoressico ma grinta da veterano qual è, la band è in grande forma e spara in faccia ai pochi, fortunati presenti una carrellata di brani che non hanno bisogno di presentazioni. Unquestionable Presence, Mineral, Your Life’s Retribution, Mother Man sono solo alcuni dei pezzi più convincenti, suonati con grande energia e in modo impeccabile, nonostante la notevole difficoltà tecnica; quanto alle nuove canzoni, come Second To Sun e Faux King Christ, dal vivo dimostrano di non avere molto da invidiare ai classici; anche i suoni, un po’ confusi per gli Exhumed, dopo qualche imperfezione iniziale vengono sistemati a dovere, permettendo di apprezzare anche il complesso lavoro di basso di Travis Morgan, che non fa rimpiangere un autentico mostro sacro del genere come Tony Choy. Perfette le chitarre, un po’ in ombra forse Steve Flynn alla batteria, che comunque non sbaglia un colpo. L’unico piccolo neo riguarda la scaletta, che oltre a essere un po’ troppo breve, pur essendo abbastanza eterogenea, finisce per trascurare paradossalmente proprio “Elements” (due soli pezzi suonati), che secondo gran parte di critica e pubblico rappresenta il loro lavoro migliore.
L’aspetto che forse mi ha colpito più positivamente, però, è l’atteggiamento disponibile e umile della band: Kelly per buona parte del concerto esorta il pubblico a rimanere al locale “per fumare e bere con lui”, e anche i suoi compagni mantengono la parola data; poco dopo la chiusura sulle note di Piece Of Time, tutti i musicisti si prestano volentieri all'”assedio” degli spettatori, per firmare autografi, scattare foto o anche scambiare quattro chiacchiere sorridenti. Sicuramente il ristretto numero dei presenti ha facilitato questo clima di intimità, ma a mio parere rimane qualcosa di lodevole: vedere una band che, pur avendo (come ho detto all’inizio) più di un motivo per tirarsela, dimostra di avere a cuore i propri fan e di passare volentieri del tempo con loro, fa sicuramente piacere… e porta anche a pensare a certi artisti che si credono divinità scese in terra e trattano i propri ammiratori con distacco e quasi fastidio, a volte senza neppure poterselo permettere.
Poco male, lode agli Atheist e speriamo che il futuro, stavolta, sia più stabile e fruttuoso.

P.S. ultima considerazione: il Live non sarà capiente come l’Alcatraz nè tantomeno vicino al centro, ma è accogliente, comodo da raggiungere (5 minuti dall’uscita di Trezzo dell’A4), ha un ampio parcheggio, una sala fumatori con giardino interno e all’aperto (non come lo sgabuzzino di via Valtellina), si beve bene e anche l’acustica è assolutamente all’altezza. Forse i promoter dovrebbero tenerlo più in considerazione.

SETLIST:

Unquestionable Presence
On They Slay
Second To Sun
Mineral
Fraudulent Cloth
An Incarnation’s Dream
Live And Live Again
Your Life’s Retribution
Air
Mother Man
Faux King Christ
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Piece Of Time

L’angolo della letteratura: R. A. Heinlein, “Stella doppia”

Bentornati, miei sparuti amici!
Sono ben lieto di riaprire l’angolo della letteratura, per la prima volta dopo… uhm… cinque anni?
Il libro che vi recensirò oggi è “Stella doppia” di Robert Anson Heinlein, uno dei “pezzi da novanta” della letteratura fantascientifica americana: il romanzo, uscito nel 1956, è stato subito oggetto di critiche positive, e ha vinto il Premio Hugo per il miglior romanzo (l'”Oscar” della fantascienza), premio che Heinlein vincerà altre tre volte negli anni ’60.
La storia è ambientata in un futuro non meglio precisato, in un Sistema Solare abitato da altre razze oltre a quella terrestre: l’umanità ha colonizzato buona parte dei pianeti vicini, intrattenendo con gli indigeni rapporti che vanno dalla pacifica indifferenza allo sfruttamento vero e proprio. Politicamente, le nazioni della Terra sono state riunite in un unico impero interplanetario, guidato dalla casata d’Orange, e la forma di governo in uso è una monarchia parlamentare bipartitica: alla maggioranza c’è il Partito dell’Umanità, xenofobo, populista e fortemente conservatore, che si batte appunto per la supremazia della razza umana e vede nello Spazio una terra di conquista da sfruttare; all’opposizione c’è invece il Partito Espansionista, progressista e liberale, che aspira a una galassia basata sul libero scambio di merci e persone, dove tutte le razze abbiano pari diritti.
In questo scenario si muove il protagonista, Lorenzo Smythe, in arte “Il Grande Lorenzo”: un attore di teatro sveglio e talentuoso ma perennemente al verde, dotato di una parlantina sciolta e una discreta faccia tosta. Un giorno, seduto a un bar, attacca bottone con uno “spaziale” (ovvero una persona che, per lavoro o altri motivi, è spesso via dal pianeta) di nome Dak Broadbent, sperando di entrare nelle sue grazie quel tanto che basta da farsi prestare qualche soldo: effettivamente il suo sforzo è premiato, perchè di lì a poco, un preoccupatissimo Broadbent lo contatta per offrirgli un lavoro urgente e ben retribuito. Purtroppo non è quello che Lorenzo si aspetta: appena arriva a destinazione, assiste all’omicidio di un marziano che tentava di aggredire lui e il suo nuovo datore di lavoro, ed è anche costretto ad occultare il cadavere e darsi alla fuga. Broadbent, senza troppe spiegazioni, lo trascina in un razzo in partenza dalla Terra e scappa con lui alla volta di Marte. Solo nello spazio aperto si decide a raccontare la verità all’esterrefatto attore: lui e i suoi uomini lavorano per il Partito Espansionista, il cui leader, l’onorevole John Joseph Bonforte, è stato rapito da ignoti senza lasciare traccia.
La situazione è estremamente critica: Bonforte è l’uomo più amato e odiato sulla Terra, metà dell’umanità lo venera come il Messia di una nuova era di pace tra terrestri ed extraterrestri, mentre l’altra metà lo considera un traditore degli ideali dei suoi simili. Come se non bastasse, il rapimento è avvenuto alla vigilia di un fondamentale evento politico: Bonforte era infatti diretto su Marte per partecipare a una complessa cerimonia indigena, al termine della quale sarebbe stato “adottato” da una famiglia del pianeta, diventando un marziano a tutti gli effetti; un gesto senza precedenti che avrebbe avvicinato due culture molto distanti, garantendo enormi vantaggi politici, economici e sociali a entrambe le parti. Se Bonforte non riuscisse a presenziare a quella cerimonia, sarebbe un disastro: la popolazione marziana, incredibilmente tradizionalista e orgogliosa, non perdonerebbe mai uno sgarbo simile e nessuna giustificazione verrebbe accettata: anni di sforzi e trattati verrebbero vanificati, si correrebbe persino il rischio di una sanguinosa guerra tra i due pianeti. Per questo motivo lui, Lorenzo (scelto tra migliaia di altri attori grazie anche alle sue caratteristiche fisiche), dovrà impersonare Bonforte, andare su Marte e partecipare alla cerimonia di adozione, senza che nessuno sospetti nulla. Non solo dovrà appropiarsi dell’aspetto, della voce e della mimica di Bonforte, ma anche memorizzare una quantità incalcolabile di nozioni e ricordi in modo da “ingannare” anche gli amici intimi del suo personaggio, oltre a imparare il complesso rituale marziano senza la minima esitazione; un’impresa quasi impossibile, considerando anche che Smythe non sa nulla di politica e i marziani li detesta, al punto da non sopportarne neanche l’odore.
Ma questa rischia di non essere neppure la più difficile delle sfide che il nostro attore è destinato ad affrontare: sì, perchè il Bonforte originale deve ancora essere trovato; e anche qualora ciò accadesse, chi può garantire che le sue condizioni siano abbastanza buone da permettergli di riprendersi il suo posto?
La storia – narrata in prima persona – si dipana così tra colpi di scena e situazioni paradossali, sempre scandita dalla pungente ironia del protagonista (autentica maschera per i pensieri e le idee dell’autore). E’ forse questo il vero punto di forza del romanzo: vengono trattati argomenti profondi e attuali allora come oggi, tra cui i pregi e i difetti della monarchia e della democrazia, la contrapposizione tra liberismo e protezionismo, il rapporto tra popolazioni evolute e primitive, i diritti umani ecc., sempre con un linguaggio vivido, scorrevole e sagace, che stimola il lettore alle stesse riflessioni dei personaggi. In più, è da evidenziare il lucidissimo realismo con cui Heinlein descrive i marziani: usanze, abitudini, aspetto fisico e persino la lingua sono trattate in modo assolutamente credibile. Lo stesso vale per gli aspetti più “futuristici” e tecnologici, come i viaggi spaziali e le città su altri pianeti: nulla viene dato per scontato o lasciato al caso.
Per concludere, si tratta del romanzo più politico di Heinlein e uno dei suoi più riusciti: chiunque sia appassionato di politica e di fantascienza troverà pane per i propri denti, ma si farà apprezzare anche da molti lettori abituati ad altri generi.

A night to remember – Rhapsody live at Alcatraz 28/02/2011

Esisteva il metal in Italia prima dei Rhapsody? La risposta ovviamente è sì. Ma poteva l’Italia rimanere indifferente al ritorno, dopo ben nove anni, della band che più di ogni altra (piaccia o non piaccia) ha portato il vessillo del metal italiano in giro per il mondo? Ebbene la risposta è no.
Come tutti gli appassionati del genere sanno, la band triestina è andata incontro, negli ultimi anni, a un periodo di totale immobilità, sia in studio che in sede live, a causa di non meglio precisati problemi contrattuali legati alla Magic Circle Music, l’etichetta fondata e diretta da Joey DeMaio; questa pausa forzata, se da una parte è stata sicuramente causa di una profonda frustrazione del pubblico e dei musicisti stessi, dall’altra ha però dato modo al gruppo di comporre in tutta tranquillità un’impressionante mole di materiale inedito (con l’uscita di un nuovo album più successivo EP nel 2010, e un altro in arrivo) e di ricaricare le pile in vista della ripresa ufficiale dei concerti. Con la firma di un nuovo contratto con il colosso Nuclear Blast e l’uscita dei due citati dischi, i nostri sono pronti a tornare sui palchi italiani, nella fattispecie Roma e Milano.
All’Alcatraz i Rhapsody (che personalmente mi rifiuto di chiamare “- Of Fire” :P) si presentano accompagnati da due gruppi-spalla; i primi, gli italiani Vexillum, dimostrano di non avere alcun complesso di inferiorità di fronte ai colleghi più blasonati, proponendo un power di ispirazione Labyrinth – Domine e molto anni ’90, con ottime individualità e il giusto impatto sul pubblico; lo stesso, a mio parere, non si può dire degli austriaci Vision Of Atlantis, autori di un power sinfonico con doppia voce maschile e femminile, decisamente inflazionato e privo di mordente, che non fanno veramente nulla per nascondere le esagerate somiglianze con i Nightwish.
Poi, finalmente, giunge il momento del nome più atteso: l’intro scelta per il concerto (e il tour) è quella di Triumph Or Agony, con la voce profonda e teatrale di sir Christopher Lee che ci accompagna fino all’entrata in scena di Luca Turilli e company, i quali attaccano senza troppi fronzoli con la title-track. I volumi non sono settati alla perfezione, e anche le chitarre si sentono in modo un po’ confuso, ma la band c’è ed è carica: il pubblico, accorso numeroso, apprezza e non fa mancare il proprio sostegno, cantando a squarciagole tutte le canzoni e incitando i musicisti, con loro gioia e ammirazione.
Il concerto prosegue con Knightrider Of Doom e The Village Of Dwarves, due classici dalla “Emerald Sword Saga”: la performance del frontman Fabio Lione è a dir poco stupefacente, non solo per lo stato di forma della voce, ma anche per l’interpretazione e la capacità di “guidare” gli spettatori. Sea Of Fate è il primo assaggio dal nuovo album, prima di una gradita sorpresa: Guardiani Del Destino, uno dei pochi pezzi in lingua madre del repertorio del gruppo. Sorpresa ancora maggiore, quando Lione annuncia Land Of Immortals, tratta dal primo indimenticabile album dei Rhapsody, che sembrava ormai tagliato fuori dalle scalette a favore di brani più recenti: l’amplificatore di Turilli crea qualche problema, ma l’esecuzione è impeccabile. Ancora il tempo di On The Way To Ainor e del suo trascinante ritornello, poi tocca all’assolo di batteria dell’ottimo Alex Holzwarth: le basi orchestrali preregistrate fanno da supporto ai colpi del batterista tedesco, forse non al massimo della fantasia ma di sicuro energico e preciso.
Si torna a fare sul serio con due gemme direttamente da “Dawn Of Victory” (la title-track e Holy Thunderforce), inframmezzate dall’ormai celebre Lamento Eroico; è proprio questo pezzo, annunciato con grande orgoglio da Fabio, l’apice emotivo della serata: tutto l’Alcatraz canta a pieni polmoni, con tanto di accendini, dimostrando quanto sia affezionato alla prima canzone “tricolore” della band. Anche per il bassista francese Patrice Guers arriva il momento di trovarsi da solo sotto i riflettori: il suo assolo, molto tecnico e ricco di parti in slap, è assai piacevole da sentire ed è un ottimo prologo per la fase finale. Unholy Warcry riscalda nuovamente gli animi (anche se Turilli si ostina a saltare una parte di assolo, come nel live in Canada; i motivi restano ignoti, ma dato che ha suonato correttamente parti ben più difficili, l’unica spiegazione è che gli stia sulle palle per qualche motivo), mentre The March Of Swordmaster è l’ennesimo invito per il pubblico a far sentire la propria voce.
Siamo alle battute conclusive: come encore il gruppo propone la cattivissima Reign Of Terror, tratta dell’ultimo album (dove Lione si erge nuovamente a protagonista riuscendo a padroneggiare perfettamente sia le difficili parti vocali pulite, sia le terrificanti urla in scream, a ulteriore dimostrazione della sua versatilità), e naturalmente il classico del classici; l’amatissima Emerald Sword, da sempre uno dei cavalli di battaglia della band, regala l’ennesima prova trascinante e pone il migliore dei sigilli a una serata attesa da troppo tempo.
Tutto il gruppo si è espresso su livelli molto alti: la sezione ritmica ha garantito piena potenza e precisione, il muscolosissimo Staropoli è stato un po’ penalizzato dalla regolazione dei suoni – che ha penalizzato le sue tastiere in alcuni punti – ma non ha fatto mancare i consueti tappeti orchestrali da sempre marchio di fabbrica dei triestini; quanto a Lione, ha dimostrato una volta di più di essere una delle migliori voci metal in Italia e anche oltre, con una prova stellare e carismatica. Infine Turilli, l’osservato speciale: su di lui il pubblico metal si è sempre spaccato in due, da una parte i sostenitori che lo elevano a maestro del virtuosismo chitarristico, dall’altra i detrattori che lo considerano un musicista mediocre e sopravvalutato. Da quanto ho potuto vedere, la verità sta nel mezzo, ma tende più verso la prima opinione: il buon Luca a volte “sporca” qualche assolo o tenta di strafare fino a fregarsi da solo, ma ha offerto una prova molto convincente, con diversi passaggi da manuale del power. Non sarà il chitarrista più bravo al mondo nel genere, ma la sensazione è che le critiche su di lui poggino più su pregiudizi che su opinioni fondate (e non sarebbe la prima volta… qualcuno ha detto Andi Deris?).
In conclusione, un concerto di cui si sentiva maledettamente il bisogno, e che non ha tradito le attese. Come detto in precedenza, i Rhapsody hanno in cantiere un altro album di inediti, previsto per fine primavera; speriamo che il loro eccellente stato di forma sia confermato, e soprattutto che non debbano passare altri nove anni prima di rivederli on stage. 

Setlist:

1. Dar-Kunor (intro)
2. Triumph Or Agony
3. Knightrider Of Doom
4. The Village Of Dwarves
5. Sea Of Fate
6. Guardiani Del Destino
7. Land Of Immortals
8. On The Way To Ainor
Drum Solo
9. Dawn Of Victory
10. Lamento Eroico
11. Holy Thunderforce
Bass Solo
12. Unholy Warcry
13. The March Of The Swordmaster
—————-
14. Reign Of Terror
15. Emerald Sword

Appunti sulla “Twilight Saga”

Buonasera,
questo intervento sarà molto faticoso da scrivere, lo so già; ma come si dice in gergo, è uno sporco lavoro e va fatto.
Quando, lo scorso gennaio, mi accingevo a scrivere la lista dei buoni propositi per l’anno nuovo, avendo cura di scegliere i più ridicoli e inutili che mi venissero in mente, ho pensato di metterci dentro anche la recensione dei due film (poi diventati tre nel corso dell’anno, ma ovviamente il terzo, non essendo stato citato nel post, non conta) della saga di Twilight, nuova passione delle adolescenti di ogni dove e autentico apripista di un nuovo genere letterario-cinematografico-televisivo, che potremmo definire Harmony-vampiresco (lol). Naturalmente, come ogni idea del cazzo, appena passata per la testa ne è subito uscita, e mi sono deciso ad assolvere il mio ingrato compito solo poche settimane prima della scadenza prefissata. Terminata la doverosa introduzione (giusto per chiarire che non mi sarei mai messo a guardare seriamente simili film, se non per un’insensata sfida personale), ecco le recensioni di entrambe le pellicole.

TWILIGHT (2008)

La storia è ambientata in un piccolo paese nel nord-ovest degli Stati Uniti, caratterizzato da ampie foreste e un clima perennemente plumbeo, molto british: qui si trasferisce la protagonista, Bella Swan. I genitori di Bella sono divorziati, e mentre la madre rimane col nuovo compagno, lei va a vivere con il padre, classico sceriffo tutto d’un pezzo e dotato di una simpatia e una verve umoristica paragonabili a Kimi Raikkonen. Come molte eroine di film adolescenziali, appena arriva nella nuova scuola è subito oggetto delle attenzioni di tutti, e i nuovi compagni le offrono amicizia e disponibilità; lei però li caga poco, perchè è incuriosita da un gruppo di studenti taciturni e schivi, che stanno solo tra loro in ogni momento, evitano tutti e sono evitati da tutti: costoro sono i componenti della misteriosa famiglia Cullen. La nostra Bella, in particolare, è attratta magneticamente da uno di loro, il prestante Edward, che in verità la tratta con una freddezza al limite della scortesia, ma solo perchè (come i fan del libro sanno già, ma noi spettatori dobbiamo ancora scoprire) è a sua volta inesorabilmente attratto da lei.
La prima parte del film scorre con una notevole lentezza, tra giochi di sguardi, silenzi e scene di esterni piovosi, segnata dalla costante mono-espressività dei due attori (Kristen Stewart e Robert Pattinson). Ma a un certo punto tutto cambia: all’uscita di scuola, Bella sta per venire travolta da un furgone fuori controllo (guidato tra l’altro da un suo compagno di classe, che per questo rischia successivamente la lapidazione per mano del padre di lei, tutore della legge), ma all’improvviso appare Edward che blocca fisicamente il furgone con una mano sola, andandosene poi come se niente fosse, senza fornire spiegazione alcuna. Bella invece si documenta, osserva che il padre di Edward – il medico Carlisle – sembra essere suo coetaneo, nota curiosamente che gli altri componenti della famiglia la scrutano con odio appena si avvicina a lui, si accorge che Edward & family si fanno vedere in giro solo quando c’è brutto tempo (quindi sempre); e alla fine, con qualche ricerca su Google, e dopo che Edward la salva nuovamente da un branco di adolescenti allupati, giunge alla sconvolgente verità: Edward non è un essere umano, bensì un vampiro.
A questo punto, chi ha conosciuto la figura del vampiro attraverso i libri di Bram Stoker o i film con Bela Lugosi potrebbe storcere il naso: i vampiri della saga, infatti, uniscono una serie di poteri che li avvicinano più a supereroi di fumetti con poche pretese; abbiamo quindi superforza, supervelocità, sensi iper-sviluppati, presunta immortalità, eterna giovinezza, lettura del pensiero, divinazione, e naturalmente sbrilluccichìo diurno. Ma tutto ciò non è importante, perchè all’improvviso, senza nessuna ragione apparente, tra i due scoppia l’amore. Edward confessa che i rumori che sentiva lei la notte, li causava lui materializzandosi nella sua stanza per osservarla mentre dormiva (molti lo trovano tenero, io la chiamerei perversione, ma tant’è) e le dice anche che lei è l’unica di cui lui non riesca a leggere i pensieri, motivo per cui la ama follemente e la proteggerà per tutta la vita. Io ora lo sto descrivendo in modo sbrigativo, ma nel film non vengono fornite molte spiegazioni in più, dando per scontate le informazioni dei libri: ulteriore motivo per considerarlo un prodotto for fans only.
Tornando alla trama, Bella è un po’ turbata dal fatto che i vampiri sono famosi per succhiare il sangue delle vittime, ma Edward la tranquillizza: lui e i suoi parenti sono vampiri vegetariani (sic!), quindi bevono solo sangue di animali. La introduce anche alla sua famiglia, che a parte il padre e una delle sorelle, la tollera con notevole sforzo. Ma questo clima di romantico idillio viene rotto quando, durante una partita di baseball, ovviamente con un temporale alle porte (del resto la partita stessa era solo un pretesto per sfoggiare i superpoteri di cui sopra), il gruppo fa la conoscenza di altri tre vampiri, a differenza loro carnivori. Uno di loro, vedendo Bella e capendo che non è una vampira, ha un’erez… ehm, decide che quella è una sua preda e dovrà averla anche a costo di inseguirla per mezza America, cosa che di fatto avviene. Il che, ai fini della pellicola, è un bene, perchè si dissolve un po’ l’atmosfera misteriosa e romantica che ha regnato per un’ora e mezza, il ritmo sale e il film diventa quasi d’azione, con inseguimenti e spostamenti continui, tutti volti a difendere Bella dalle voglie assatanate del vampiro cattivo. Il vampiro cattivo, però, frega tutti, prendendo in ostaggio la madre di Bella e intimando alla figlia di recarsi sola al luogo dell’appuntamento. In realtà è tutta una montatura, non c’è nessun ostaggio, e il vampiro assale l’indifesa Bella; dopo averla immobilizzata, sta per ucciderla, ma con un tempismo degno di Milord, appare Edward che lo spinge via, lo carica di mazzate e infine lo fa smembrare e bruciare dai fratelli (metodo brevettato per ammazzare un vampiro per sempre), mentre lui salva Bella in un modo un po’ incasinato che prevede comunque teatrali morsi succhia-sangue.
Bella guarisce, l’amore trionfa e tutti tornano nel paesino piovoso, dove li aspetta Jacob Black, ragazzino indiano che in realtà è un licantropo, oltre che il principale antagonista e rivale in amore di Edward; noi spettatori che non abbiamo letto il libro, però, non possiamo saperlo, perchè nel film viene trattato come la peggio comparsa.
Insomma, un film che stenta parecchio a decollare, prendendo un po’ di energia e coinvolgimento solo verso la fine; per il resto è una normale storia d’amore condita con un po’ di gothic-horror, e soprattutto piena di allusioni e riferimenti ai libri, col risultato che chi non li ha letti si perde tutti i collegamenti, e finisce per considerare tutto quanto un pretesto per far funzionare la coppietta.

NEW MOON (2009)

La storia riparte qualche tempo dopo i fatti del primo film: la storia tra Bella e Edward va a gonfie vele, a parte le seghe mentali di lei, che si sente già vecchia a 18 anni perchè sa che la sua anima gemella in realtà ne ha più di 100, ma rimarrà sempre giovane in quanto vampiro, mentre lei è destinata a diventare decrepita. Ormai a casa Cullen è come un membro della famiglia, tanto che si organizza una festa per il suo compleanno. Ma qui accade il fattaccio: nell’aprire un pacchetto Bella si ferisce al dito, e la vista del sangue fa sclerare uno dei fratelli di Edward, che non si è ancora abituato all’idea di bere sangue non umano per lì’eternità. Tutto si risolve con qualche legnata di circostanza, ma ormai per Edward è tutto chiaro: finchè Bella rimarrà un’umana, non sarà al sicuro in mezzo ai vampiri, per cui è destino che i due si separino (il che capita a fagiolo, perchè i paesani si sono accorti che i Cullen dopo anni sono sempre uguali, anche i vecchi come Carlisle). La rottura avviene nella solita foresta sotto il solito cielo nuvoloso, con Edward che recita la parte dell’amante menefreghista per fare in modo che lei non si strugga eccessivamente (ovviamente invano), e la esorta a dimenticarlo e vivere una vita normale con gli umani, tanto lui non si farà mai più vedere.
A questo punto Bella e il film entrano nella fase-emo: lei passa mesi seduta su una sedia a guardare il panorama – grigio – dalla finestra; tronca ogni contatto con i pochi amici di scuola; inonda di mail Alice, sorella di Edward e sua grande amica, raccontandole tutte le sue menate anche se le mail ritornano regolarmente al mittente senza neanche essere lette; ed è colta ogni notte da incubi isterici, con grande apprensione del padre (nota personale: il padre di Bella è il vero eroe del film, perchè pur continuando a essere espansivo quanto una guardia di Buckingham Palace, ce la mette tutta per consolare la figlia, mentre lei ne  combina di cotte e di crude tra vampiri e licantropi, e nessuno si degna di dargli una spiegazione). Dopo questa fase semi-comatosa, finalmente la nostra inizia a riprendersi, grazie al suo nuovo hobby: rischiare la propria vita in imprese assurde e autolesioniste (tipo flirtare con biker arrapati o spararsi discese in motocross senza usare il freno), solo per vedere e far incazzare lo spirito di Edward che tenta di metterla in guardia. Un altro elemento che le dona buonumore è l’amicizia, sempre più forte, con Jacob Black, che in realtà è perdutamente innamorato di lei; lei ben conscia di ciò lo sfrutta spregiudicatamente affinchè lui la assista nelle sue imprese suicide e colmi il vuoto lasciato da Edward.
Come nel primo film, anche stavolta, dopo una prima frazione moscia e pesante come una peperonata caricata a tabasco, segue una seconda parte dinamica e d’azione: stavolta però i protagonisti sono i licantropi. Jacob, infatti, suo malgrado è vittima della trasformazione tipica della sua tribù, e (sempre nella speranza di farsela) introduce Bella ai suoi amici; amici che, tra l’altro, le fanno un gran favore, ammazzando uno dei vampiri carnivori che avevano giurato vendetta dopo l’omicidio del loro compagno, quello che aveva dato la caccia a Bella alla fine di “Twilight”. Tutto sembra avviato verso la tranquillità, con Bella amica dei lupi mannari e Jacob pronto a soddisfarla emotivamente? Naturalmente no, perchè lei ormai ci ha preso gusto a farsi del male per sentire la voce di Edward nella sua testa, così si butta da una scogliera e rischia di annegare, salvata in extremis da Jacob. Questa scena, però, viene vista telepaticamente da Alice, la vampira che prevede il futuro; essendosi persa la parte finale con il salvifico intervento del licantropo, pensa che Bella sia morta, e lo dice a Edward, il quale shakespearianamente decide di aver perso ogni ragione di vita; solo che invece di andare da uno speziale a Mantova, va in Toscana a farsi ammazzare dai Volturi. Chi minchia sono i Volturi, chiederete voi? Non l’ho capito molto bene, e del resto il film come al solito non è prodigo di spiegazioni: vi basti sapere che sono una nobile casata di vampiri, che nei secoli si è arrogata il diritto di dettare legge tra i propri simili, giustiziando chi ne rivela i segreti agli umani. Tornando alla trama, Alice torna al paesino, incontra Bella e le rivela tutto; Bella si appresta a partire per salvare il suo amato (lasciando all’ignaro padre un bigliettino con su scritto all’incirca “Ho 18 anni e faccio quello che voglio, vado a prendere l’aereo per l’Italia, non aspettarmi alzato”), nonostante le resistenze di Jacob, scaricato in malo modo dopo che Bella gliel’ha fatta annusare per tutto il film.
Giunti in Italia, Bella e Alice riescono per un pelo a impedire che Edward si riveli agli umani spogliandosi in pieno giorno in mezzo a una processione (sic!), ma su di lui pesa il giudizio dei Volturi. Qui scopriamo nuovi poteri dei vampiri secondo Stephanie Meyer, come la capacità di infliggere dolore con la forza del pensiero: tutte cose che su Bella non funzionano, perchè non si sa, forse perchè è la protagonista. Ad ogni modo, i Volturi sono colpiti dalla forza dell’Amore, e risparmiano la vita a entrambi, con un monito molto mafioso (del resto siamo in Italia :D): è meglio che Edward si sbrighi a farla diventare una vampira, altrimenti loro le faranno la festa, perchè ormai sa troppe cose. L’allegro terzetto torna in America, e a casa Cullen si fa una simpatica votazione, al termine della quale viene deciso che Bella diventerà vampira e si unirà alla famiglia. Il più perplesso di tutti paradossalmente è proprio Edward, che è preoccupato per “l’anima di Bella”, o qualcosa del genere, non si capisce. Il film termina con un duro confronto tra Edward e il cornuto-e-mazziato Jacob, a cui rode ancora parecchio il culo per come sono andate le cose: i due si spintonano e si guardano in cagnesco per un po’, poi il licantropo se ne va minacciando rappresaglie su tutta la comunità dei vampiri. Alla fine Edward acconsente alla richiesta di Bella di trasformarla, a una condizione: lei dovrà sposarlo. Sull’espressione tipo “OMG” di lei (perchè poi? Sono 4 ore e due film che non fa che ripetere di voler vivere tutta l’eternità insieme a lui! Cos’è, vuole la convivenza invece del sacramento?) partono i titoli di coda.
Insomma, nonostante qualche scena d’azione non malvagia e un po’ di sana tensione, il film si rivela fondamentalmente palloso, soprattutto a causa dell’insopportabile, lagnosa ed egoista protagonista. Oltre alle spiegazioni non date, alle scene romantiche diabetiche e un po’ copia-incollate e ai continui pretesti per far vedere i due protagonisti maschili a torso nudo per più tempo possibile, non rimane molto altro: giusto la porta aperta per una futura, possibile guerra totale tra vampiri e licantropi, che forse ci sarà, ma di sicuro io non la vedrò, perchè sta saga mi ha un po’ rotto i maroni.

Uff, anche questa è andata. Certo che sono proprio coglione a fare propositi come questo, l’anno prossimo ritorno con le diete e i lavoretti estivi. Forse.

Neckro-Wacken, part 2: And then there was music


(consueta “””breve””” carrellata sui musicisti/artisti/ominidi vari visti all’opera sui 5 palchi di Wacken)


FIDDLER’S GREEN

Il mio personale Wacken comincia al Wackinger Stage con questo gruppo tedesco che, come suggerisce il nome (il fiddle è il tradizionale violino irlandese), propone il folk rock tipico dell’Isola di Smeraldo. Non inventano nulla, anzi, qua e là si sentono richiami fin troppo pesanti ai classici del genere (Pogues, Flogging Molly, Dropkick Murphys ecc.), ma l’energia c’è, l’atmosfera da pub di Dublino pure, e i pezzi si lasciano ascoltare senza problemi. Un gradevole antipasto.
Voto: 7

SVARTSOT

Rischiavano seriamente di scomparire, i folk metallers danesi, dopo il buon debutto “Ravnenes Saga”: per fortuna, con una formazione ricostituita da zero, sono tornati in pista con un ottimo cd, e a Wacken hanno dimostrato di avere ancora molto da dire. Nonostanti dei suoni non perfetti, brani come Jotunheimf
ærden e Lindisfarne sono la prova di uno stato di forma sicuramente positivo. Purtroppo ho perso l’ultimo quarto d’ora di concerto per arrivare in tempo al True Metal Stage; ma dato che dubito che nel tempo rimamente si siano lanciati in cover dei Bathory, il giudizio non cambia.
Voto: 7,5


ALICE COOPER

Gli anni passano, ma i vecchi maestri restano: proprio nell’anno in cui ci lascia Ronnie James Dio, lo zio Alice (classe 1948) alla pensione proprio non ci pensa, e lo dimostra con un grande spettacolo. La voce naturalmente non è quella degli anni d’oro, ma la setlist è un vero manuale rock: School’s Out, No More Mr. Nice Guy, I’m Eighteen, Guilty, Billion Dollar Babies, Under MY Wheels, l’immancabile Poison, praticamente ogni pezzo è un classico. Il tutto, naturalmente, corredato con le trovate di scena a cui il Nostro ci ha abituati: ecco quindi ghigliottine, patiboli, sangue finto e chi più ne ha più ne metta. La classe non è acqua, del resto.
Voto: 8

IRON MAIDEN

C’è poco da fare: gli Iron Maiden, anche quando respirano e vanno al cesso, non smettono di scatenare polemiche, alimentare discussioni, spaccare a metà i fan. Figuriamoci quando più di metà dei brani suonati sono tratti dagli ultimi tre album, che certo non hanno riscosso consensi unanimi. Ma loro possono permetterselo: del resto, quando Steve Harris e co. aprono sparandoti in faccia The Wicker Man, ripescano dai cassetti perle un po’ trascurate come Blood Brothers e Running Free, e sono così in forma da rendere trascinanti anche pezzi “normali” come The Reincarnation Of Benjamin Breeg e il nuovo singolo El Dorado, cosa vuoi fare, se non applaudire? E a questo punto la domanda, per i sostenitori come per i detrattori, rimane la stessa: quando la Vergine di Ferro appenderà gli strumenti al chiodo, chi ne raccoglierà il testimone? Ma vabbè, c’è ancora gente che rimpiange Paul Di Anno…
Voto: 8
Setlist: The Wicker Man – Ghost In The Navigator – Wrathchild – El Dorado – Dance Of Death – The Reincarnation Of Benjamin Breeg – These Colours Don’t Run – Blood Brothers – Wildest Dreams – No More Lies – Brave New World – Fear Of The Dark – Iron Maiden. Encore: The Number Of The Beast – Hallowed Be Thy Name – Running Free

AMORPHIS

Purtroppo, anche a causa dell’orario decisamente poco generoso (prima di mezzogiorno), non sono riuscito a vedere per intero la loro esibizione: l’impressione è di essermi perso molto, perchè quanto visto testimonia una band davvero valida, tecnicamente preparata (soprattutto il cantante, davvero abile nel passare dal growl al pulito) e dal sound ammaliante ed evocativo. Da applausi la doppietta finale Black Winter Day + My Kantele. Dopo averli sfiorati due volte di fila negli anni precedenti, valeva proprio la pena fare lo sforzo.
Voto: 8

ORPHANED LAND

Di sicuro non capita tutti i giorni di vedere sul palco una band israeliana, dedita a un prog-death con forti influenze di musica tradizionale araba, e un cantante vestito come Gesù Cristo (come lui stesso si diverte a sottolineare): purtroppo, sono stati il classico esempio di quanto sia difficile, a volte, trasporre dal vivo il feeling presente su disco. Intendiamoci, la tecnica c’è, e brani come Sapari e Halo Dies lo dimostrano, ma alla lunga sono risultati un po’ prolissi e pesanti. E l’assenza dal vivo dei suggestivi cori femminili orientali, sostituiti da versioni pre-registrate, non migliora le cose. Un peccato.
Voto: 7

DIE APOKALYPTISCHEN REITER

Suoni a dir poco discutibili e una scaletta troppo, troppo incentrata sull’ultimo album, considerato che siamo in un festival e non in un concerto da headliner. E allora perchè un voto così alto? Perchè i Reiter sono sempre i Reiter: quindi carisma da vendere, risate assicurate dalle cazzate del Dr. Pest e pezzi che, senza far gridare al miracolo di tecnica e inventiva, saprebbero resuscitare anche i morti. E in questo senso, pur con assenze dolorose come Reitermania e Riders On The Storm, si possono apprezzare anche due brani inediti dal vivo come Roll My Heart e Der Adler. Certo, il concerto del 2007 era un’altra cosa: si può dire che hanno portato a casa la pagnotta. Ma come lo fanno loro, ne sono capaci davvero in pochi, nella scena metal odierna.
Voto: 8
Setlist: Wir Sind Das Licht – Revolution – Friede Sei Mit Dir – Unter Der Asche – Es Wird Schlimmer – Erhelle Meine Seele – Drums Solo – Adrenalin – Nach Der Ebbe – Der Adler – Roll My Heart – Der Weg – We Will Never Die – Seemann

SCHELMISH

Al Summer Breeze 2008, tra una balla e l’altra, non ero riuscito a vedere il loro concerto per intero: stavolta ho cura di arrivare in buon anticipo, e vengo premiato con una prova coinvolgente e ben eseguita. Nulla per cui strapparsi i capelli, però: le canzoni hanno presa, ma la band dà il meglio di sè quando lascia libero sfogo a bombarde e cornamuse, alla Igni Gena o Aequinoctium; quando invece la vena folk viene messa in secondo piano a favore del metal comunemente inteso, ecco che emergono diverse pecche di originalità e qualità. E’ questo che, a mio parere, ancora li divide dai giganti del genere, In Extremo e Schandmaul. Bravi, comunque.
Voto: 7

GRAVE DIGGER

Sapori di Scozia si diffondono sul True Metal Stage. Quello dei tombaroli tedeschi non è uno show normale: per la prima, e probabilmente ultima volta, viene proposto integralmente il classico “Tunes Of War”, che celebra otto secoli di storia scozzese, da re Malcom ai Giacobiti. Quello che viene proposto al pubblico è un vero campionario di heavy metal: cavalcate mozzafiato (The Battle Of Flodden, Killing Time), ballate commoventi (The Ballad Of Mary, ospite speciale Doro Pesch) e cori emblematici (le celebri Scotland United e Rebellion, quest’ultima con partecipazione speciale di Hansi Kursch e dei Van Canto). E quando le nostre menti sono ancora sui campi di battaglia delle Highlands, ecco che si ritorna al presente con un paio di bordate come Excalibur e Heavy Metal Breakdown. Immortali, inossidabili.
Voto: 8,5
Setlist: The Brave – Scotland United – In The Dark Of The Sun – William Wallace – The Bruce – The Battle Of Flodden – The Ballad Of Mary – The Truth – Cry For Freedom – Killing Time – Rebellion – Culledon Muir – Ballad Of A Hangman – Excalibur – Heavy Metal Breakdown

IHSAHN

Dimenticate il black metal canonico: l’ex leader degli Emperor da solista è più dedito a un avantgarde visionario e molto tecnico, supportato da una band eccellente sotto tutti gli aspetti. Intelligente la scaletta, che pesca in maniera abbastanza equanime dai tre capitoli della discografia solista, compreso l’eccellente “After”, targato 2010. Da segnalare le ottime Scarab e The Frozen Lakes Of Mars, e in generale la bravura del polistrumentista norvegese: uno che, per talento e per curriculum, meriterebbe qualcosa in più che 45 minuti nel palco coperto.
Voto: 8
Setlist: The Barren Lands – A Grave Inversed – Scarab – Emancipation – Invocation – Called By Fire – Unhealer – The Frozen Lakes Of Mars

KAMPFAR

Chitarre taglienti, sfuriate black, fuochi sul palco e tanta grinta: i Kampfar danno un bel calcio nelle chiappe di chi li considera una band di serie B nel panorama viking. Certamente il sole infuocato del primo pomeriggio non è l’alleato migliore di chi fa dell’oscurità e del gelo nordico i propri stendardi, ma se i risultati sono questi, ringraziamo e portiamo a casa. Promossi senza troppi dubbi.
Voto: 7,5

OVERKILL

Una parola: devastanti. Che la band fosse in gran forma come ai tempi d’oro lo ha dimostrato l’ultimo, ottimo studio album “Ironbound”, ma dal vivo le sensazioni sono ancora migliori. Già la doppietta iniziale The Green And The Black + Rotten To The Core lascia il pubblico senza fiato: figurarsi dopo mazzate come Hello From The Gutter, Coma, In Union We Stand e Bring Me The Night… il tutto condito da assoli folgoranti e una batteria precisa e brutale. I migliori insieme ai Grave Digger. Chi ha detto che il thrash è morto?
Voto: 8,5

METSATÖLL

Stesso discorso degli Skyforger allo scorso Summer Breeze: anche loro provenienti dal Baltico (precisamente dall’Estonia), anche loro dediti a un folk metal roccioso e molto anni ’90, ricco di influenze della loro terra d’origine (grazie anche all’uso di strumenti a corda tipici), forse meno estremo di altri colleghi ma molto energico. Forse le linee vocali dei pezzi sono un po’ troppo banali, ma l’impressione generale è positiva.
Voto: 7

STRATOVARIUS

Come molti sanno, negli ultimi anni i finlandesi sono passati attraverso una serie impressionante di problemi, culminati con l’abbandono del leader storico Timo Tolkki: gli Stratovarius del 2010 sono una band rinnovata nei componenti e nello spirito, desiderosa di fare bene ma senza dimenticarsi del glorioso passato; lo dimostra la scaletta, ricca di classici dei bei tempi che furono come Paradise e The Kiss Of Judas. Nonostante l’ottima prova, anche per il nuovo materiale, il voto non può essere troppo alto per una serie di imprecisioni, sia di suoni che dei musicisti: Kotipelto che non accende il microfono e canna l’attacco della prima canzone (!), Michael che si perde le battute perchè impegnato a fare il tamarro prendendo al volo le bacchette che gli lancia lo staff… promossi in ogni caso; nota di merito al bassista Lauri Porra, freddino ma tecnicamente davvero inattacabile. (post scriptum: se non merita i palchi principali una band come questa, che ha scritto la storia di un genere, cosa si dovrebbe dire di improbabili carneadi come Ill Nino, Dew-Scented e The Bosshoss?)
Voto: 7,5
Setlist: Hunting High And Low – Higher We Go – Speed Of Light – The Kiss Of Judas – Deep Unknown – Against The Wind – Eagleheart – Winter Skies – Phoenix – Paradise – Black Diamond

EDGUY

A conti fatti, quelli che ho gradito di meno. Non tanto per l’annosa questione della svolta power metal – hard rock (che comunque non ho mai mandato giù fino in fondo), quanto per due semplici motivi. Innanzitutto, con un’ora sola a disposizione, è folle perdere troppo tempo a fare cori, incitare la folla, chiacchierare tra un pezzo e l’altro ecc.: d’accordo che coinvolgere il pubblico è importante, ma se si fossero limati un po’ di eccessi, due pezzi in più in scaletta ci sarebbero stati. Secondo, il Tobias Sammet che ricordo io è un animale da palco senza uguali, mai fermo un attimo e con una voce potente e precisa: quello visto a Wacken mi è sembrato poco in salute e piuttosto stanco, anche se i suoni non l’hanno aiutato. Il resto della band si è espresso su ottimi livelli (da segnalare la partecipazione del bassista degli Helloween Markus Grosskopf, all’opera su Lavatory Love Machine e Superheroes), anche se pure sulla setlist qualcosa da ridire c’è: va bene che il power appartiene al passato, ma tre pezzi dal mediocrissimo Rocket Ride e zero da Theater Of Salvation mi sembra veramente una scelta inconcepibile. Insomma: svolto il compitino, ma dei fenomeni impazziti del Gods 2006 non si è visto granchè.
Voto: 6,5
Setlist: Dead Or Rock – Speedhoven – Tears Of A Mandrake – Vain Glory Opera – Lavatory Love Machine – Superheroes – Sacrifice – Save Me – King Of Fools

Neckro-Wacken, part 1: Back in the trash


Anche il Wacken è andato.
Nonostante le pessime premesse iniziali, nonostante le incognite sulla compagnia, le improvvisazioni dell’ultimo giorno, le condizioni climatiche avverse (nulla in confronto ai vari Sonisphere in giro per l’Europa…) e tutto il resto, alla fine è stata una bella esperienza.
Nulla da dire sulla qualità delle esibizioni musicali (oggetto del prossimo intervento), paragonabile a quella del mio primo W.O.A. targato 2007, forse persino superiore: per sintetizzare al massimo, Overkill e Grave Digger sugli scudi, seguiti da Alice Cooper, Ihsahn e Die Apokalyptischen Reiter, mentre un po’ di delusione per Edguy e Orphaned Land, sempre comunque nell’ambito di un’esibizione positiva.
Parlando di questioni extra-musicali, c’è poco di cui lamentarsi. Una cosa, come detto, è il clima: la pioggia è caduta a fasi alterne i primi giorni, graziandoci poi nelle giornate dei concerti; ma il vero problema è stato il freddo notturno, un freddo umido, penetrante, capace di lasciare la tenda fradicia anche col cielo sereno; un freddo che veniva poi sostituito da un cocente sole estivo, che fin dalle prime ore della mattina arrostiva le tende rendendole dei veri e propri forni;  oltre alle difficoltà per dormire decentemente, una simile escursione termica non è l’ideale per la salute (anche se pressochè nulla a Wacken lo è :D), e lo dimostrano i numerosi raffreddori e influenze.
Un’altra cosa, ma era inevitabile e preventivato, è il numero di persone presenti. Naturalmente per gli organizzatori è un motivo di vanto, ma per i fruitori, vedere i concerti da distanze siderali, impiegare mezz’ora per arrivare dall’area concerti alla propria zona di campeggio e dover sopportare file interminabili per usare cessi e docce (quando uno naturalmente non vuole usare i cespugli e tenersi il tanfo…) può non essere altrettanto gratificante. Al Summer Breeze, dove il pubblico è meno della metà, tutto dà l’impressione di essere "a misura d’uomo", qui purtroppo è un concetto che ormai si è perso. Del resto, è il prezzo da pagare per avere un festival di livello mondiale, con gruppi altrettanto importanti.
Un’altra piccola delusione, e qui parlo davvero a titolo personale, è il Metal Market: passino i 2,50 euro di ingresso una tantum, ma una volta dentro mi aspettavo una scelta francamente più variegata. Capisco che il metallaro medio non brilli per apertura mentale quanto i fan di altri generi, quindi non mi aspettavo le discografie complete di Pink Floyd, Flogging Molly o Hendrix; ma almeno nell’ambito del metal stesso, esporre i soliti due-tre cd (di solito best of o studio album sfigati) di molti gruppi hard, heavy e power importanti, e invece centinaia di dischi dei gruppi black e grindcore più disgraziati, misconosciuti e underground, non mi sembra molto invitante.
Quanto alle cose positive, per fortuna la lista è più lunga. Per mangiare – a meno che uno non sia a dieta – c’è davvero l’imbarazzo della scelta, comprese diverse specialità etniche; l’introduzione del villaggio vichingo e del tendone ha portato alla gente un’ottima alternativa ai concerti e al vagabondaggio nel campeggio (soprattutto il villaggio, con la sua vasta offerta di idromele, vini speziati e altre gustose specialità, è stata una meta frequente). Anche i trasporti alla fine non hanno dato problemi particolari: certo, la metropolitana di Amburgo è un enigma difficile da risolvere per chiunque non sia tedesco, ma con un po’ di buona volontà e l’aiuto dei passanti ne siamo venuti a capo; persino dormire in aeroporto l’ultima notte è stato sopportabile (lo sarebbe stato di più, se una cazzo di guardia non ci avesse svegliati dicendoci che il terminal stava per essere chiuso per la notte, salvo poi chiederci scusa e farci tornare dove eravamo… non sono più riuscito ad addormentarmi così bene!).
Ma la vera nota felice di questo Wacken, soprattutto se confrontata ai dubbi della vigilia, è stata la compagnia: tanti ragazzi, di diversa età, provenienza (dalla Sardegna al Trentino) e gusti musicali, accomunati dalla voglia di divertirsi, cazzeggiare… e scroccare il cesso del camper XD. Trattandosi di un gruppo abbastanza numeroso, inevitabilmente si sono formati dei gruppetti, ma i rapporti sono stati allegri tra tutti. L’eroe vero e proprio però è Omar, l’ultras granata, l’uomo che si sveglia la mattina, fuma una sigaretta, beve una birra e riprende a dormire: tra i tentativi di approccio alle tedesche finiti in sfacelo (una lo ha fatto aspettare fuori dal camper al freddo per mezz’ora e non si è fatta viva, un’altra gli si è avvinghiata addosso e ha rischiato di farlo pestare dal fidanzato enorme e incazzato), l’epica sbronza finale a base di Jagermeister e soprattutto "GIANNI MORANDI MANGIA LA MERDA OOH OOH OOH OH OH" (tormentone ufficiale del Wacken 2010), si è guadagnato un posto speciale nei cuori di tutti noi. Ma di gente da ringraziare ce n’è tanta… Claudio, l’anziano del gruppo, che in un certo senso ha reso possibile tutto questo prenotando il camper e l’area del campeggio (per non parlare dei suoi boxer ultra-fashion di Tigro); Claudio-col-pizzetto e la sua irrefrenabile parlantina bergamasca, Serena che ha fatto da avamposto a Wacken un mese prima del festival (io mi sarei suicidato molto prima), il thrasher Davide, Barabba che ci ha aiutati a montare la tenda al buio, Lorenzo, Marta e tutto il gruppo dei romani… siete stati migliori di quanto mi sarei mai aspettato!
Discorso a parte per la mitica Mary, che merita solidarietà a prescindere per essere stata coinvolta in un casino che non la riguardava, e che ha rischiato di compromettere la sua (e mia) partecipazione a questo festival, ma che alla prova dei fatti si è rivelata un’ottima compagna di tenda e di avventure, raccogliendo ai miei occhi l’eredità che per tre anni è stata del Defender. Grazie soprattutto a te, da solo non mi sarei certo divertito così.
Un vero peccato che altre persone non possano essere incluse in questo intervento… ma in fondo ognuno raccoglie quel che semina; di certo non ho seminato da solo, e di certo non rimpiango la mia decisione e non ho intenzione di fare marcia indietro. Tanto siamo tutti soddisfatti in fin dei conti, no?
Bene folks, direi che ho scritto tutto. Prossimamente la seconda parte sulle varie band; le foto, come sapete, su questo blog non saranno inserite, ma potete trovarle su Faccialibro. Quanto al futuro, dubito che l’anno prossimo ci saranno tempo e fondi per un altro festival… ma mantengo un minimo di spazio per cambi di programma. Almeno stavolta, so che la compagnia è affidabile.
Long live rock and roll!

A night to remember: Biglietto Per L’Inferno.folk live in Trescore Balneario, 30/04/2010


1974 – 2009. Trentacinque anni sono passati, da quando un gruppo di ragazzi lecchesi affamati di musica e creatività diede alle stampe un disco destinato a lasciare una firma indelebile nella storia del rock italiano. Erano gli anni in cui in Italia la lezione impartita dai grandi gruppi prog inglesi (ELP, King Crimson, Genesis, ecc.) veniva appresa e rielaborata, e ovunque lungo la penisola nascevano decine di band decise a misurarsi con quei mostri sacri con la propria musica. Ma erano anche gli anni in cui i cantautori e il pop di Canzonissima e Sanremo spadroneggiavano senza ostacoli, e solo poche di quelle band riuscirono a imporsi sulle spietate leggi del mercato; chi non ce la faceva era destinato a rilasciare uno o due album, prima di scomparire nell’oblio. E’ sfortunatamente il caso dei Biglietto Per L’Inferno, che pubblicarono nel 1974 l’omonimo album per la Trident Records, casa discografica che fallì prima che il gruppo potesse completare i lavori per il secondo album (pubblicato postumo nel 1992). La band fu costretta a sciogliersi, come tante altre, ma non fu dimenticata: negli anni, gli amanti del prog italiano riscoprirono tutti quei lavori passati sotto silenzio ai tempi, e migliaia di appassionati dall’Europa, dal Sudamerica e dal Giappone setacciarono fiere e mercati per accaparrarsi una copia di quel capolavoro. Qualcuno disse che si trattava del miglior disco della storia del genere. Qualcun altro descrisse la loro musica come la più potente e oscura del paese, fino all’avvento dei Death SS. Fu così che il Biglietto divenne una band di culto, i dischi furono ristampati su cd e su vinile e venne tributato loro il giusto riconoscimento… fino ad arrivare a oggi.
Oggi ci sono tre signori sulla sessantina (Baffo Banfi, Pilly Cossa e Mauro Gnecchi) che, stanchi di guardare al passato con la nostalgia di chi non ha più stimoli, hanno deciso di chiamare a raccolta un gruppo di validi amici, riprendere in mano i ferri del mestiere e ridare nuova linfa vitale ai loro vecchi classici: il risultato è "Tra L’Assurdo E La Ragione". Il Biglietto Per L’Inferno è tornato.
Perchè .folk? Perchè non si tratta di una semplice reunion, così come il disco in questione non è una semplice raccolta: i brani sono stati riarrangiati attingendo alle esperienze artistiche dei nuovi membri e alla tradizione folk lombarda, e affianco agli strumenti classici del rock ora compaiono flauti, fisarmoniche e mandolini. Non c’è più lo storico cantante Claudio Canali, che ormai da tempo ha abbandonato il mondo del rock per vestire gli umili panni di frate di clausura: spetta a Mariolina Sala il compito di raccogliere la pesante eredità di un frontman che – più della tecnica – faceva del carisma e dell’interpretazione i suoi punti di forza.
Grazie a una combinazione favorevole di eventi (e grazie all’aiuto di Richard, manager dei Folkstone e amico del gruppo), io e Dario abbiamo l’occasione di assistere a uno dei primi concerti in programma del nuovo Biglietto, al Teatro-Cinema Nuovo di Trescore Balneario (BG): non avendo ascoltato il nuovo lavoro, la curiosità è alta. Come renderanno, in questa nuova inedita veste, brani scritti trentacinque anni fa? E quell’insolita componente folk non finirà per mettere in secondo piano la natura rock della loro musica?
Tutti i dubbi sono fugati quando il gruppo apre con Il Tempo Della Semina, title-track del secondo album: il rock c’è eccome ed è in primo piano, con la chitarra a prendere le redini e tastiera e flauti a inseguirla, per costruire una canzone che, salvo il tema iniziale, si faticherebbe a collegare con la versione originale. Anche Il Nevare viene completamente stravolta: ora è una ballad di grande atmosfera, con il testo quasi recitato dall’ottima Mariolina Sala. Tra L’Assurdo E La Ragione, creazione del nuovo progetto, è una perla di folk-rock di grande impatto, mentre invece L’Amico Suicida, uno dei pezzi più crudi e amati del gruppo, fa storcere più di un naso: anche qui il testo viene recitato a mo’ di poesia, ma la musica, che nell’originale era un’opera di quattordici minuti di intense sfuriate dark-progressive, qui viene ridotta a pochi scampoli strumentali.
E’ importante segnalare che, tra un pezzo e l’altro, "Baffo" Banfi si alza e racconta diversi aneddoti sulla storia e le origini del Biglietto, come le difficoltà per dei ragazzi ancora senza patente di andare alle prove e ai concerti, o l’impresa di far passare in radio il brano "Confessione" senza censure, nonostante il genere lontano dai gusti popolari e soprattutto la parola "bastardo" nel testo; notevoli anche gli accompagnamenti musicali a questi monologhi, con la chitarra di Giaffreda che riproduce le melodie di grandi classici del rock, da "Dancing With The Moonlit Knight" dei Genesis a "Stairway To Heaven" dei Led Zeppelin.
L’esibizione continua su livelli qualitativi altissimi: Ansia, introdotta da un ottimo assolo di batteria, esce rivitalizzata e migliorata dall’opera di "ringiovanimento"; Tarantella, vivace divagazione nel folk puro, mette in mostra tutta l’abilità e la coesione dei musicisti, prima del brano più atteso; la storica Confessione (per chi scrive, insieme a "Impressioni Di Settembre" il picco più alto mai raggiunto dal prog italiano anni ’70) fa esplodere tutta la sua magia, con la voce dura ed energica stile-Gianna Nannini della Sala, i flauti che si inseriscono e Giaffreda che lascia libero sfogo a tutte le sue influenze chitarristiche (da Hendrix a Blackmore, a Van Halen) con un assolo di quelli che lasciano il segno.
Rimane il tempo per un’incursione tra i solchi di "Il Tempo Della Semina" con l’accoppiata L’Arte Sublime Di Un Giusto Regnare + Mente Solamente, suonate in successione e abbellite da un arrangiamento nettamente superiore all’originale, grazie anche alla nuovamente ottima prova della cantante; la conclusione viene lasciata a una versione molto personale di Una Strana Regina, che inizia con delicatezza e prosegue con un tono quasi solenne, lontano dalla rabbia della vecchia interpretazione, prima dell’ultimo assolo dal gusto pinkfloydiano di un Giaffreda sempre sugli scudi.
Il concerto è terminato ma, come da consuetudine, gli applausi richiamano sul palco la band, che ripropone Tra L’Assurdo E La Ragione e Confessione. Una scelta non casuale, ma un ideale connubio tra il passato e un presente ricco di soddisfazioni, con la benedizione di Fra’ Claudio, l’appoggio di un pubblico fedele e la magia mai sopita del vero prog rock italiano.


Setlist:

Il Tempo Della Semina
Il Nevare
Tra L’Assurdo E La Ragione
L’Amico Suicida
Ansia
Tarantella
Confessione
L’Arte Sublime Di Un Giusto Regnare
Mente Solamente
Una Strana Regina
Encore:
Tra L’Assurdo E La Ragione
Confessione


BIGLIETTO PER L’INFERNO.FOLK are:

Mariolina Sala: voce
Franco Giaffreda: chitarra
Enrico Fagnoni: basso, contrabbasso, chitarra
Mauro Gnecchi: batteria
Giuseppe "Pilly" Cossa: tastiere, fisarmonica, cori
Renata Tomasella: flauto, ocarina, bombarda, cori
Ranieri "Ragno" Fumagalli: flauto, ocarina, cornamusa
Carlo Redi: violino, mandolino
Giuseppe "Baffo" Banfi: monologhi e direzione artistica

A night to remember: Premiata Forneria Marconi live at Conservatorio, 24/10/09


P F M. Tre lettere marchiate a fuoco nella memoria di ogni appassionato
italiano di rock che si rispetti. Giusto per intenderci, la PFM (o
Premiata Forneria Marconi, se siete in intimità) è stata il gruppo che
più di ogni altro ha fissato i parametri e le coordinate artistiche del
progressive rock italiano; l’unico gruppo italiano di questo genere ad
ottenere il vero successo internazionale (e ai tempi d’oro, non come
operazioni revival per nostalgici), a fare tour negli Stati Uniti, in
Sudamerica e in Giappone, a far entrare i loro album nelle classifiche
inglesi, a suonare alla leggendaria Royal Albert Hall di Londra (come
Cream, ELP e Deep Purple, tanto per fare qualche nome). Ma PFM è anche
un nome legato a doppio filo alla storia di Fabrizio De Andrè – per chi
scrive il più grande cantautore italiano – registrando con lui "La
Buona Novella" e arrangiando alcuni dei suoi pezzi più famosi per una
tournee, quella del 1979, destinata a passare alla storia.
Questa è la band che si presenta, per la prima volta nella sua
ultra-trentennale storia, al Conservatorio di Milano (dove Franz Di
Cioccio da ragazzo avrebbe voluto studiare, salvo poi essere costretto
dal padre a iscriversi al perito ottico…), per un doppio spettacolo
di tre ore: nella prima parte, "PFM Canta De Andrè", vengono riproposti i pezzi più significativi del tour con De Andrè, con gli arrangiamenti di allora; nella seconda parte, "35 E Un Minuto",
sono invece eseguiti alcuni dei brani che hanno fatto la storia del
gruppo (il cui primo album risale al 1972). Il pubblico presente è
numeroso soprattutto nei settori più "economici" della platea, mentre
scarseggia nelle prime file, tanto che molti spettatori vengono fatti
spostare dagli addetti nelle poltroncine vuote più avanti: un ottimo
modo per vedere i propri idoli in azione più da vicino.
I brividi scendono lunga la schiena quando Mussida apre, come nel ’79, con gli accordi di Bocca Di Rosa:
non c’è più il grande Faber al microfono, ma un Di Cioccio con la
grinta di un ragazzino e carisma da vendere: il pubblico se ne accorge
e si lascia volentieri coinvolgere, ragazzi, adulti e anziani senza
differenza. Ora è la volta di La Guerra Di Piero, sorretta da
un imponente di lavoro di tastiere di Tagliavini (eccezionale durante
tutto il concerto, e più che degno di raccogliere l’eredità di un
mostro sacro come Flavio Premoli), quindi di Un Giudice, dove
invece sono le 4 corde di Patrick Djivas a ergersi protagoniste. Il
concerto procede liscio e spedito, dando la sensazione di un viaggio
nel tempo: dopo Andrea, in cui anche Fabbri e Tagliavini imbracciano la chitarra per accompagnare Mussida, tocca alla malinconica Giugno ’73 e all’eccezionale accoppiata Maria Nella Bottega Del Falegname + Il Testamento Di Tito,
suonate come un brano solo, che vedono tutti i musicisti sfoderare una
tecnica invidiabile e la giusta dose di sentimento; la seconda in
particolare, cantata a strofe alternate da Di Cioccio e Mussida,
rappresenta forse l’apice qualitativo ed emotivo della serata (peccato
solo per un errore di distrazione di Franz, che confonde la quinta
strofa con la settima). Se finora il pubblico è rimasto affascinato ma
composto, a farlo scatenare bastano la trascinante ballata sarda Zirichiltaggia e soprattutto Volta La Carta,
dove tutto il Conservatorio in piedi tiene il tempo con le mani mentre
Di Cioccio non sta fermo un secondo, in barba ai suoi 63 anni di età. La Canzone di Marinella è il giusto tributo a un classico molto amato dal pubblico, prima del gran finale con Amico Fragile: Mussida canta e regala assoli di gran classe, aiutato dalle cupe tastiere e da un drumming preciso e dinamico.
Siamo quasi senza fiato, e il concerto non è neppure a metà: reso omaggio a De Andrè, ora è tempo dei classici della band: è La Luna Nuova, direttamente da "L’Isola Di Niente", a regalare le prime emozioni con le sue note complesse e suadenti. Il brano successivo, Out Of The Roundabout
(l’unico capitolo in inglese della serata), viene introdotto da un
lungo assolo di chitarra classica, e continua per oltre dieci minuti di
divagazioni strumentali e cinguettii di uccelli artificialmente
riprodotti, tutto per suggellare l’unione con il "cerchio della
natura". Terminato il brano, tocca a "le roi" Djivas a salire in
cattedra, con un altro sapiente assolo: blues, jazz e rock si
incontrano, con tanto di citazione a "Luglio Agosto Settembre (Nero)"
degli Area; non c’è modo migliore per introdurre Maestro Della Voce,
l’omaggio della PFM all’immenso Demetrio Stratos (il grande cantante
degli Area, morto nel 1979, ex compagno di band dello stesso Djivas e
grande amico del gruppo), che con i suoi ritmi cadenzati è un altro
invito a nozze per il pubblico. Di classico in classico, i suoni
psichedelici e futuristici delle tastiere di Tagliavini fanno da
prologo per una devastante La Carrozza Di Hans, autentico tuffo
al cuore per gli appassionati; terminato il brano, Di Cioccio prende il
microfono e dice: "Prima ci siamo dimenticati di fare l’appello: Bocca
Di Rosa presente, Andrea presente, Piero presente… non manca
qualcuno?". Esatto, manca Il Pescatore, storicamente il pezzo
di De Andrè più trascinante dal vivo, e anche stasera immancabilmente
le pareti tremano all’assolo di batteria a quattro mani di Di Cioccio e
Monterisi, e al coro unanime finale "Lalalalallalallalaaa,
lalalalallalallalaaaa". Gli applausi meritatissimi accompagnano il
gruppo fuori dal palco… solo per un attimo ovviamente.
"Ho sentito qualcuno richiedere Impressioni Di Settembre
ragazzi, che giorno è oggi? Esatto, è il 24 ottobre! Le cose si fanno
nella stagione giusta, perciò Impressioni di Settembre la sentirete
l’anno prossimo: stasera suoniamo Impressioni di Ottobre!". Con queste
parole Di Cioccio scherzosamente introduce il più grande classico della
band e del progressive italiano, per l’occasione preceduta da due
minuti di intense improvvisazioni strumentali, nel pieno spirito degli
anni Settanta: è il primo dei due bis del concerto, a cui segue la
dirompente E’ Festa, suonata in una "long extended version" per
dare il modo al cantante di presentare tutti i componenti del gruppo, e
al pubblico di perdere gli ultimi brandelli di voce. Ora la festa è
davvero finita.
Insomma, un concerto fantastico, d’altri tempi, come durata, intensità
e qualità: tutti i musicisti hanno sfoderato prestazioni brillanti, e
anche la setlist è stata all’altezza; personalmente avrei ridotto le
improvvisazioni e gli assoli per inserire un paio di pezzi in più,
magari Photos Of Ghosts o River Of Life… ma sono dettagli, di fronte
a una serata così.
Lunga vita alla PFM… con la certezza che anche Fabrizio, dovunque egli sia adesso, avrà senz’altro approvato.

Setlist:

Bocca Di Rosa
La Guerra Di Piero
Un Giudice
Andrea
Giugno ’73
Maria Nella Bottega Del Falegname
Il Testamento Di Tito
Zirichiltaggia
Volta La Carta
La Canzone Di Marinella
Amico Fragile
La Luna Nuova
Out Of The Roundabout
Maestro Della Voce
La Carrozza Di Hans
Il Pescatore
————————-
Impressioni Di Settembre
E’ Festa

PFM sono:

Franz Di Cioccio – voce, batteria, percussioni
Franco Mussida – voce, chitarra
Patrick Djivas – basso
Gianluca Tagliavini – tastiere, pianoforte, chitarra
Lucio Fabbri – violino, tastiere, chitarra
Piero Monterisi – batteria