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The thin ice

Conobbi Charlie al politecnico: io seguivo un corso sui mezzi di comunicazione, e lei studiava design, e la prima volta che la vidi compresi che era il genere di ragazza che avevo sempre desiderato incontrare sin da quando ero grande abbastanza da desiderare di incontrare le ragazze. Era alta, coi capelli biondi raccolti (mi disse che conosceva certi che stavano al St Martin insieme ad alcuni amici del cantante Johnny Rotten, ma non me li presentò mai), e aveva un’aria diversa, drammatica ed esotica. Persino il suo nome mi sembrava drammatico e diverso ed esotico, perché fino ad allora ero vissuto in un mondo in cui le ragazze avevano nomi da ragazza, e neanche tanto interessanti se è per questo. Charlie parlava un sacco, per cui non c’erano quei terribili silenzi forzati che sembravano caratterizzare la maggior parte dei miei appuntamenti con le ragazze mentre facevo la sesta, e quando parlava diceva cose particolarmente interessanti – sul suo corso, sul mio, sulla musica, sui film, sui libri e sulla politica.

   E le piacevo. Le piacevo. Le piacevo. Le piacevo. O per lo meno così sembrava. Sembrava che le piacevo. Eccetera, eccetera.

[…]

   Comunque è vero anche che, col trasferimento a Londra, piacere alle ragazze era diventato più facile. A casa, mi conoscevano quasi tutti, o conoscevano mia madre e mio padre – o avevano conosciuto qualcuno che mi conosceva, o che conosceva mia madre e mio padre – fin da quando ero piccolo, e di conseguenza avevo sempre la sgradevole impressione che la mia infanzia fosse sempre lì lì per ripigliare il sopravvento. Come fai ad andare con una ragazza a bere qualcosa di analcolico in un pub quando sai che nell’armadio hai ancora appesa la divisa da giovane esploratore? Come fa una ragazza a baciarti se sa (o conosce qualcuno che sa) che fino a pochi anni fa avevi gli stemmi-ricordo dei laghi di Norfolk Broads o del parco di Exmoor cuciti sulla giacca a vento? In casa dei miei c’erano dappertutto delle foto in cui mi si vedeva con orecchie enormi e vestiti ridicoli, che battevo allegramente le manine davanti a treni in miniatura che entravano in stazioni in miniatura; e anche se poi, penosamente, le ragazze sembrarono trovare queste foto molto tenere, tutto era ancora troppo vicino nel tempo per tranquillizzarmi.

[…]

   Comunque Charlie non mi aveva conosciuto quando ero un ragazzino di dieci anni, e nemmeno conosceva qualcuno che mi avesse conosciuto a quell’età. Mi conosceva solo come giovane adulto. Ero già grande abbastanza da votare, quando la incontrai; ero grande abbastanza da passare con lei la notte, tutta la notte, nella sua stanza al pensionato universitario; grande abbastanza da avere delle opinioni mie, e da poterle offrire una bevanda alcoolica in un pub, forte del fatto di avere in tasca la patente, presa da poco e prova della mia maggiore età… ed ero grande abbastanza da avere una storia. A casa non avevo avuto storie, giusto cose che tutti sapevano, e che quindi non meritavano di essere raccontate.

   Ma ancora sentivo puzza di bruciato. Ero come quelli che tutto a un tratto si rasavano la testa e dicevano che loro erano stati sempre punk, che erano punk da prima ancora che si cominciasse a parlare del punk: mi sentivo come se da un minuto all’altro qualcuno potesse cogliermi in flagrante, come se qualcuno potesse entrare nel bar dell’università, brandendo una delle foto con la giacca a vento, e gridare: «Rob era un ragazzino! Un pupattolo!», così che Charlie, scoprendolo, mi avrebbe piantato. Mai mi venne in mente che lei probabilmente aveva tutta una pila di libricini per bambine e diversi ridicoli vestitini da festa, nascosti da qualche parte in casa dei suoi, a St Albans. Per quanto mi riguardava, Charlie era nata con grandissimi orecchini, i jeans a tubo, e una passione terribilmente sofisticata per le opere di un certo imbrattatele, un tipo con la fissa del color arancione.

  Uscimmo insieme per due anni, e per tutto il tempo io mi sentii come se fossi in piedi su un costone pericolosamente stretto. Non potevo mai mettermi comodo, se capisci cosa voglio dire; non c’era posto per stendersi e rilassarsi. Mi scoraggiava la banalità del mio guardaroba. Dubitavo delle mie capacità amatorie. Non riuscivo a capire cosa ci trovasse in quel tipo della pittura arancione, anche se me lo aveva spiegato mille volte. Mi preoccupavo perché ero convinto che non sarei mai stato capace di dirle niente di interessante o di divertente su un qualsiasi argomento. Temevo gli altri uomini che frequentavano il suo corso di design, e mi convinsi che mi avrebbe lasciato per mettersi con uno di loro. Mi lasciò per mettersi con uno di loro.

A quel punto, per un po’ persi la trama. E anche l’intreccio secondario, la sceneggiatura, la colonna sonora, l’intervallo, i popcorn, le toilette e le frecce che indicano l’uscita. Continuavo a ciondolare attorno al pensionato, finché certi suoi amici non vennero a pizzicarmi, minacciando di mandarmi via a calci. Decisi di ammazzare Marco (Marco!), il tipo per cui mi aveva lasciato, e passai lunghe ore nel cuore della notte arrovellandomi su come ucciderlo, benché poi, ogni volta che per caso lo incontravo, mi limitassi a bofonchiare un saluto e a filarmela. Feci un po’ di taccheggio, anche se non saprei ben dire adesso perché. Presi una dose eccessiva di Valium, ma mi ficcai le dita in gola dopo nemmeno un minuto. Le scrissi interminabili lettere, e alcune le imbucai; sceneggiai interminabili dialoghi, nessuno dei quali si svolse. E quando tornai in me, dopo un paio di mesi di tenebre, scoprii con una certa sorpresa che avevo mollato gli studi e che mi ero messo a lavorare al Record and Tape Exchange, un negozio a Camden che vendeva nastri e dischi di seconda mano.

   Tutto era accaduto cosi in fretta… In un certo senso avevo contato sul fatto che la mia maturazione sarebbe stata lunga, sostanziosa, istruttiva, invece successe tutto in quei due anni; certe volte ho quasi l’impressione che tutto quello che ho fatto dopo di allora e tutte le persone che ho incontrato siano stati solo dei leggeri diversivi. Ci sono certi che non hanno mai superato gli anni sessanta, o la guerra, o la sera in cui il loro complesso fece da spalla al concerto dei Dr Feelgood, allo Hope and Anchor, e passano il resto della loro vita camminando indietro; io non ho mai veramente superato Charlie.

[…]

Comunque… Ecco come non fare carriera: a) perdere la ragazza; b) piantare l’università; c) lavorare in un negozio di dischi; d) restare nei negozi di dischi per il resto della vita. Vedi quelle immagini della gente di Pompei, e pensi: che assurdità! Una partitina a dadi dopo il tè e zacchete: per qualche migliaio di anni la gente ti ricorderà così. E se era la prima partita della tua vita? E se stavi giocando solo per far compagnia al tuo amico Augustus? E se proprio in quel momento avevi appena terminato uno splendido poema o qualcosa del genere? Non sarebbe fastidioso essere commemorati nei secoli come giocatori di dadi? Certe volte guardo il mio negozio (perché, come si suol dire, non mi sono lasciato crescere l’erba sotto i piedi, negli ultimi quindici anni, e circa dieci anni fa ho preso in prestito il denaro, e ho aperto un mio negozio!), e i miei clienti regolari, quelli che vengono tutti i sabati, e capisco perfettamente come si sentirebbero quei poveri pompeiani, se potessero sentire qualcosa (benché la loro caratteristica sia esattamente quella di non sentire niente). Sono bloccato in questa posa, questa posa da proprietario di negozio, per l’eternità, a causa di alcune brevi settimane del 1979 in cui diedi un po’ fuori di matto. Poteva andarmi peggio, immagino; avrei potuto infilarmi nel primo ufficio di reclutamento dell’esercito, o andare a lavorare nel più vicino mattatoio. Ciò nonostante, mi sento come se fosse cambiato il vento mentre facevo una boccaccia, e adesso fossi costretto a passare il resto della vita sempre con questa orribile smorfia stampata in faccia.

(dal romanzo “Alta fedeltà” di Nick Hornby)

Catullo collection

 

Carissimi, il momento è finalmente giunto: con questo post, colmo una lacuna che il mio blog aveva da anni, e al tempo stesso rendo il giusto omaggio a uno dei grandi della poesia di ogni epoca. Questa raccolta di carmina accuratamente selezionati, infatti, vuole presentare il sommo Catullo in un’ottica volutamente diversa da quella ampiamente celebrata (e, concedetemelo, piuttosto scontata) dei libri scolastici: un Catullo non solamente cantore illuminato dell’Amore e della bellezza, ma un uomo come noi, con i suoi momenti di ironia, di sconforto, di rabbia e di goliardia, alle prese con le varie situazioni della vita quotidiana che tutti conosciamo, ma valgono comunque una poesia.
Addentriamoci dunque nella scoperta del lato “umano” del Vate.

(tutte le poesie sono state tradotte da Mario Ramous. Note didascaliche in fondo al testo.)

 

 

15

 

A te come me stesso affido il mio amore,
Aurelio. Un piccolo favore che ti chiedo:
se mai qualcuno amasti in cuore tuo
che tu desiderassi casto e puro,
conservami pulito questo mio ragazzo.
Non dico dalla gente, ché non ho pensiero
di chi corre su e giù per la via
tutto occupato nelle sue faccende;
ma di te ho timore e del tuo cazzo
nemico d’ogni ragazzo, buono o cattivo
che sia. Quando comanda ficcalo dove
e come vuoi, se è ritto e sguainato.
Ti proibisco lui solo, non credo molto.
Ma se la tua pazzia, una passione insana
ti spingesse, scellerato, tanto nel crimine
da insidiare la stessa mia persona,
povero te, la sorte che ti viene:
divaricate le gambe, per quella porta
radici e pesci ti ficcherò dentro.

 

 

16

 

In bocca e in culo ve lo ficcherò,
Furio ed Aurelio, checche bocchinare 1
che per due poesiole libertine
quasi un degenerato mi considerate.
Che debba esser pudico il poeta è giusto,
ma perché lo dovrebbero i suoi versi?
Hanno una loro grazia ed eleganza
solo se son lascivi, spudorati
e riescono a svegliare un poco di prurito,
non dico nei fanciulli, ma in qualche caprone
con le reni inchiodate dall’artrite.
E voi, perché leggete nei miei versi baci
su baci, mi ritenete un effeminato?
In bocca e in culo ve lo ficcherò.

 

 

21

 

Padre di tutti gli affamati che conosci
e di quelli che furono, sono e saranno
negli anni da venire, tu Aurelio,
desideri inculare l’amor mio
e non ne fai mistero: appiccicato a lui,
giochi, ti strofini, le provi tutte.
Non servirà: mentre mi tendi queste insidie
io prima te lo ficcherò in bocca.
E pace se tu lo facessi a pancia piena,
ma non posso tollerare, accidenti a me,
che il mio ragazzo impari a patir fame e sete.
Piantala dunque, giusto finché sei in tempo,
che tu non debba farlo a cazzo in bocca.

 

 

28

 

Veranio carissimo e tu Fabullo mio,
che al seguito di Pisone, privi di tutto,
vi portate appresso le vostre quattro cose,
come state? Vi ha fatto sopportare tutto,
il freddo, la fame, vero, quella canaglia?
Dite, segnate pure voi i profitti in perdita,
come ho fatto io, seguendo il mio pretore,
che registro a profitto soltanto le spese?
O Memmio, m’hai proprio fottuto a modo tuo,
supino, con in bocca tutta la tua trave. 2
Ma a voi non è toccata una sorte migliore,
mi pare: quello che vi opprime non è manico
diverso. Cercali i tuoi amici famosi!
E che tutti gli dei li possano sommergere
di guai, questa vergogna di Romolo e Remo.

 

 

37

 

Puttanieri di quell’ignobile taverna 3
nove colonne oltre il tempio dei Dioscuri,
credete d’avere l’uccello solo voi,
di poter fottere le donne solo voi,
considerandoci tutti cornuti?
O forse perché sedete cento o duecento
in fila come tanti idioti, non credete
che potrei incularvi tutti e duecento?
Credetelo, credetelo: su ogni muro
qui fuori scriverò che avete il culo rotto.
Fuggitami dalle braccia, la donna mia,
amata come amata non sarà nessuna,
anche lei, che mi costrinse a tante battaglie,
siede tra voi. E come se ne foste degni
la chiavate tutti e non siete, maledetti,
che mezze canaglie, puttanieri da strada:
tu più di tutti, tu Egnazio, capellone
modello, nato fra i conigli della Spagna,
che ti fai bello di una barba incolta
e di denti sciacquati con la tua urina. 4

 

 

41

 

Diecimila sesterzi tondi m’ha chiesto
Ameana, quella puttanella fottuta,
quella puttanella dal naso deforme
mammola del gran fallito di Formia.
Parenti che l’avete in tutela,
convocate i medici e gli amici:
quella è matta. Non si guarda mai
in uno specchio? Farnetica.

 

 

56

 

Scherzo così divertente, Catone,
è giusto che tu lo sappia e ne rida.
Ridine per l’amore che mi porti:
credi, è uno scherzo troppo divertente.
Sorpreso un ragazzino che si fotte
una fanciulla, io, Venere mia,
col cazzo ritto, un fulmine, l’inculo.

 

 

74

 

Gellio udiva sempre lo zio riprendere
chi parlasse o godesse d’amore.
Per evitarlo gli chiavò la moglie
rendendolo immagine stessa del silenzio.
Era il suo scopo: ora potrebbe anche
ficcarglielo in bocca, lo zio non fiaterebbe.

 

 

80

 

Come mai, Gellio queste tue labbrucce di rosa
si fan più bianche della neve d’inverno,
quando il mattino esci di casa o quando verso sera
nei giorni d’estate ti scuoti dal tuo dolce riposo?
Non capisco. O forse è vero, come si mormora,
che sei ginocchioni un divoratore di cazzi?
Certo è così: lo gridano le reni rotte di Vittorio,
poveretto, e le tue labbra macchiate dello sperma succhiato.

 

 

97

 

Non è, buon dio, che credessi differente
l’odore della bocca e del culo di Emilio.
L’una non è più pulita o sporca dell’altro,
ma forse è meglio e più pulito il culo:
se non altro è senza denti: la bocca ha zanne
enormi e le gengive come un carro vecchio,
spalancata poi sembra la fica slabbrata
di una mula in calore quando piscia.
E lui ne fotte molte, si crede stupendo:
ma mandatelo a far l’asino nei mulini.
Quella che va con lui si leccherebbe
anche il culo di un boia appestato.

 

 

115

 

Cazzomamurra ha circa trenta iugeri di prato 5
e quaranta di campi: il resto è mare.
E perché non potrebbe superare Creso in ricchezza
chi in un fondo solo possiede tutte queste meraviglie,
prati, campi, boschi immensi, pascoli e acquitrini
dai popoli del Nord sino al mare Oceano?
Tutte cose grandi, ma lui è più grande ancora,
non è un uomo, è un grande cazzo minaccioso.

 

 

NOTE:

 

1 – Furio (Marco Furio Bibaculo) e Aurelio erano due amici di Catullo, poetae novi come lui (un gruppo di letterati in contatto l’uno con l’altro, cultori dell’ozio, del piacere e dell’anticonformismo); il suo rapporto con loro era un po’ di amore-odio, dato che a volte li definisce amici fidati e compagni amorevoli, altre volte li copre di insulti per qualsiasi motivo.

 

2 – Gaio Memmio era il Proconsole di Bitinia, una provincia romana situata nel nord-est dell’odierna Turchia (un posto dove non c’è un cazzo neanche adesso, figuriamoci 2000 anni fa); aveva convinto Catullo a seguirlo nella sua spedizione, salvo poi fregare i soldi a lui e ad altri, una volta giunto a destinazione.

 

3 – si suppone che “l’ignobile taverna” in questione fosse niente meno che la casa di Lesbia. La donna amata da Catullo, il cui vero nome era Clodia e che proveniva da un’importante famiglia romana (suo padre e i suoi fratelli furono tutti uomini politici di spicco), aveva infatti la fama di donna colta e intelligente, ma anche di facilissimi costumi: persino Cicerone, in una sua orazione, la definì senza tanti giri di parole una puttana che passava le giornate a scopare con i suoi numerosi amanti.

 

4 – pare che a Roma ci fosse questo luogo comune sugli iberici, che fossero soliti lavarsi i denti con la piscia. Altre volte Catullo derideva Egnazio per questo motivo.

 

5 – Lucio Mamurra era un cavaliere che aveva fatto fortuna seguendo Cesare nelle sue campagne in Iberia e in Gallia; con le ricchezze accumulate si era poi costruito una villa a Formia, il suo paese natale, vivendo nel lusso più sfrenato. Catullo, che detestava Cesare e tutti i suoi protetti, lo apprezzava molto, riferendosi spesso a lui nelle sue poesie come “quel finocchio”, “il gran fallito di Formia”, o più semplicemente “CAZZO” (“Cazzo ha una villa…”).

 

Nella prossima vita voglio essere un Sim – quarta parte

 

PARTE 4/4 – Relazioni sociali e sessualità

 

 

A eccezione di ladri, scassinatori e piccola criminalità locale, nei quartieri dei Sim non esiste la delinquenza: nessun Sim correrà mai il rischio di essere rapinato per strada, assassinato o violentato, e non sarà mai vittima di rapimenti o incidenti stradali. Non esiste la mafia. Due Sim che si odiano profondamente possono fare a botte, ma nessuno si fa male.

 

Non esistono il razzismo, l’omofobia o le discriminazioni religiose.

 

In realtà, non esiste nemmeno la religione: nonostante la Morte sia un’entità concreta e tangibile, con cui è persino possibile conversare, nessun Sim va in chiesa o ha una vita spirituale. Di fronte a una lapide o a un’urna funeraria, le uniche azioni possibili sono intristirsi e piangere.

 

Gli amici di un Sim, a prescindere da chi siano e da quale lavoro svolgano, esercitano un’influenza fondamentale per permettergli di ottenere promozioni e avanzamenti di carriera.

 

Per conquistare un partner è sufficiente chiacchierare, raccontare barzellette divertenti e scambiarsi effusioni nei momenti giusti. Anche se la forma fisica e l’aspetto esteriore variano da Sim a Sim, non sono mai un criterio rilevante: il maschio più sgradevole ha pressochè le stesse probabilita di chiunque di sedurre una donna bellissima.

 

Ogni Sim ha i propri interessi, i propri hobby e le proprie preferenze, ma nessuna di queste è di ostacolo alla relazione: Sim senza nulla in comune possono vivere una relazione di coppia soddisfacente per tutta la vita.

 

Anche se la vita sessuale di un Sim non prevede preliminari e auto-erotismo e si limita al semplice coito, il sesso è sempre perfetto: entrambi raggiungono l’orgasmo, non esistono l’impotenza, l’eiaculazione precoce, le misure ridotte del pene o la scarsa abilità a letto.

 

Un Sim può fare sesso con decine di partner, se ne ha la possibilità, ma non ha bisogno di usare contraccettivi e non esistono malattie sessualmente trasmissibili.

 

Quando un Sim fa sesso, può scegliere consapevolmente se avere un rapporto a fini riproduttivi, o solo per il piacere di farlo.

 

Non potendo gli adolescenti fare sesso, non esistono ragazze-madri. E naturalmente, essendo il sesso totalmente precluso ai bambini, non esiste neppure la pedofilia.

 

Ogni femmina Sim è perfettamente in grado di avere figli a un’età compresa tra i 20 e i 60 anni, le gravidanze si concludono senza problemi, non necessitano di ricovero ospedaliero e i bambini sono sempre in buona salute. Non ci sono aborti, nè spontanei nè provocati.

 

E’ comunque possibile adottare orfani, se lo si desidera.

 

All’infuori della riproduzione, un Sim anziano è in grado di avere la stessa vita sessuale di un giovane, senza bisogno di farmaci.

 

La promiscuità sessuale può causare problemi all’interno di una coppia fissa (ma solo se un Sim scopre il partner infedele in atteggiamenti inequivocabili), ma è socialmente accettata: nessun Sim viene considerato una puttana o un puttaniere e non ha sensi di colpa.

 

Nella prossima vita voglio essere un Sim – seconda parte

 

PARTE 2/4 – La casa

 

Non esistono i senzatetto: ogni Sim che va a vivere da solo ha automaticamente a disposizione un budget sufficiente ad acquistare e arredare almeno un bilocale. La casa è sempre di proprietà: non ci sono affitti o mutui da pagare.

 

Non esistono disastri naturali (es. terremoti, tsunami) o artificiali (es. bombe, esplosioni varie) capaci di distruggere una casa. Gli incendi sono esclusivamente domestici e non coinvolgono mai la struttura dell’edificio.

 

Ogni elettrodomestico o oggetto di arredamento, anche seriamente danneggiato, può essere venduto per una piccola somma. La vendita avviene automaticamente: non è necessario portare fisicamente l’oggetto in un negozio o in un mercato.

 

I Sim non hanno bisogno di spostare i mobili: tutti gli elementi dell’arredo, dal vaso di fiori all’armadio a due ante, vengono spostati in pochi secondi dal giocatore.

 

E’ sempre il giocatore a occuparsi della carta da parati, del tetto e delle modifiche strutturali: il Sim personalmente non avrà mai bisogno di imbiancare, di sistemare tegole o pulire grondaie (che peraltro non esistono).

 

Una volta eretti e “coperti”, i muri di una casa non si sporcano e non si danneggiano mai: non esistono muratori o imbianchini.

 

Gli unici elementi dell’arredo che possono guastarsi sono quelli elettrici e idraulici: tavoli, cassetti, mensole, finestre, lampade, vasi, quadri e tutti gli altri oggetti sono indistruttibili.

 

Non esistono prese elettriche, fili della corrente o tubi di scarico: qualunque elettrodomestico o sanitario può essere collocato in qualunque punto della casa, anche in mezzo a una stanza, persino in giardino.

 

Un Sim può virtualmente acquistare centinaia di vestiti, ma riuscirà a farli stare tutti comodamente nello stesso armadio, e li avrà a disposizione all’istante, senza doverli cercare. Lo stesso si applica ai libri, ai videogiochi e ai cd musicali.

 

Ogni oggetto di arredo, dal cestino dell’immondizia alla scultura greca, è disponibile in quantità illimitata, e avrà sempre lo stesso prezzo.

 

Non c’è bisogno di fare la spesa al supermercato: il Sim può farsela recapitare a casa in varie quantità, e avrà sempre tutto ciò di cui ha bisogno. Questa spesa, d’altronde, è esclusivamente alimentare: carta igienica, detersivi, cartoleria, prodotti per la casa e altre cose della vita quotidiana sono disponbili automaticamente e non si esauriscono mai.

 

L’automobile di un Sim non deve essere immatricolata, non necessita nè di assicurazione nè di libretto di circolazione, e ha sempre il serbatoio pieno.

 

I vicini di casa sono facilmente raggiungibili, ma mai a stretto contatto con il Sim, il quale di conseguenza non riceverà mai lamentele perchè il volume della tv è troppo alto o l’immondizia accumulata in giardino emana un cattivo odore.

«Razzista io? Parla lei che è negro!»

 

(Breve campionario di frasi razziste scritte o pronunciate da ministri, parlamentari e politici di rilievo della Lega Nord. Così, giusto per riflettere su chi governa il nostro paese e le nostre città)

 

 

“L’Ulivo ha cessato di imbastardire il nostro sangue infettandolo con quello degli extracomunitari!” (Mario Borghezio, europarlamentare)

 

“Dare il voto agli extracomunitari? Un paese civile non può fare votare dei bingo-bongo che fino a qualche anno fa stavano ancora sugli alberi!” (Roberto Calderoli, Ministro per la Semplificazione Normativa)

 

“E noi vogliamo far decidere il futuro nostro, del Paese e dei nostri figli a chi fino a cinque anni fa era nella giungla a parlare con Tarzan e Cita?” (Roberto Calderoli)

 

“Molte idee di Breivik sono buone, alcune ottime. E’ per colpa dell’invasione degli immigrati se poi sono sfociate nella violenza.” (Mario Borghezio)

 

“Gli immigrati? Peccato che il forno crematorio del cimitero di Santa Bona non sia ancora pronto.” (Piergiorgio Stiffoni, senatore)

 

“I gommoni degli immigrati devono essere affondati a colpi di bazooka” (Giancarlo Gentilini, sindaco di Treviso)

 

“Gli immigrati sono animali da tenere in un ghetto chiuso con la sbarra e lasciare che si ammazzino tra loro.” (Pierantonio Fanton, consigliere comunale di Treviso)

 

“Bisogna usare con gli immigrati lo stesso metodo delle SS: punirne dieci per ogni torto fatto a un nostro cittadino.” (Giorgio Bettio, consigliere comunale di Treviso)

 

“Ci vorrebbero vagoni della metropolitana solo per extracomunitari, ci sarebbe più sicurezza.” (Raffaella Piccinni, candidata alle elezioni provinciali a Milano)

 

“Metto personalmente fin da subito a disposizione del comitato contro la moschea sia me stesso che il mio maiale per una passeggiata sul terreno dove si vorrebbe costruire la moschea.” (Roberto Calderoli)

 

“Pensate se ai nostri nonni avessero raccontato che noi ci facciamo togliere i canti natalizi da una banda di cornuti islamici di merda, detto con il massimo rispetto per gli imam, con tutte queste palandrane del cazzo!” (Mario Borghezio)

 

“Voglio la rivoluzione contro coloro che vogliono aprire le moschee e i centri islamici! E qui ci sono anche le gerarchie ecclesiastiche, che dicono “lasciate anche loro pregare”… No! Vanno a pregare nei deserti!” (Giancarlo Gentilini)

 

“La Prefettura di Pordenone sta cercando spazi per ospitare immigrati libici sul territorio in strutture private, ma noi non vogliamo questa gente: si costruiscano dei campi lavoro in Aspromonte, da noi i libici non devono arrivare.” (Danilo Narduzzi, capogruppo Lega Nord nel Consiglio Regionale del Friuli Venezia Giulia)

 

“A fermare i profughi africani ci riescono pure in Spagna, in Grecia, in Croazia, dovremmo riuscire anche noi, usando il mitra.” (Daniele Stival, assessore ai flussi migratori della Regione Veneto)

 

“Gli enti locali smettano di finanziare corse a cui partecipano solo atleti africani o comunque extracomunitari in mutande.” (Pietro Giovannoni, consigliere provinciale di Padova)

 

“Ci vuole una guardia civile contro i negri, bisogna semplificare le procedure per il porto d’armi perchè la gente possa difendersi”. (Erminio Boso, senatore)

 

“Noi siamo la Padania bianca e cristiana, siamo longobardi e non merdacce levantine e mediterranee!” (Mario Borghezio)

 

“Io voglio la rivoluzione contro gli extracomunitari clandestini! Voglio la pulizia dalle strade di tutte queste etnie che distruggono il nostro Paese! Voglio la rivoluzione nei confronti dei nomadi, degli zingari! Voglio eliminare tutti i bambini degli zingari che vanno a rubare dagli anziani!” (Giancarlo Gentilini)

 

“I rom mi fanno vomitare, li prenderei a calci quando fingono di essere storpi.” (Vittorio Aliprandi, consigliere comunale di Padova)

 

“I topi sono più facili da debellare degli zingari.” (Matteo Salvini, europarlamentare)

 

“Se un extraterrestre venisse a trovarmi e mi chiedesse chi sono i rumeni, non avrei difficoltà a dirgli che sono un popolo di stupratori.” (Piergiorgio Stiffoni)

 

“Vedo Gad Lerner e capisco Hitler.” (Cesare Rizzi, deputato)

 

“Gli immigrati si sono pronunciati contro la libertà del Nord e hanno scelto dei pezzi di merda. Il dramma del Nord è che si è consegnato a insegnanti meridionali, a magistrati meridionali.” (Umberto Bossi, segretario Lega Nord e Ministro delle Riforme Istituzionali)

 

“Questa parte del paese non cambia mai, l’Abruzzo è un peso morto per noi come tutto il Sud.” (Mario Borghezio)

 

“Le prime medaglie d’oro olimpiche assegnate ad atleti del Nord dimostrano la superiorità etnica dei padani, anche in questo campo.” (Mario Borghezio)

 

(riferendosi alla vittoria della nazionale di calcio italiana contro la Francia ai Mondiali del 2006): “Vittoria della nostra identità: una squadra che ha schierato lombardi, campani, veneti o calabresi, ha vinto contro una squadra che ha perso, immolando per il risultato la propria identità, schierando negri, islamici, comunisti.” (Roberto Calderoli)

 

“Nei prossimi dieci anni vogliono portare in Padania 13 o 15 milioni di immigrati, per tenere nella colonia romano-congolese questa maledetta razza padana, razza pura, razza eletta.” (Umberto Bossi)

 

“L’universalismo antirazziale che vuole tutti uguali, dalla scimmia ad Einstein, è un’ideologia arrabbiata che non porterà mai da nessuna parte.” (Gianfranco Miglio, senatore e ideologo)

 

 

If

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs, and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too;

If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet not look too good, nor talk too wise;

If you can dream, and not make dreams your master,
If you can think, and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two imposters just the same;

If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the thing you gave your life to, broken
And stop and build them up with worn-out tools;

If you can make a heap of all your winnings
And risk it all on one turn of pitch-and-toss;
And lose, and start again at your beginnings,
And never breathe a word about your loss;

If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on, when there is nothing on you
Except the will which says to them "Hold on!";

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with kings and not lose your common touch;
If neither foes nor loving friends can hurt you;
If all men count to you, but none too much;

If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds worth of distance run…
Yours is the Earth and everything in it,
And, what is more, you’ll be a Man, my son!

Se saprai mantenere la calma quando tutti intorno a te
la stanno perdendo, e te ne fanno una colpa;
se saprai aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te
ma tenere in considerazione anche i loro dubbi;

Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
o, una volta calunniato, non rifugiarti nelle calunnie,
o, una volta odiato, non lasciar spazio all’odio,
senza apparire troppo buono, nè parlare in modo troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare dei sogni i tuoi padroni,
se saprai pensare, senza fare dei pensieri il tuo scopo
se saprai affrontare il trionfo e la sconfitta
e trattare quei due impostori nello stesso modo;

Se saprai sopportare di udire le verità che hai detto
distorte dai disonesti per ingannare gli ingenui,
o guardare le cose per cui hai dato la vita, distrutte
e fermarti a ricostruirle con i tuoi strumenti logori;

Se saprai fare una pila di tutte le tue vittorie
e rischiarla in un solo colpo a testa o croce,
e perdere, e ricominciare dall’inizio,
e mai fare parola della tua perdita;

Se saprai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi
a sostenerti anche quando si saranno consumati,
e così andare avanti, quando nulla resterà in te
eccetto la volontà che grida loro "Avanti!";

Se saprai parlare alle folle e mantenere la tua virtù,
o passeggiare con i re rimanendo te stesso;
se nè i nemici, nè gli amici troppo premurosi potranno ferirti;
se tutti conteranno per te, ma nessuno troppo;

Se saprai riempire il minuto inesorabile
con sessanta secondi degni di essere vissuti…
tua sarà la Terra e tutto ciò che vi è in essa
e, quel che più importa, sarai un Uomo, figlio mio!

Il sipario scarlatto

[…]
Grace si cacciò le pillole in bocca, una dopo l’altra, e le inghiottì rapidamente. Poi si voltò verso Ray, e lo fissò. Ray a sua volta afferrò le pillole, con mano tremante, le portò alla bocca, le ingoiò. Richard istintivamente infilò la mano in tasca per prendere il suo sonnifero, poi la ritrasse vuota. Non voleva che sua madre fosse presente, al momento di inghiottirle.
Doris si addormentò quasi subito. Reclinò il capo sul tavolo, sbadigliando, e non fu più capace di tenere gli occhi aperti. Ray si alzò, la prese in braccio, e Doris gli si strinse al collo con le piccole braccia. Anche Grace si alzò, e tutti e tre scomparvero nella camera da letto.
Richard restò seduto. Sua madre si alzò, e andò nell’altra stanza a dire addio a Ray e Grace. Davanti a lui, la tovaglia e i resti della cena: una sensazione indescrivibile.
Sua madre ritornò, gli sorrise:
"Mi aiuti a lavare i piatti?"
"Lavare i…" balbettò lui, esterrefatto. Poi tacque. Che cosa importava, ormai, fare o non fare una certa cosa?
Restò a lungo in cucina, con sua madre, nella luce vermiglia che ormai tutto compenetrava, così irreale e fantastica, asciugando dei piatti che nessuno avrebbe usato mai più, riponendoli nella credenza, che tra due ore non sarebbe più esistita. Continuò a pensare a Grace e a Ray, al silenzio della loro stanza, finchè, uscito dalla cucina senza dir nulla, aprì la porta e guardò dentro. Li fissò a lungo, tutti e tre. Poi, sempre in silenzio, chiuse la porta e lentamente ritornò in cucina. Guardò sua madre:
"Sai?" disse, "Sono tutti e tre…"
"Meglio così."
"Ma perchè non hai protestato?" esclamò lui. "Come hai potuto assistere a quello che facevano senza protestare, senza tentare di…"
"Richard", lei l’interruppe, "in un giorno come questo, ognuno deve essere libero di comportarsi a suo modo. Nessuno ha diritto di dire agli altri cosa va fatto, e cosa no. Doris era la bambina di Grace e di Ray."
"Ed io sono il tuo…"
"Non sei più un bambino, Richard."
Richard finì di asciugare i piatti con le mani che gli tremavano. Si sentiva intorpidito.
"Mamma, questa notte io…" provò a dirle.
"Non voglio saperlo. Non m’interessa."
"Ma…"
"Che importanza può avere?" lei continuò. "Questa fase di vita ormai è conclusa."
Povero me, pensò Richard, questa fase di vita! Adesso avrebbe cominciato a parlare dell’altra vita nell’aldilà, del Regno dei Cieli, della punizione dei malvagi e delle beatitudini che attendono le anime elette…
Ma sua madre disse:
"Perchè non ci sediamo sulla veranda, qui fuori?"
Camminando con lei nella casa silenziosa, Richard tentò disperatamente di capire… Di capire perchè lei fosse così diversa. Si sedette al suo fianco, sui gradini della veranda, e pensò: non rivedrò mai più Grace, nè Doris… e neppure Norman, e Spencer. Non rivedrò mai più Mary.
Era troppo per lui. Tutte queste cose, e tutte insieme. Eppure, non poteva fare nient’altro che restare lì, seduto sulla veranda, immobile, a guardare il cielo scarlatto e la stella enorme che li avrebbe inghiottiti tutti. Si accorse che non aveva più paura. Ormai, anch’essa era stata bruciata.
"Mamma," disse infine. "Mamma, perchè non mi hai parlato dell’aldilà? Sono convinto che è il tuo più grande desiderio."
Sua madre lo guardò, e il suo viso, circonfuso dal riverbero rosso, gli apparve dolce e soave.
"Non c’è alcun bisogno, Richard," rispose. "Tra poco, quando questo sarà passato, saremo di nuovo tutti insieme. Lo so. Non è necessario che tu ti sforzi di crederlo. La mia fede sarà sufficiente per tutti e due."
Nient’altro. Richard la guardò, in silenzio. Un tremito lo scosse.
"Se vuoi prendere le tue pillole," disse ancora sua madre, "questo, forse, è il momento migliore. Ti addormenterai con la testa sulle mie ginocchia."
Richard continuò a tremare: "Non ti dispiacerebbe?"
"Voglio che tu faccia quello che ti sembra giusto."
Esitò, senza sapere cosa fare, finchè non immaginò sua madre, seduta su quei gradini, al momento della fine del mondo. Sola.
"No. Voglio restare con te." disse.
Sua madre gli sorrise:
"Avvertimi però, se tu dovessi cambiare idea…"
Tacquero ancora, per qualche minuto. Poi sua madre disse:
"Quanto è bello, però."
"Bello?"
"Bellissimo", continuò sua madre. "Non vedi quanto è splendido questo sipario scarlatto che Dio sta calando sulla nostra commedia?"
Richard restò senza parole. Non avrebbe saputo dire se il sipario era davvero splendido. Comunque, passò un braccio intorno alle spalle di sua madre, e lei si strinse un poco al suo fianco.
Richard soltanto questo sapeva: era la sera dell’ultimo giorno, e sedevano lì, sulla veranda; e nonostante il fatto non avesse poi molto senso, lui e sua madre si volevano un gran bene.

Richard Matheson

Heysel

Dopo l’ultimo excursus, riprendo la trilogia calcistica. Il prossimo 29 maggio saranno passati venticinque anni dalla tragedia dell’Heysel, quando trentanove persone morirono soffocate e calpestate in seguito agli incidenti nel pre-partita della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Questo è il racconto di un tifoso juventino presente allo stadio quel giorno. Un racconto che mette i brividi e fa pensare.

E’ quasi mezzogiorno quando arriviamo a Bruxelles. Il viaggio è stato interminabile, soprattutto per me che non riesco a dormire in pullmann. Lungo il percorso ogni tanto abbiamo superato altre carovane di tifosi juventini, con i quali ci siamo salutati chiassosamente, ma avvicinandoci alla città il numero di pullmann bianconeri è aumentato in maniera esponenziale: siamo una marea e questo, anche se si tratta solo di una illusione, ci fa ben sperare per l’esito della partita.
Il parcheggio che ci hanno riservato è grandissimo ed è stracolmo di tifosi. Cerco qualche faccia conosciuta, ma so che è inutile. Solo io, Gino e Fabio siamo arrivati qui per strada; gli altri tifosi della mia cittadina stanno arrivando in aereo, beati loro che possono. Cerchiamo le indicazioni per lo stadio. Non ce ne sono oppure non le vediamo, seguiamo la corrente bianconera, qualcuno là davanti saprà dov’è. Una breve pausa per una foto davanti all’Atomium: l’ho visto mille volte sui libri di geografia e vederlo dal vero mi fa un certo effetto.

Finalmente arriviamo nei pressi dello stadio: esternamente non ci sembra granché, spero che sia meglio all’interno. Sui prati attorno allo stadio ci sono tantissimi gruppetti di tifosi: c’è chi mangia, chi dorme, chi legge la Gazzetta e avvicinandoci sentiamo i discorsi concitati di mille allenatori; ognuno ha la sua formazione e la sua tattica di gara, ci accomuna solo la speranza che non si ripeta la beffa di Atene.
Io, apprensivo come al solito, voglio individuare l’ingresso del nostro settore per non essere impreparato quando apriranno i cancelli; Gino e Fabio mi prendono in giro ma si uniscono a me nella ricerca. Ci avviciniamo al perimetro dello stadio e cominciamo a percorrerlo. Nei pressi di quella che dovrebbe essere la tribuna centrale ci sono delle transenne. Qui non si passa. Facciamo un giro più ampio e arriviamo in corrispondenza di una delle curve. Sarà la nostra? Assorti nella ricerca, non ci siamo accorti che il colore dei prati circostanti è gradualmente mutato: da verde, bianco e nero è diventato verde e rosso. Qui ci sono i tifosi del Liverpool. Nella illusoria speranza che la mia maglia bianconera e quella di Fabio non risultino così evidenti (come se quella blu da trasferta di Gino con il logo Ariston, lo scudetto e le stelle sembrasse una normale polo…) proseguiamo nel nostro cammino. Non posso fare a meno di sbirciare i volti dei tifosi inglesi, nel timore di una espressione di minaccia e nella speranza di un sorriso di complicità.
Un ragazzo si stacca da un gruppetto numeroso e si avvicina. Sorride timoroso, indica la mia maglia e mi parla. Accidenti, come è diversa la sua parlata dall’inglese della prof.; comprendo la metà delle sue parole, ma capisco che vuole cambiare la mia maglia con la sua. Perché no? Magari ci speravo in una cosa del genere e forse sarà per questo che, oltre alla maglia ufficiale, mi sono portato una maglia replica acquistata su una bancarella davanti al Comunale prima della partita con il Bordeaux. Facciamo lo scambio. E’ bella la loro maglia, di un rosso che comunica passione; chissà quand’è che la Juve deciderà di adottare le maglie fatte con questo tessuto lucido. Ci diamo la mano e ci salutiamo. Io gli dico: “Good luck”, ma non lo penso veramente, non per stasera almeno.

Proseguiamo nella nostra ricerca, arriviamo quasi alla fine della curva prima del settore dei distinti; qui c’è un po’ di movimento. Non capiamo o forse capiamo ma non ci sembra possibile. Ci sono dei tifosi a cavalcioni del muro di cinta che in questo punto mi sembra più basso che altrove e con il filo spinato rotto; altri tifosi stanno passando loro dei contenitori, sembrano casse di birra. Forse stanno portando dentro degli striscioni, ma qualcosa ci dice che la prima impressione è quella giusta. Questi sembrano meno amichevoli di quelli che abbiamo incontrato prima e allora decidiamo di non indugiare troppo e ci affrettiamo ad allontanarci.
Passato il settore dei distinti, l’ambiente torna a tingersi del rassicurante colore bianconero e vediamo anche un cancello con sopra un cartello che recita “Juventus”; non ci è dato di sapere se è l’ingresso del nostro settore, ma una valutazione della piantina dello stadio disegnata dietro al biglietto di ingresso ci spinge a pensare che sia così. Chiedo a tutti quelli che incontro se è questo il settore ‘N’ e puntuale arriva la presa in giro di Gino e Fabio. Siamo arrivati e anche se è un po’ presto, decidiamo di fermarci qui. Anni di partite al Comunale ci hanno insegnato che se non sei davanti ai cancelli quando aprono, ti rimangono i posti peggiori.
Il pomeriggio avanza, fa caldo (perché quando compri la maglia ufficiale ti mandano sempre quella a maniche lunghe invernale?), il numero di tifosi aumenta e tutti si accalcano. Già da tempo abbiamo rinunciato a stare seduti e, per giunta, nel gruppo si è infilato anche un poliziotto a cavallo ed io, con la mia solita fortuna, sono faccia a faccia con il quadrupede. Spero che sia stato addestrato bene. Sorrido al poliziotto, nella speranza che capisca che qui non ci sono teppisti, ma lui non si smuove. “Vabbè, l’importante è che tu tenga buono Furia” penso io.
Cresce l’eccitazione. La batteria dell’orologio mi ha abbandonato, ma penso che ormai ci siamo. Ora aprono. E’ come una scossa. Cominciano i cori “Juve, Juve” prima ancora di entrare. Siamo dentro. Ci sistemiamo in una posizione decente, vicino ai distinti e cominciamo a studiare quello che sarà il teatro della partita. Il prato è uno splendore. Qui il verde sembra – se possibile – più verde, che meraviglia. Però il resto non è granché: lo stadio non ci sembra molto grande; sicuramente è molto vecchio e comunque tenuto male. Addirittura i gradini larghi e bassi sono in più parti sbriciolati. Penso che sia quasi meglio il Comunale, che ho tante volte denigrato. Ricomincio a fare il solito giochetto delle “forze” sugli spalti, come se il numero dei tifosi fosse decisivo. Guardo verso al curva opposta alla nostra, dove ci sono i nostri “nemici”, ma non è tutta rossa: nella parte verso le tribune ci sono degli juventini. Chissà, forse siamo talmente in tanti che ci hanno riservato anche quel settore. Intanto lo stadio si riempie. Per ingannare l’attesa si parla, si legge un quotidiano faticosamente mendicato al vicino; ogni tanto qualcuno parte con un coro e allora tiriamo su sciarpe e bandiere e cantiamo per darci coraggio e sperando di darne ai giocatori. C’è uno dietro di me che ha uno striscione con scritto “Mamma sono qui”. Questa mi mancava.
L’eccitazione aumenta sempre più. Non riesco più a calmarmi, se continuo di questo passo esaurirò le unghie prima dell’inizio della partita. Un boato. Sono entrate delle persone con la tuta della Juve sul campo. Da qui non riconosco i volti, potrebbe essere il massaggiatore, ma potrebbe essere anche Platini. Quanto manca? Sono quasi le sette. Manca ancora parecchio ed i minuti sembrano espandersi nell’attesa. Mi metto tranquillo. Ma dura poco.

Un brivido percorre la curva, forse stanno entrando i giocatori a vedere il terreno di gioco. No, sta succedendo qualcosa sulla curva opposta. Cerco di capire. Dai due settori riservati ai tifosi del Liverpool stanno lanciando degli oggetti verso il settore degli juventini, sembrano bottiglie, forse sassi, non vedo bene. La parte della curva bianconera fischia, anche noi fischiamo. Ma proprio stasera dovevano fare casino? Fra le due tifoserie compatte si è aperta una frattura. Poi, come comandati da un unico impulso, i tifosi del Liverpool cominciano a muoversi in direzione di quelli della Juve. “Ci saranno le reti” mi dico, “Arriverà la polizia” spero, “Si fermeranno” prego. Si fermano. Ma è un attimo. Come una molla gli inglesi si ritraggono e poi ripartono, ma questa volta non si fermano, continuano ad avanzare. La massa dei tifosi bianconeri si sposta verso le tribune, forse stanno uscendo. Da qui vedo che molti si riversano sul campo di gioco. Forse gli addetti hanno aperto i cancelli e per evitare problemi li fanno entrare sulla pista. Il settore è quasi vuoto. E quelli del Liverpool si sono fermati; lentamente ritornano verso i loro settori e cantano. Cerchiamo di capire, ma da qui è difficile.
L’altoparlante dello stadio non dà comunicazioni. Speriamo che non rimandino la partita. Sarebbe il colmo essere venuti fin qua per non vederla. Passano i minuti. Il settore degli juventini rimane vuoto, i suoi occupanti sono tutti in campo. Mi sembra di sentire delle sirene. Stanno arrivando i rinforzi per la polizia, oppure sono ambulanze, forse qualcuno si è fatto male.
Intanto il tempo trascorre, adesso troppo in fretta. Ma insomma, cosa fanno, perché non dicono nulla? L’altoparlante dello stadio comincia a emettere suoni, ma la confusione è tanta e i messaggi arrivano frammentati. Riusciamo a capire che i capitani delle squadre leggeranno un comunicato. Si sente una voce timida, è Scirea ci dicono: “La partita verrà giocata per consentire alle forze dell’ordine di organizzare l’evacuazione del terreno. State calmi. Non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi” . Poi un’altra comunicazione, questa volta in inglese. Questi è Neal, il capitano del Liverpool. Non riusciamo a capire. Ma la partita è valida?
Intanto il campo è sempre pieno di persone, a cui si vanno aggiungendo squadre di poliziotti o soldati che si dispongono attorno al perimetro del terreno. Se possibile, il trambusto aumenta quando entrano in campo alcuni calciatori della Juve circondati da un gruppo sempre più folto di persone. Arrivano quasi sotto la nostra curva. Nella calca mi sembra di riconoscere Cabrini, ma non ne sono certo. E’ tardi, l’orario di inizio è trascorso. Scirea ha detto: “Giochiamo per voi”, spero che non ci abbiano ripensato. Impercettibilmente il campo si svuota, tutte le persone che c’erano prima sono scomparse. Forse i tifosi della Juve scesi sul terreno di gioco sono stati smistati in altri settori dello stadio. Abbiamo notato che molti spettatori dei distinti alla nostra destra sono andati via. Forse si sono impauriti per il trambusto. Vediamo un varco nella rete divisoria fra i settori e molti tifosi della curva ci passano attraverso per spostarsi nei distinti. Lo facciamo anche noi, vogliamo vedere un po’ meglio. Non c’è nessuno ad impedicerlo.

Sono già passate le nove, quando inizia la partita. I minuti prima lentissimi adesso passano troppo velocemente. Le squadre giocano abbastanza bene, sembra tutto normale. Voglio pensare che sia tutto normale. Noi facciamo qualche azione buona, ma anche loro non scherzano. Sono forti, lo sapevamo. Tacconi si supera in più di una occasione. Finisce il primo tempo sullo 0 – 0. Facciamo qualche commento, ognuno ha la sua ricetta per vincere, ma non sembriamo molto convinti. Un’ombra ci opprime. Entrano le squadre per la seconda parte della gara. Nella Juve non è cambiato nessuno. Passano una decina di minuti, poi un lampo. Boniek parte al galoppo. Sale l’incitamento, che diventa un boato quando i difensori del Liverpool lo stendono nei pressi dell’area. Rigore! “Ma c’era?” . L’arbitro dice di si. Tira Platini. Proprio sotto la curva degli incidenti. Contrariamente al solito, questa volta lo guardo tirare. Gol! Stiamo vincendo. “Manca molto?”. Adesso il Liverpool non ci sta a perdere e ci comprime nella nostra metà del campo. Il cuore sta facendo gli straordinari. Tacconi para anche lo mosche. E’ quasi finita. Una sostituzione per la Juve. Esce Briaschi, entra Prandelli; ci copriamo, il Trap ha aspettato più del solito a farlo. Manca pochissimo. Un’altra sostituzione. Esce Rossi ed entra Vignola. E’ finita! Abbiamo vinto.
Ci abbracciamo. Gino piange, ma non vuole farsi vedere. La curva alla nostra sinistra, dove eravamo prima, è una marea bianconera. Aspettiamo la premiazione, vogliamo la coppa più desiderata. Il tempo passa ma non vediamo nulla. Ce la siamo persa? Altri minuti, non si vede nessuno. Ma che fanno? Hanno cambiato il rituale? No, ecco i giocatori che arrivano. Non ci sono tutti. C’è Platini che corre sotto la curva. Foto. Passano Tardelli e Boniek proprio davanti a noi. Altra foto. Questi coi baffi chi è? Favero. Altra foto. Non vedo altri juventini. Ma dov’è la coppa?
Non c’è più nessuno in campo, esclusi poliziotti ed addetti. Lo stadio si sta svuotando, per stasera non fanno altro. Decidiamo di uscire. Torniamo al pullmann. Occhio alle maglie rosse. Dopo quello che è successo, non si sa mai.

Ci rimettiamo in viaggio. Appena fuori Bruxelles, ci fermiamo in un posto di ristoro. E’ chiuso. “Ma come? Da noi sono sempre aperti o quasi.”. Proseguiamo. Abbiamo fame. Un altro autogrill. Come non detto. Appena vede arrivare i pullmann, qualcuno pensa bene di chiuderlo. Ci teniamo la fame, ci arrangiamo per i bisogni fisiologici e ripartiamo. Viaggiamo tutta la notte e arriviamo al confine svizzero alle prime luci dell’alba. Finalmente, un autogrill aperto. Ci fermiamo e assaltiamo letteralmente il bar. Ci guardano in modo strano. Una cameriera piange. Che succede? Io cerco l’espositore dei quotidiani. Voglio comprare una copia della Gazzetta per conservarla come ricordo. Non la trovo. Ci sono solo giornali in lingua tedesca. Ne compro uno. Ho una conoscenza scolastica del tedesco, ma riconosco il vocabolo che campeggia in prima pagina, vicino ad un numero troppo alto per essere vero: “Toten”; e le immagini che vedo mi scavano un solco profondo nella mente e nel cuore. Per sempre.

Siamo a casa nel primo pomeriggio. Un conoscente mi offre un passaggio dal terminal degli autobus fino a casa mia. Mi dice che in paese mi davano per disperso. Risultavo capogruppo nell’elenco dei tifosi partiti da qui. Quelli che sono venuti alla partita in aereo sono tornati prima di noi, ed hanno raccontato di aver sentito il mio nome chiamato più volte dallo speaker dello stadio. Mi sembra incredibile, io non ho sentito nulla. Mi dice anche che la mia ragazza ha telefonato al Ministero degli Esteri. Non le hanno saputo dare notizie. Arrivo a casa. Mia madre mi abbraccia e piange. Mio padre non mi dice nulla. Mi guarda e parte per andare al lavoro. Anni dopo mi dirà di non aver provato una paura simile nemmeno ai tempi della guerra.

Non ho mai voluto guardare la registrazione di quella serata.

Sergio
Heysel, 29.05.1985

Salotti del venerdì sera

 
Buonasera, miei affezionatissimi
riemergo vincitore dai meandri oscuri dello studio universitario, guidato dalle note politicamente scorrette e parecchio thrash dei Sacred Reich. Di fronte a me si staglia finalmente l’estate, con tutto il suo esuberante carico di musica, risate, cazzeggio, seghe mentali, tanto alcol, poca gnocca e tanto, tanto studio. Ciò implica anche, naturalmente, riprendere possesso del mio amato-odiato blog (a proposito: colgo l’occasione per annunciare ai quattro gatti che ancora mi cagano che ho intenzione di aprire un altro blog su una piattaforma un po’ più affidabile, e soprattutto NON Microsoft. Quale? Boh, devo decidere. Quando? Nel futuro più o meno prossimo… quando finisco l’officina in miniatura XD). Nella fattispecie, ho in serbo per voi una chicca che ho rimediato nelle mie varie peregrinazioni per la Rete: l’autore è un certo Dottor D, il tema è la vecchiaia – o meglio la non gioventù – e le donne, il contenuto condivisibile o meno, ma di sicuro degno di attenzioni e di qualche riflessione…
 
 

Il 21 maggio 2009, alle ore 18:00 circa, ho compiuto 34 anni.

In quel preciso istante, il mio navigatore biologico mi ha ordinato di lasciare Largo Virilità, svoltare nel Vicolo del Declino e proseguire dritto finché non incontro Piazza Andropausa.

Non sono triste. In fondo avere una vita sessuale è come guidare contromano a 120 all’ora inseguiti dalla polizia: molto meno divertente di come sembra al cinema. Sarò più felice senza. Sto già imparando a giocare a briscola.

Come gesto d’addio, sperando di essere d’aiuto a qualcuno, lascio in eredità agli esemplari più giovani tutte le cose che ho imparato sulle donne.

Tutte e sette.

 

1 – Esiste un metodo scientifico per stabilire a priori se una donna ci sta: quando lei ti vuole, lo capisci dal fatto che te lo dice.

 

È opinione diffusa che la mente femminile tenda a seguire percorsi un po’ più contorti rispetto a quella maschile. Secondo il luogo comune, una donna non chiede: aspetta che tu intuisca la domanda.

Può anche darsi che sia vero, in altre situazioni. Ma quando una donna decide che le interessa un uomo, mette da parte il codice cifrato delle allusioni e si trasforma in un treno diretto. Coi freni saltati.

Se lei ti vuole, te lo fa capire in modo inequivocabile. Ti segue ovunque a una distanza non superiore al mezzo metro, manco fosse il tuo cane. Si fa raccontare la storia della tua vita scendendo in dettagli che annoierebbero anche tua madre. Pur di vederti, ti invita pure alla festa per gli ottant’anni di sua nonna. Fa tutto quello che è in suo potere per scrivere in cielo che sei suo.

E se comunque non capisci, te lo dice in faccia.

Se non fa così, se ti sembra che il suo comportamento nei tuoi confronti sia anche solo ambiguo, mettiti il cuore in pace: non ci sta.

 

2 – Far cambiare idea a una donna è completamente impossibile. Questa non è una regola che ammette eccezioni; è una costante fissa dell’Universo, come la velocità della luce.

 

Non sto dicendo che le donne non cambiano mai idea. Ma se una donna cambia idea, è perché l’ha scelto lei; non perché l’hai convinta tu.

Solo gli ingenui e i cretini ci provano due volte con la stessa donna. Se la prima risposta è no, è altamente probabile che sia no anche la seconda, la terza e la centoventisettesima.  Allora puoi cambiare strategia; puoi corteggiarla, cercare di farla ingelosire, ignorarla apposta per vedere se è lei che cerca te. Se ti va bene sarà tutto inutile; se ti va male, nocivo.

L’unica reazione sensata davanti a una donna che ti rifiuta è salutarla, dimenticarti della sua esistenza e passare alla prossima.

 

3 – Le donne hanno molto più intuito in fatto di uomini di quanto gli uomini ne abbiano in fatto di donne.

 

Una donna può anche sbagliare quando dice sì; ma non sbaglia mai, mai, quando dice no. Se una donna ti rifiuta, lo fa perché un apposito settore del suo subconscio ha già delineato tutti i possibili scenari del connubio te + lei, e ha stabilito che in nessun caso sareste felici.

In altre parole: se una donna ti rifiuta, lo fa per il tuo bene.

 

4 – Le donne non mentono mai.

 

Di solito un uomo che mente sa di mentire: è consapevole della distanza tra la balla che sta raccontando e la realtà.

La coscienza femminile, invece, ha una straordinaria capacità di autoipnosi. Una donna è in grado di programmarsi per credere a qualsiasi cosa; anche se è qualcosa in plateale contrasto con la realtà oggettiva.

È per questo che le donne non mentono mai: prima di mentire, si convincono nel profondo che quella è la verità. E continueranno a considerarla tale, anche se dovessero sbattere violentemente il cranio contro quell’altra verità, quella vera.

Nota bene: al contrario di quanto potreste pensare, questa caratteristica femminile va soprattutto a vantaggio dei maschi. Se il cervello delle donne non fosse così portato a correggere o addirittura a ignorare la realtà, sono totalmente sicuro che nove uomini su dieci morirebbero vergini.

 

5 – Io non so cosa vogliono la donne, ma di sicuro non vogliono un uomo bello.

 

Mi è capitato di conoscere uomini che facevano letteralmente impazzire le donne. Uomini che, anche volendo, non potevano essere fedeli a una donna sola, perché avevano orde di ammiratrici affamate e sensuali che li aspettavano sotto casa. E nessuno di quegli uomini, neanche uno, era bello nell’accezione comune del termine.

Ovvio: essere belli è comunque meglio che essere brutti. Ma la bellezza, in un uomo, è come il cassettino portabicchiere in una macchina: se c’è, fa piacere. Se non c’è, non se ne accorge nessuno.

Questo è uno dei pochi argomenti sui quali le donne dimostrano di conoscere davvero se stesse. Il 99% del genere femminile, se interrogato in materia, dirà che non vuole l’uomo bello: vuole un tipo.

Cosa sia “un tipo” è una questione allo studio della comunità scientifica internazionale.

 

6 – Per conquistare una donna devi farla ridere: una delle più pietose bugie nella storia dei rapporti umani.

 

Il mito nasce dal fatto che, se una donna è innamorata di te, ride a tutte le tue battute, anche se sono così brutte che spingerebbero il Papa all’ateismo. Ma non bisogna confondere la causa con l’effetto: una donna innamorata ride perché è innamorata, non è innamorata perché ride.

L’umorismo non è un’arma d’assalto: è l’ultima risorsa di chi ha esaurito tutte le altre opzioni e, allora, la butta sul ridere. Di norma, non a caso, il senso dell’umorismo è la virtù di chi ha visto più sconfitte che vittorie. E nessuno, quindi neanche una donna, punta volentieri su un cavallo perdente.

Se cerchi di conquistare una donna facendola ridere, una risata è tutto quello che otterrai. Ho conosciuto donne che si arrapano pensando a rapper, manager, vichinghi, motociclette, bassisti di gruppi rock, perfino carabinieri. Non ho mai conosciuto una donna che sogna di farsi montare da un clown.

D’altronde sono loro stesse ad ammetterlo. Spesso, intervistate in tivù, dichiarano di cercare un uomo che le faccia ridere. Non è ipocrisia: è che c’è una differenza sottile, ma decisiva, tra “fa ridere” e “mi fa ridere.”

 

7 – Avrai sentito dire che la vita non è un film.

 

Questo non è del tutto vero. Esiste sul serio gente con una vita così interessante. Solo che quella gente non sei tu.

Quindi sì, la vita è un film, ma il protagonista è qualcun altro. Tu sei il tizio con l’ombrello che passa sullo sfondo nella scena in cui lui e lei si baciano sotto la pioggia. E no, non puoi farci niente: le comparse non hanno voce in capitolo sulla sceneggiatura. Al massimo, se il regista non è un Kubrick, puoi scegliere in che mano tenere l’ombrello.

Anni dopo, per caso, beccherai il film in seconda serata su Rete 4. Lo rivedrai e ti accorgerai che è proprio bello. Anche se la tua parte è così piccola che non hai nemmeno il nome nei titoli di coda, ti sentirai fiero di aver partecipato.

In quel momento sarai molto felice.

Non mi pare poco.

 

Storiella by Rocco Tanica

 
(tratta dalla quinta puntata di Telekommando su TMC, 1994)
 
Un uomo aveva due figli: il primo era mite, parsimonioso e rispettoso dell’autorità; l’altro iracondo, spendaccione e irriverente.
Un giorno, sentendosi prossimo alla fine e non volendosene andare prima di avere sistemato la questione dell’eredità, quell’uomo chiamò i figli al suo capezzale e disse loro: "Sentendomi prossimo alla fine e non volendomene andare prima di avere sistemato la questione dell’eredità, vi ho chiamati al mio capezzale". Il figlio buono, con la consueta mitezza, parsimonia e rispetto dell’autorità, disse: "Padre, hai un gran bel capezzale"; l’altro si erse in un moto di infinita superbia e disse: "Merda piscia figa e vaffanculo, vecchio scemo!"
Il padre proseguì: "Così dispongo: a uno di voi lascio la casa, il podere, il bestiame e tutto ciò che posseggo; scenda la mia benedizione su di lui e la sua discendenza fino alla quarta generazione. Nulla vada all’altro, se non il mio biasimo". Il primo figlio replicò: "Sono certo io il destinatario del tuo lascito, e mio fratello la carne che maledici"; e l’altro: "Del tuo sepolcro faccio la mia cloaca, delle tue maledizioni giaciglio per scrofe, e per inciso, merda piscia figa e vaffanculo!", quindi prorose in un osceno rumore foriero di miasmi infernali. Il figlio buono avvampò di sdegno, si levò in piedi e gridò: "Padre, padre! Sono dunque io il prescelto!" "Certo che sì" rispose, "non gli lascio un cazzo, a quello stronzo di tuo fratello!". E morì.