“Il prog rock era ascoltato da sfigati studenti di politecnici, con pantaloni a zampa e cappotti montgomery, che non avevano mai avuto una ragazza, assistevano ai concerti seduti a gambe incrociate e si riunivano a bere caffè da tazzone scheggiate discutendo sull’origine dell’universo…”

 

Con queste parole il sito “Punk77” liquida sarcasticamente una delle scene più complesse, variegate e artisticamente floride della storia della musica moderna. Al di là dell’aspetto di ribellione sociale, è innegabile che la violenza diretta del punk fosse anche una risposta provocatoria a una musica, il progressive, fatta di canzoni lunghissime e iper-articolate, piene di tecnicismi fino all’autocompiacimento, e condite con testi ermetici e difficili da interpretare. Il massimo esempio, la summa di tutto ciò che di negativo aveva il prog secondo la filosofia punk era “Tales From Topographic Oceans” degli Yes: 4 brani da più di venti minuti ciascuno, testi pregni di simbolismi e richiami induisti, un disco capace di dividere gli stessi fan della band, in bilico tra capolavoro assoluto e ammasso di composizioni deliranti di artisti che si sono montati la testa. Di fronte a un lavoro simile, il punk “doveva esplodere”, una musica del genere poteva piacere solo a un’elite di individui snob e supponenti ed era ormai destinata all’estinzione, come i dinosauri.
Si potrebbe obiettare che gli appassionati di un genere che fa dei suoni grezzi e della mancanza di tecnica un motivo di vanto, non abbiano la capacità di comprendere e giudicare certi dischi e certe band… ma mi limiterei a dire che, nonostante quei drastici giudizi, il progressive inizia la sua quinta decade di vita in piena salute. Diversi artisti sono tornati insieme dopo anni di silenzio (soprattutto in Italia), i concerti registrano un buon numero di spettatori anche tra i giovani e anche il materiale inedito è qualitativamente degno dei bei tempi: solo per quest’anno potremmo citare i graditi ritorni del Re Cremisi Robert Fripp e di Steve Hackett, oltre proprio ai citati Yes, che con “Fly From Here” sono tornati ai livelli di eccellenza di una volta. La band è riuscita a metabolizzare anche l’abbandono (temporaneo?) del leggendario cantante e membro fondatore Jon Anderson, bloccato da seri problemi di salute, reclutando da una sconosciuta cover band canadese Benoit David, 45 anni e un timbro apparentemente simile a quello del suo predecessore: la sua prestazione sull’ultimo album è stata davvero ottima, e ora lo attende al varco una prova ben più difficile, ovvero misurarsi dal vivo sul materiale classico.
La band sale sul palco dello Smeraldo aprendo subito con il botto: la storica Yours Is No Disgrace mette subito in chiaro la caratura tecnica dei musicisti, ma purtroppo mette anche a nudo l’osservato speciale al microfono: il buon David infatti ce la mette tutta, ma le note più alte lo sottopongono a uno sforzo davvero notevole, costringendolo anche a un paio di stecche che fanno rumoreggiare il pubblico. Le successive Tempus Fugit e I‘ve Seen All Good People ribadiscono il concetto; in positivo, invece, va segnalata l’ottima prova del redivivo Geoff Downes alle tastiere, rientrato nella band dopo più di 30 anni e perfettamente a suo agio nel ruolo che, in altri tempi, era stato di un autentico fuoriclasse come Rick Wakeman. Con Life On A Film Set, dall’ultimo album, la situazione del cantato migliora, a dimostrazione che, sul suo materiale, David è decisamente sicuro; purtroppo, subito dopo, sul classico And You And I, uno dei brani simbolo dell’età dell’oro targata Anderson, offre la prestazione forse meno convincente dell’intera serata, anche se le magie strumentali degli altri componenti portano sicuramente il bilancio in attivo.
Giunge il momento in cui i riflettori del teatro si dedicano interamente al grande Steve Howe e alla sua chitarra acustica: la base è un medley tra la recente Solitaire e la storica The Clap direttamente dal 1971, ma con una buona dose di variazioni sul tema: l’assolo in generale è molto intimo e suadente, senza particolari esibizionismi, come a dire che, nel nuovo millennio, il progressive può permettersi di abbandonare qualche fronzolo e concentrarsi sull’atmosfera e il coinvolgimento emotivo. Una piccola pausa e si riparte con uno dei momenti più attesi: la title-track dell’ultimo album viene riproposta nella sua fantastica interezza; ventiquattro minuti di qualità e melodie, tastiere dal sapore anni ’80 (non a caso si tratta di un pezzo composto ai tempi di “Drama”, 1980, poi messo da parte e in seguito completamente restaurato e migliorato) e un David di nuovo in forma come in studio.
Dopo un altro assaggio di passato e presente con Wonderous Stories e Into The Storm (concedetemi la battuta: ma quante altre volte verrà utilizzato questo titolo già iper-abusato?), si entra nel climax conclusivo, dove la qualità inevitabilmente si alza: Heart Of The Sunrise è un tuffo al cuore per gli appassionati ed esalta ancora una volta la bravura superiore di Howe e Chris Squire, ma è al tempo stesso un altro colpo per David, ancora in difficoltà; la situazione migliora un po’ con la celebre Starship Trooper, arricchita da un finale di improvvisazioni strumentali che scioglie definitivamente tutti i musicisti: persino Steve Howe, generalmente placido e composto, saltella e balla in barba all’età. Giusto il tempo per un’altra lezione di grande musica chiamata Roundabout, e poi tutti a casa.
Che altro dire? Si può rimandare a giudizio il nuovo cantante (ma siamo così sicuri che un Anderson in salute, con la carta di identità che recita 67 anni, sia ancora in grado di cantare come su “Yessongs”?), si può far notare la freddezza della band, fin troppo distaccata e di poche parole nell’ambito di un concerto pur sempre rock; io personalmente mi permetterei di dire che concerti del genere, con questa scaletta e questo spessore tecnico, se ne vedono e se ne vedranno sempre meno; conviene approffittarne ora finchè è possibile, perchè il timore è che, tra un po’ di anni, ci ritroveremo tutti a rimpiangere questi gruppi leggendari che hanno lasciato tanti ammiratori, ma pochi degni eredi.

 

 

Yours Is No Disgrace
Tempus Fugit
I’ve Seen All Good People
Life On A Film Set
And You And I
Guitar solo
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Fly From Here
Wonderous Stories
Into The Storm
Heart Of The Sunrise
Starship Trooper
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Roundabout