Archive for Maggio 2013

Make love, not Warcraft

 

Ebbene sì.
Dopo tanto tempo, ritorna l’esclusiva rubrica “Gli scleri dell’Antidio”. L’occasione stavolta è molto particolare, perchè prenderò le difese di qualcosa che non mi sta particolarmente a cuore, anzi, spesso mi ha lasciato perplesso in diverse sue forme: il genere letterario fantasy (o meglio, la sua trasposizione cinematografico-televisiva).
Oggetto del contendere, un articolo sull’ultimo numero di Sette, magazine settimanale del Corriere della Sera, all’interno delle pagine dedicate al palinsesto tv. L’autrice è tale Arnalda Canali, mai sentita nominare: Google cita un’Arnalda Canali che lavora a RaiDue, dove ha curato la regia della terza edizione di un talent show che non si è inculato nessuno; ma nell’impossibilità di capire se si tratti davvero di lei o di un’omonima, non approfondirò la cosa.
Purtroppo non ho trovato il link all’articolo, se non su una pagina di Facebook dove è stato ricopiato manualmente; ecco il testo integrale. Il titolo è: “Se il sesso rende credibile anche un dragone” (e già qui…)

 

“Iniziavano allora gli anni ’90, e, mentre il famoso fantasma finiva esausto di aggirarsi per l’Europa, un altro spettro si affacciava alle nostre porte, travestito da nuova invenzione. Il suo nome è Freescape, era ed è un motore 3d per giochi, e avrebbe presto ridotto in pappa il cervello non solo delle generazioni X, ma anche di quelle Y e Z. Era quella l’epoca del paziente zero dell’infezione dei videogiochi, virus potente a tal punto da riuscire infine ad annullare tutte le distinzioni generazionali in un unico modello davvero deprimente, il nerd. Allora divenne chiaro che la fantasia non avrebbe mai raggiunto il potere, come tanti avevano sperato, ma il fantasy sì, eccome. Uno dei primi titoli fu infatti Castle Master, un gioco in cui la principessa veniva imprigionata dal dragone cattivo, e il giocatore, che era il principe, doveva salvarla. Certo che vi ricorda qualcosa: l’infanzia. In men che non si dica, eccoli lì, tutti davanti al computer, cavalieri senza paura del ridicolo, pronti a trascorrere notti insonni pur di trovare la chiave, o l’anello, o… Già, perchè con lo sdoganamento della favoletta, ecco rilanciata tutta quanta questa novellistica di mondi di mezzo e compagnie varie, una volta lettura preferita soltanto di brufolosi secchioni, ma ora destinata a polverizzare le migliori menti e i record d’incassi del primo weekend. Il fenomeno ha generato purtroppo un’impressionante ricaduta televisiva, traboccante di infantilismi e testosterone, dove tutto si mescola per l’appunto in un magico calderone, dagli zombi artici de Il trono di spade ai libri esoterici del giovane Leonardo, basta che sia inverosimile, pieno di computer grafica e donne nude. Si sa, giocare a principi e principesse è sempre stata una buona opzione per rimediare il primo bacio alla scuola materna, e dunque il sesso è una componente importante di questo tipo di intrattenimento, così da renderlo appetibile anche a chi potrebbe pensare che sia cretino credere nei draghi, e renderlo inaccessibile a quello che sarebbe il pubblico naturale, i ragazzini delle medie. Fantastico, no? Lo so, c’è un po’ di risentimento in questa visione, ma è dovuta alla struggente nostalgia per quei bambini che invece correvano in cerchio giocando a indiani e cowboy: alcuni, i più fighi, impersonavano gli indiani e, a volte, riuscivano a cambiare la storia. Alla faccia di chi continua a credere che un mondo (e una tv) migliore sia possibile.”

 

Orbene, andiamo con ordine. Dopo un’introduzione abbastanza vaga e inconcludente, possiamo già cogliere degli indizi per delineare il profilo di chi scrive: l’uso di termini come “generazione X”, che  si usavano più o meno ai tempi di Reagan e della Perestroijka, mi fa intuire che questa Arnalda Canali non è più giovanissima, ha probabilmente superato i 50; il sospetto di trovarmi di fronte all’ennesimo caso di vecchio che prova a descrivere ad altri vecchi le cose che piacciono ai giovani si fa già forte, ma andiamo avanti. Fate caso al linguaggio usato per parlare di videogiochi: “infezione”, “virus”, “ridurre in pappa il cervello”, “deprimente”, parole che esprimono un profondo disprezzo, che va oltre la semplice critica verso una passione che non si condivide. Sembra che per l’autrice i videogiochi siano qualcosa di intrinsecamente sbagliato, negativo e deprecabile, destinato a ragazzi con dei problemi; ma vediamo come subito dopo viene ristretto l’obiettivo.

 

“Uno dei primi titoli fu infatti Castle Master, un gioco in cui la principessa veniva imprigionata dal dragone cattivo, e il giocatore, che era il principe, doveva salvarla. Certo che vi ricorda qualcosa: l’infanzia. In men che non si dica, eccoli lì, tutti davanti al computer, cavalieri senza paura del ridicolo, pronti a trascorrere notti insonni pur di trovare la chiave, o l’anello…”

 

Ora, non ho mai giocato a questo Castle Master. Senza dubbio il topos del protagonista che salva la fanciulla dal cattivo è vecchio come il mondo, inevitabile che reggesse la trama di molti videogiochi. Però, da persona cresciuta negli anni ’90, che ha passato ore su Super Mario Land e Diablo II (per non parlare dei Libro-game!), vedere che la variegatissima galassia dei giochi fantasy viene ridotta a “la principessa imprigionata dal dragone cattivo” mi sembra estremamente limitante, e mi fa pensare che chi scrive non sia granchè ferrata sull’argomento. E poi di nuovo disprezzo, quei “cavalieri del ridicolo” che passano le notti insonni a giocare; come se il fantasy nei videogiochi fosse sempre stato confinato a gente emarginata e fuori moda, ragazzini talmente assorti in un mondo virtuale da non avere una vita fuori dal pc. Chiaro che ci sono sempre state e ci sono ancora persone così (e non solo appassionati di fantasy); ma fare di tutta l’erba un fascio è il classico atteggiamento di chi parla senza aver capito un cazzo, esattamente come i vecchi di prima.
Ma aspettate, il meglio deve ancora venire. Sono sicuro che non vi è sfuggito il riferimento all’anello. E infatti…

 

“… con lo sdoganamento della favoletta, ecco rilanciata tutta quanta questa novellistica di mondi di mezzo e compagnie varie, una volta lettura preferita soltanto di brufolosi secchioni…”

 

No, calma. Che tu consideri il fantasy una bambinata penso sia chiaro a tutti; ma liquidare uno dei più importanti scrittori di lingua inglese del ‘900, che ha inventato da solo un intero universo di popoli, culture, mitologie e persino lingue con un realismo assoluto, e un’opera monumentale come “Il Signore degli Anelli”, a “una favoletta per secchioni brufolosi” è semplicemente INACCETTABILE. E badate bene che io non sono un fan di Tolkien e non mi piace il genere; ma non mi sognerei neppure di sminuire l’importanza storica e artistica che le sue opere hanno avuto per un intero genere letterario. Poi, non vivo su Marte: so bene che, prima del clamoroso successo della trilogia di Peter Jackson, Tolkien e il fantasy erano destinati a un pubblico di nicchia, lontano da mode e riflettori. Ma alimentare e cavalcare questi stereotipi snob, o parlare di “secchioni brufolosi” come farebbe il quarterback della squadra di football di un college-movie americano… ti senti così figa a demolire così un genere? O vuoi passare per intellettuale? A me invece ricordi mia nonna, un paio di Natali fa, quando i miei mi regalarono l’edizione rilegata di Watchmen (graphic novel pluri-premiata, per la cronaca) e lei commentò, quasi affranta: “Ma alla tua età ti regalano ancora i fumetti?”. Solo che mia nonna aveva 85 anni, non aveva mai sfogliato un fumetto in vita sua e soprattutto non scriveva sul settimanale del più importante quotidiano nazionale.

 

“Il fenomeno ha generato purtroppo un’impressionante ricaduta televisiva, traboccante di infantilismi e testosterone, dove tutto si mescola per l’appunto in un magico calderone, dagli zombi artici de Il trono di spade ai libri esoterici del giovane Leonardo, basta che sia inverosimile, pieno di computer grafica e donne nude.”

 

Ed ecco che si arriva al fulcro dell’articolo. Il vero pomo della discordia non è tanto il fantasy in sé, che è da sfigati e non vale la pena parlarne, quanto il fantasy “erotico” che va di moda oggi (il riferimento esplicito è a Game Of Thrones). Non è certo la prima volta che la serie televisiva tratta dalle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco viene aspramente attaccata per le scene di sesso e violenza; chi mastica un po’ di telefilm sa che la HBO fa della crudezza un po’ pulp il proprio marchio di fabbrica. Poi però la critica si divide tra chi sa guardare oltre gli aspetti più vistosi, e non manca di riconoscere la complessità della trama e dei personaggi (mi venisse un colpo, persino Aldo Grasso l’ha elogiata!), e chi si ferma alle tette di Daenerys Targaryen e urla “vergogna, solo porno e sangue!”. Non mi sfiora neppure il pensiero che l’autrice possa aver letto anche a grandi linee la trama dei libri di G. R. R. Martin. D’altronde, descrivere GoT come “traboccante di infantilismi e testosterone” è come dire che “2001 Odissea Nello Spazio” trabocca di scimmie e scene di silenzio.
Ma attenti, arriviamo al top:

 

“Il sesso è una componente importante di questo tipo di intrattenimento, così da renderlo appetibile anche a chi potrebbe pensare che sia cretino credere nei draghi, e renderlo inaccessibile a quello che sarebbe il pubblico naturale, i ragazzini delle medie.”

 

Praticamente stai dicendo che un adulto normale di norma schiferebbe un prodotto infantile come il fantasy, ma lo guarda perchè i personaggi scopano. Di cosa stai cercando di convincermi, Arnalda Canali? Che un adulto non può leggere un romanzo con elementi magici e soprannaturali senza pensare che esistano davvero? Che ogni opera di narrativa fantastica è da ragazzini delle medie? Allora buttiamo nel cesso tutta la letteratura fantascientifica, da Verne a Asimov, dalla Guerra dei Mondi a Neuromante: come può un adulto credere seriamente negli alieni che invadono la Terra, o nei robot intelligenti? Buttiamo nel cesso anche tutta la letteratura horror, il romanzo gotico, Edgar Allan Poe, Lovecraft, Bram Stoker: dai, siamo troppo cresciuti per non metterci a ridere al pensiero di un vampiro che succhia il sangue delle persone. Ma che dico, buttiamo nel cesso TUTTA l’epica e la mitologia! Odisseo prigioniero di un gigante con un occhio solo, Astolfo che va sulla Luna in groppa a un cavallo alato, è ridicolo! É roba da bambini, come Harry Potter o Le Cronache di Narnia! Potrei andare avanti per ore, mi fermo qui perchè non voglio rischiare di vomitare il pranzo.

 

Insomma, la sostanza del discorso è che viviamo in un mondo degenerato, in cui gli adulti guardano e leggono cose da bambini, e i bambini si rincoglioniscono coi videogiochi invece di “correre in cerchio giocando a indiani e cowboy”. Là dove c’era l’erba ora c’è una città.
Lo so, Arnalda, è difficile: gli anni ’60 sono finiti, la gente non balla più il twist, i ragazzi passano il tempo con strani aggeggi futuristici di cui tu non sai nulla (ma di cui ti ostini a parlare) e soprattutto a nessuno viene in mente di chiamare la propria figlia con un nome ridicolo come il tuo. Ma ti do una dritta. Una tv migliore è possibile, se togliamo di mezzo i reality show, le tamarrate di Italia Uno, i talk-show tipo Porta a Porta, i giornalisti che intervistano i parenti dei morti e tante altre cose che, ti assicuro, sono molto più infantili e prive di contenuti di un telefilm fantasy. Anche un giornalismo migliore è possibile, se evitiamo questi agglomerati di luoghi comuni, spocchia e ignoranza, e facciamo parlare di determinati argomenti le persone che hanno i mezzi culturali per capirci qualcosa. Perchè è vero che siamo in democrazia e ognuno può esprimere la propria opinione e bla bla bla; ma una vecchia che è rimasta con la testa a Carosello e Giamburrasca, quando si mette in testa di parlare di videogiochi e fantasy ha la stessa competenza e autorevolezza di un giardiniere sullo Space Shuttle.

 

 

Nota a margine: nella stessa pagina del magazine, c’è una breve descrizione delle “7 serie hot fantasy” (sic!), con tanto di canale e orari di programmazione. Oltre a Game Of Thrones, cita Spartacus, I Borgia e Rome. Ora, a meno che Alessandro VI sia un elfo, e Spartacus combatta i legionari romani con l’Ammazzadraghi di Berserk, direi che c’è un po’ di confusione. No, perchè “storico” e “fantasy” NON sono sinonimi, né possono essere equiparati solo perchè si vedono delle tette. Teste di cazzo.

 

Dieci anni di troppo

L’altra sera ero seduto nella mia stanza, un bicchiere dell’idromele di Folk in mano e la musica di un misconosciuto gruppo prog-fusion danese al computer. In questo contesto di pace dei sensi, ho iniziato a pensare a quale sarebbe stato l’anno ideale in cui nascere (ovviamente in tempi relativamente recenti, i fanatici del Medioevo che vorrebbero vivere nel 1100 per potersi vestire come dame e cavalieri non mi sono mai andati a genio). Dopo una lunga riflessione, la scelta è caduta sul 1978, dieci anni esatti prima della mia nascita reale.

1978. Tanto per cominciare, il contesto politico-economico. Sarei nato troppo tardi per avvertire il clima di pessimismo, rabbia e paura degli Anni di Piombo, della strategia della tensione, delle Brigate e delle bombe, ma nel momento giusto per beneficiare della ripresa dell’economia dopo la recessione degli anni Settanta. Sì è vero, gli anni Ottanta sono stati il decennio della moda, della speculazione selvaggia, dell’arrivismo sociale, delle morti misteriose, dei governi che cambiavano ogni anno ma con dentro le stesse facce di merda democristiane e socialiste. Ma sono stati anche anni di benessere, di creatività, senza rivolte di piazza, senza timori di guerre mondiali, con un vento di libertà che soffiava su un po’ ovunque, dall’Argentina alla Polonia. Poi, come cantava De Andrè in “La Domenica delle Salme”, ci avrebbero spiegato che era tutta una presa per il culo, che la politica non era marcia ma direttamente putrefatta, e l’illusione del progresso poggiava sulle sabbie mobili. Ma questo lo avrei scoperto comunque col tempo, e intanto avrei avuto qualche anno di pia illusione.
Perchè sarei stato un bambino, e per un bambino crescere negli anni Ottanta era il Paradiso. Non avrei avuto il computer o la Playstation, d’accordo, ma ci sarebbe stato il MegaDrive, il Lego, i Librogame, Topolino ancora di qualità, le figurine dei Calciatori idem. Avrei trovato il Subbuteo nei negozi e non su Ebay, e a 10-12 mila lire, non a 70 euro come certi pezzi rari. Nella realtà, la mia infanzia ha subìto il fascino fortissimo di tutta una serie di giochi, prodotti e attività che erano già “fuori tempo massimo” per la mia generazione; nascere dieci anni prima avrebbe voluto dire anche gustarli nel momento di gloria, o almeno nelle ultime scintille. E poi i cartoni animati! Non dico che non mi piacessero quelli di quando ero piccolo, ma siamo seri, i cartoni degli anni Ottanta erano I cartoni, quelli che hanno fatto la storia, che sono entrati nel mito. Chi, anche senza aver visto una sola puntata, non ha mai sentito nominare Mazinga, L’Uomo Tigre, Daitarn, He-Man? Così come quei telefilm o show televisivi che allora erano piatti forti del palinsesto tv, e oggi trovano spazio solo nelle fasce “revival per sfigati nostalgici” (in genere il sabato mattina su Italia Uno).
Al cinema avrei potuto vedere film culto (personale ma non solo) come Ritorno al Futuro o la saga di Indiana Jones, e più tardi Jurassic Park, Pulp Fiction, gli ultimi grandi classici della Disney.
Dal punto di vista dello sport, qui la lista sarebbe davvero infinita. Tanto per cominciare, sarei stato troppo piccolo per patire i drammi del Milan in B, ma grande abbastanza per godermi pienamente tutto il ciclo leggendario di Sacchi e Capello; e mi sarei goduto anche l’ultimo “bel” calcio della storia, prima che i soldi e le televisioni distruggessero tutto per sempre; i Mondiali del 1990 e del 1994, visti in diretta e non su internet e vecchi ritagli di giornali; la Formula 1 di Senna e Prost, il basket dell’Olimpia d’oro di D’Antoni e coach Dan, la NBA di Bird, Magic Johnson, Jordan e del Dreamteam di Barcellona 1992, il tennis di Sampras e Agassi all’apice.
A livello musicale, avrei scoperto (o qualcuno mi avrebbe fatto conoscere) le grandi band che amo nel loro momento d’oro, o comunque quando erano ancora in attività. Avrebbe significato – almeno a livello teorico – poter vedere dal vivo i Pink Floyd, i Dire Straits, gli Iron Maiden di “Fear Of The Dark”, i Guns ‘n Roses di “Use Your Illusion”, i Gamma Ray di “Land Of The Free”, i Metallica del Black Album, Elio E le Storie Tese a inizio carriera, De Andrè ancora in vita. Avrei acceso la radio o la tv e avrei sentito il glam rock, la new wave, l’esplosione del grunge; generi che magari oggi non mi fanno impazzire, ma restano esponenzialmente meglio dell’hip hop e del dance pop tutto uguale che va di moda oggi.

Ma non è solo una questione di passioni d’infanzia e gusti personali. Se fossi davvero nato nel 1978, avrei frequentato il liceo a metà anni ’90: non posso ovviamente avere certezze, ma mio fratello ha studiato più o meno in quegli anni, e considerati i cerebrolesi che mi sono trovato io a scuola, paragonati ai compagni tutto sommato normali che ha avuto lui, avrebbe significato passare un’adolescenza decisamente più gradevole. Mi sarei iscritto all’università nel 1997: ragionando nell’ambito di Psicologia, un sensatissimo corso di 5 anni, invece che quella troiata del 3+2, con l’opportunità di studiare su un manuale dei disturbi mentali uscito da poco, e aggiornato proprio durante il mio percorso di studi (invece del DSM-IV-TR che è vecchio ormai di 13 anni, e la nuova versione probabilmente renderà obsolete le mie conoscenze). Sarei entrato nel mondo del lavoro in un momento di minore concorrenza rispetto a oggi, con la crisi economica ancora di là da venire, senza dover scegliere per forza tra stage sottopagati o lavoretti in nero. Con un po’ di fortuna, oggi mi ritroverei all’alba dei 35 anni con una professione già avviata, una casa mia, magari una famiglia, di sicuro una cantina piena di ricordi meravigliosi della mia infanzia. E di fronte a uno scenario simile, andare avanti a schede telefoniche fino a 18 anni, non avere internet prima dell’università e ascoltare i miei album preferiti con un walkman e cassettine copiate è davvero un prezzo esiguo da pagare.

Tra l’altro, avrei votato contro Berlusconi quattro volte e non due.

Invece vado per i 25, non ho un lavoro fisso, il calcio di oggi è una merda e al cinema si vedono quasi solo commediole romantiche copy&paste e film horror girati in macellerie messicane. Non ci sono neanche i volopattini, le auto volanti e le scarpe con le strighe che si auto-allacciano.
Datemi una DeLorean, cazzo. Mi accontento anche di questa.