Conobbi Charlie al politecnico: io seguivo un corso sui mezzi di comunicazione, e lei studiava design, e la prima volta che la vidi compresi che era il genere di ragazza che avevo sempre desiderato incontrare sin da quando ero grande abbastanza da desiderare di incontrare le ragazze. Era alta, coi capelli biondi raccolti (mi disse che conosceva certi che stavano al St Martin insieme ad alcuni amici del cantante Johnny Rotten, ma non me li presentò mai), e aveva un’aria diversa, drammatica ed esotica. Persino il suo nome mi sembrava drammatico e diverso ed esotico, perché fino ad allora ero vissuto in un mondo in cui le ragazze avevano nomi da ragazza, e neanche tanto interessanti se è per questo. Charlie parlava un sacco, per cui non c’erano quei terribili silenzi forzati che sembravano caratterizzare la maggior parte dei miei appuntamenti con le ragazze mentre facevo la sesta, e quando parlava diceva cose particolarmente interessanti – sul suo corso, sul mio, sulla musica, sui film, sui libri e sulla politica.

   E le piacevo. Le piacevo. Le piacevo. Le piacevo. O per lo meno così sembrava. Sembrava che le piacevo. Eccetera, eccetera.

[…]

   Comunque è vero anche che, col trasferimento a Londra, piacere alle ragazze era diventato più facile. A casa, mi conoscevano quasi tutti, o conoscevano mia madre e mio padre – o avevano conosciuto qualcuno che mi conosceva, o che conosceva mia madre e mio padre – fin da quando ero piccolo, e di conseguenza avevo sempre la sgradevole impressione che la mia infanzia fosse sempre lì lì per ripigliare il sopravvento. Come fai ad andare con una ragazza a bere qualcosa di analcolico in un pub quando sai che nell’armadio hai ancora appesa la divisa da giovane esploratore? Come fa una ragazza a baciarti se sa (o conosce qualcuno che sa) che fino a pochi anni fa avevi gli stemmi-ricordo dei laghi di Norfolk Broads o del parco di Exmoor cuciti sulla giacca a vento? In casa dei miei c’erano dappertutto delle foto in cui mi si vedeva con orecchie enormi e vestiti ridicoli, che battevo allegramente le manine davanti a treni in miniatura che entravano in stazioni in miniatura; e anche se poi, penosamente, le ragazze sembrarono trovare queste foto molto tenere, tutto era ancora troppo vicino nel tempo per tranquillizzarmi.

[…]

   Comunque Charlie non mi aveva conosciuto quando ero un ragazzino di dieci anni, e nemmeno conosceva qualcuno che mi avesse conosciuto a quell’età. Mi conosceva solo come giovane adulto. Ero già grande abbastanza da votare, quando la incontrai; ero grande abbastanza da passare con lei la notte, tutta la notte, nella sua stanza al pensionato universitario; grande abbastanza da avere delle opinioni mie, e da poterle offrire una bevanda alcoolica in un pub, forte del fatto di avere in tasca la patente, presa da poco e prova della mia maggiore età… ed ero grande abbastanza da avere una storia. A casa non avevo avuto storie, giusto cose che tutti sapevano, e che quindi non meritavano di essere raccontate.

   Ma ancora sentivo puzza di bruciato. Ero come quelli che tutto a un tratto si rasavano la testa e dicevano che loro erano stati sempre punk, che erano punk da prima ancora che si cominciasse a parlare del punk: mi sentivo come se da un minuto all’altro qualcuno potesse cogliermi in flagrante, come se qualcuno potesse entrare nel bar dell’università, brandendo una delle foto con la giacca a vento, e gridare: «Rob era un ragazzino! Un pupattolo!», così che Charlie, scoprendolo, mi avrebbe piantato. Mai mi venne in mente che lei probabilmente aveva tutta una pila di libricini per bambine e diversi ridicoli vestitini da festa, nascosti da qualche parte in casa dei suoi, a St Albans. Per quanto mi riguardava, Charlie era nata con grandissimi orecchini, i jeans a tubo, e una passione terribilmente sofisticata per le opere di un certo imbrattatele, un tipo con la fissa del color arancione.

  Uscimmo insieme per due anni, e per tutto il tempo io mi sentii come se fossi in piedi su un costone pericolosamente stretto. Non potevo mai mettermi comodo, se capisci cosa voglio dire; non c’era posto per stendersi e rilassarsi. Mi scoraggiava la banalità del mio guardaroba. Dubitavo delle mie capacità amatorie. Non riuscivo a capire cosa ci trovasse in quel tipo della pittura arancione, anche se me lo aveva spiegato mille volte. Mi preoccupavo perché ero convinto che non sarei mai stato capace di dirle niente di interessante o di divertente su un qualsiasi argomento. Temevo gli altri uomini che frequentavano il suo corso di design, e mi convinsi che mi avrebbe lasciato per mettersi con uno di loro. Mi lasciò per mettersi con uno di loro.

A quel punto, per un po’ persi la trama. E anche l’intreccio secondario, la sceneggiatura, la colonna sonora, l’intervallo, i popcorn, le toilette e le frecce che indicano l’uscita. Continuavo a ciondolare attorno al pensionato, finché certi suoi amici non vennero a pizzicarmi, minacciando di mandarmi via a calci. Decisi di ammazzare Marco (Marco!), il tipo per cui mi aveva lasciato, e passai lunghe ore nel cuore della notte arrovellandomi su come ucciderlo, benché poi, ogni volta che per caso lo incontravo, mi limitassi a bofonchiare un saluto e a filarmela. Feci un po’ di taccheggio, anche se non saprei ben dire adesso perché. Presi una dose eccessiva di Valium, ma mi ficcai le dita in gola dopo nemmeno un minuto. Le scrissi interminabili lettere, e alcune le imbucai; sceneggiai interminabili dialoghi, nessuno dei quali si svolse. E quando tornai in me, dopo un paio di mesi di tenebre, scoprii con una certa sorpresa che avevo mollato gli studi e che mi ero messo a lavorare al Record and Tape Exchange, un negozio a Camden che vendeva nastri e dischi di seconda mano.

   Tutto era accaduto cosi in fretta… In un certo senso avevo contato sul fatto che la mia maturazione sarebbe stata lunga, sostanziosa, istruttiva, invece successe tutto in quei due anni; certe volte ho quasi l’impressione che tutto quello che ho fatto dopo di allora e tutte le persone che ho incontrato siano stati solo dei leggeri diversivi. Ci sono certi che non hanno mai superato gli anni sessanta, o la guerra, o la sera in cui il loro complesso fece da spalla al concerto dei Dr Feelgood, allo Hope and Anchor, e passano il resto della loro vita camminando indietro; io non ho mai veramente superato Charlie.

[…]

Comunque… Ecco come non fare carriera: a) perdere la ragazza; b) piantare l’università; c) lavorare in un negozio di dischi; d) restare nei negozi di dischi per il resto della vita. Vedi quelle immagini della gente di Pompei, e pensi: che assurdità! Una partitina a dadi dopo il tè e zacchete: per qualche migliaio di anni la gente ti ricorderà così. E se era la prima partita della tua vita? E se stavi giocando solo per far compagnia al tuo amico Augustus? E se proprio in quel momento avevi appena terminato uno splendido poema o qualcosa del genere? Non sarebbe fastidioso essere commemorati nei secoli come giocatori di dadi? Certe volte guardo il mio negozio (perché, come si suol dire, non mi sono lasciato crescere l’erba sotto i piedi, negli ultimi quindici anni, e circa dieci anni fa ho preso in prestito il denaro, e ho aperto un mio negozio!), e i miei clienti regolari, quelli che vengono tutti i sabati, e capisco perfettamente come si sentirebbero quei poveri pompeiani, se potessero sentire qualcosa (benché la loro caratteristica sia esattamente quella di non sentire niente). Sono bloccato in questa posa, questa posa da proprietario di negozio, per l’eternità, a causa di alcune brevi settimane del 1979 in cui diedi un po’ fuori di matto. Poteva andarmi peggio, immagino; avrei potuto infilarmi nel primo ufficio di reclutamento dell’esercito, o andare a lavorare nel più vicino mattatoio. Ciò nonostante, mi sento come se fosse cambiato il vento mentre facevo una boccaccia, e adesso fossi costretto a passare il resto della vita sempre con questa orribile smorfia stampata in faccia.

(dal romanzo “Alta fedeltà” di Nick Hornby)