Carissimi, il momento è finalmente giunto: con questo post, colmo una lacuna che il mio blog aveva da anni, e al tempo stesso rendo il giusto omaggio a uno dei grandi della poesia di ogni epoca. Questa raccolta di carmina accuratamente selezionati, infatti, vuole presentare il sommo Catullo in un’ottica volutamente diversa da quella ampiamente celebrata (e, concedetemelo, piuttosto scontata) dei libri scolastici: un Catullo non solamente cantore illuminato dell’Amore e della bellezza, ma un uomo come noi, con i suoi momenti di ironia, di sconforto, di rabbia e di goliardia, alle prese con le varie situazioni della vita quotidiana che tutti conosciamo, ma valgono comunque una poesia.
Addentriamoci dunque nella scoperta del lato “umano” del Vate.

(tutte le poesie sono state tradotte da Mario Ramous. Note didascaliche in fondo al testo.)

 

 

15

 

A te come me stesso affido il mio amore,
Aurelio. Un piccolo favore che ti chiedo:
se mai qualcuno amasti in cuore tuo
che tu desiderassi casto e puro,
conservami pulito questo mio ragazzo.
Non dico dalla gente, ché non ho pensiero
di chi corre su e giù per la via
tutto occupato nelle sue faccende;
ma di te ho timore e del tuo cazzo
nemico d’ogni ragazzo, buono o cattivo
che sia. Quando comanda ficcalo dove
e come vuoi, se è ritto e sguainato.
Ti proibisco lui solo, non credo molto.
Ma se la tua pazzia, una passione insana
ti spingesse, scellerato, tanto nel crimine
da insidiare la stessa mia persona,
povero te, la sorte che ti viene:
divaricate le gambe, per quella porta
radici e pesci ti ficcherò dentro.

 

 

16

 

In bocca e in culo ve lo ficcherò,
Furio ed Aurelio, checche bocchinare 1
che per due poesiole libertine
quasi un degenerato mi considerate.
Che debba esser pudico il poeta è giusto,
ma perché lo dovrebbero i suoi versi?
Hanno una loro grazia ed eleganza
solo se son lascivi, spudorati
e riescono a svegliare un poco di prurito,
non dico nei fanciulli, ma in qualche caprone
con le reni inchiodate dall’artrite.
E voi, perché leggete nei miei versi baci
su baci, mi ritenete un effeminato?
In bocca e in culo ve lo ficcherò.

 

 

21

 

Padre di tutti gli affamati che conosci
e di quelli che furono, sono e saranno
negli anni da venire, tu Aurelio,
desideri inculare l’amor mio
e non ne fai mistero: appiccicato a lui,
giochi, ti strofini, le provi tutte.
Non servirà: mentre mi tendi queste insidie
io prima te lo ficcherò in bocca.
E pace se tu lo facessi a pancia piena,
ma non posso tollerare, accidenti a me,
che il mio ragazzo impari a patir fame e sete.
Piantala dunque, giusto finché sei in tempo,
che tu non debba farlo a cazzo in bocca.

 

 

28

 

Veranio carissimo e tu Fabullo mio,
che al seguito di Pisone, privi di tutto,
vi portate appresso le vostre quattro cose,
come state? Vi ha fatto sopportare tutto,
il freddo, la fame, vero, quella canaglia?
Dite, segnate pure voi i profitti in perdita,
come ho fatto io, seguendo il mio pretore,
che registro a profitto soltanto le spese?
O Memmio, m’hai proprio fottuto a modo tuo,
supino, con in bocca tutta la tua trave. 2
Ma a voi non è toccata una sorte migliore,
mi pare: quello che vi opprime non è manico
diverso. Cercali i tuoi amici famosi!
E che tutti gli dei li possano sommergere
di guai, questa vergogna di Romolo e Remo.

 

 

37

 

Puttanieri di quell’ignobile taverna 3
nove colonne oltre il tempio dei Dioscuri,
credete d’avere l’uccello solo voi,
di poter fottere le donne solo voi,
considerandoci tutti cornuti?
O forse perché sedete cento o duecento
in fila come tanti idioti, non credete
che potrei incularvi tutti e duecento?
Credetelo, credetelo: su ogni muro
qui fuori scriverò che avete il culo rotto.
Fuggitami dalle braccia, la donna mia,
amata come amata non sarà nessuna,
anche lei, che mi costrinse a tante battaglie,
siede tra voi. E come se ne foste degni
la chiavate tutti e non siete, maledetti,
che mezze canaglie, puttanieri da strada:
tu più di tutti, tu Egnazio, capellone
modello, nato fra i conigli della Spagna,
che ti fai bello di una barba incolta
e di denti sciacquati con la tua urina. 4

 

 

41

 

Diecimila sesterzi tondi m’ha chiesto
Ameana, quella puttanella fottuta,
quella puttanella dal naso deforme
mammola del gran fallito di Formia.
Parenti che l’avete in tutela,
convocate i medici e gli amici:
quella è matta. Non si guarda mai
in uno specchio? Farnetica.

 

 

56

 

Scherzo così divertente, Catone,
è giusto che tu lo sappia e ne rida.
Ridine per l’amore che mi porti:
credi, è uno scherzo troppo divertente.
Sorpreso un ragazzino che si fotte
una fanciulla, io, Venere mia,
col cazzo ritto, un fulmine, l’inculo.

 

 

74

 

Gellio udiva sempre lo zio riprendere
chi parlasse o godesse d’amore.
Per evitarlo gli chiavò la moglie
rendendolo immagine stessa del silenzio.
Era il suo scopo: ora potrebbe anche
ficcarglielo in bocca, lo zio non fiaterebbe.

 

 

80

 

Come mai, Gellio queste tue labbrucce di rosa
si fan più bianche della neve d’inverno,
quando il mattino esci di casa o quando verso sera
nei giorni d’estate ti scuoti dal tuo dolce riposo?
Non capisco. O forse è vero, come si mormora,
che sei ginocchioni un divoratore di cazzi?
Certo è così: lo gridano le reni rotte di Vittorio,
poveretto, e le tue labbra macchiate dello sperma succhiato.

 

 

97

 

Non è, buon dio, che credessi differente
l’odore della bocca e del culo di Emilio.
L’una non è più pulita o sporca dell’altro,
ma forse è meglio e più pulito il culo:
se non altro è senza denti: la bocca ha zanne
enormi e le gengive come un carro vecchio,
spalancata poi sembra la fica slabbrata
di una mula in calore quando piscia.
E lui ne fotte molte, si crede stupendo:
ma mandatelo a far l’asino nei mulini.
Quella che va con lui si leccherebbe
anche il culo di un boia appestato.

 

 

115

 

Cazzomamurra ha circa trenta iugeri di prato 5
e quaranta di campi: il resto è mare.
E perché non potrebbe superare Creso in ricchezza
chi in un fondo solo possiede tutte queste meraviglie,
prati, campi, boschi immensi, pascoli e acquitrini
dai popoli del Nord sino al mare Oceano?
Tutte cose grandi, ma lui è più grande ancora,
non è un uomo, è un grande cazzo minaccioso.

 

 

NOTE:

 

1 – Furio (Marco Furio Bibaculo) e Aurelio erano due amici di Catullo, poetae novi come lui (un gruppo di letterati in contatto l’uno con l’altro, cultori dell’ozio, del piacere e dell’anticonformismo); il suo rapporto con loro era un po’ di amore-odio, dato che a volte li definisce amici fidati e compagni amorevoli, altre volte li copre di insulti per qualsiasi motivo.

 

2 – Gaio Memmio era il Proconsole di Bitinia, una provincia romana situata nel nord-est dell’odierna Turchia (un posto dove non c’è un cazzo neanche adesso, figuriamoci 2000 anni fa); aveva convinto Catullo a seguirlo nella sua spedizione, salvo poi fregare i soldi a lui e ad altri, una volta giunto a destinazione.

 

3 – si suppone che “l’ignobile taverna” in questione fosse niente meno che la casa di Lesbia. La donna amata da Catullo, il cui vero nome era Clodia e che proveniva da un’importante famiglia romana (suo padre e i suoi fratelli furono tutti uomini politici di spicco), aveva infatti la fama di donna colta e intelligente, ma anche di facilissimi costumi: persino Cicerone, in una sua orazione, la definì senza tanti giri di parole una puttana che passava le giornate a scopare con i suoi numerosi amanti.

 

4 – pare che a Roma ci fosse questo luogo comune sugli iberici, che fossero soliti lavarsi i denti con la piscia. Altre volte Catullo derideva Egnazio per questo motivo.

 

5 – Lucio Mamurra era un cavaliere che aveva fatto fortuna seguendo Cesare nelle sue campagne in Iberia e in Gallia; con le ricchezze accumulate si era poi costruito una villa a Formia, il suo paese natale, vivendo nel lusso più sfrenato. Catullo, che detestava Cesare e tutti i suoi protetti, lo apprezzava molto, riferendosi spesso a lui nelle sue poesie come “quel finocchio”, “il gran fallito di Formia”, o più semplicemente “CAZZO” (“Cazzo ha una villa…”).