(premessa: scrivere questo post avrebbe avuto senso un paio di settimane fa, quando i fatti trattati erano ancora d’attualità; ormai sull’argomento si è detto e scritto tutto il possibile. Ma nei giorni precedenti mi era materialmente impossibile accedere al blog; e in fondo, mi sono sempre tendenzialmente fregato di trattare le notizie quando erano fresche. Tanto, visto il numero non certo impressionante di lettori che posso vantare, direi che è anche uno scrupolo inutile.)

Norvegia, 22 luglio 2011. Nel centro di Oslo un’autobomba esplode nelle vicinanze della sede del governo norvegese; poche ore più tardi, un uomo armato vestito da poliziotto scatena una sparatoria in un campo estivo organizzato dal Partito Laburista, uccidendo decine di giovani. Il duplice attentato inizialmente viene attribuito, più per forza dell’abitudine che per evidenza di prove, a qualche organizzazione terroristica di stampo islamico/jihadista; solo in seguito si scopre che il colpevole, reo confesso, è un cittadino norvegese, fondamentalista cristiano, che si autodefinisce anti-musulmano e anti-comunista, vicino alle posizioni politiche dell’ultradestra europea e autore di un lunghissimo memoriale, in cui si proclama “salvatore del Cristianesimo” e auspica una nuova crociata per liberare l’Europa da islamici e altri nemici di Dio.
Questa introduzione, a dire il vero piuttosto pleonastica (chiunque non abbia vissuto sulla Luna nelle ultime settimane sa già tutto quanto senza che ci sia bisogno dei miei riassunti), serve più che altro per delineare il contesto in cui, nei giorni successivi, tutti i principali mezzi di informazione hanno commentato la vicenda. Al di là dell’ovvia condanna alla violenza in tutte le sue forme, la maggior parte degli articoli ha insistito nel considerare quello di Anders Breivik come un gesto isolato, slegato da qualunque movimento organizzato o disegno cospiratorio, frutto più che altro della pazzia di un individuo sociopatico, che odia la società in cui vive al punto da sfogare la propria rabbia sul primo bersaglio che gli capiti a portata di mitra. Se sia giusto o meno eliminare ogni componente di integralismo religioso da un attentato compiuto da un fanatico cristiano, quando è la prima cosa a cui chiunque pensa se il colpevole è un musulmano, non è il senso del mio discorso; voglio invece concentrarmi sulle parole usate da un giornalista in particolare, Magdi Allam.
Per chi non lo sapesse, Allam è nato in Egitto da una famiglia musulmana, ma ha ricevuto un’istruzione cattolica, ha imparato l’italiano quand’era ancora adolescente e ha frequentato l’università in Italia, dove si è trasferito stabilmente ed è diventato un giornalista di grande fama. Musulmano laico, ha sempre condannato ogni forma di fondamentalismo religioso, e le sue dure critiche nei confronti del terrorismo islamico gli hanno fatto subire una condanna a morte: da anni vive sotto scorta per garantire la propria incolumità. In età avanzata, si è convertito al Cattolicesimo, facendosi battezzare dal Papa a S. Pietro e cambiando nome in “Magdi Cristiano Allam”, ed è entrato in politica fondando un partito nell’orbita dell’UDC.
Recentemente le sue posizioni nei confronti dell’Islam si sono fatte sempre più ostili (come dimostra quest’articolo riferito alla volontà della nuova giunta comunale di costruire una moschea a Milano), e il suo commento sulle stragi in Norvegia, a mio parere, è lo specchio della sua attuale visione politica:

http://www.ilgiornale.it/esteri/la_strage_norvegia_il_razzismo_e_laltra_faccia_del_multiculturalismo/24-07-2011/articolo-id=536636-page=0-comments=1

Analizziamolo, quest’articolo. Allam naturalmente condanna con vigore l’attentato, poichè nessun’idea politica o religiosa può giustificare un simile massacro di persone innocenti; tuttavia non manca di scagliare la solita, inopportuna frecciata agli ex-confratelli musulmani: “Ammettiamolo: in un primo tempo quando la pista islamica sembrava avvalorata, tutti ci sentivamo come rincuorati, probabilmente perché condividiamo la consapevolezza che questo genere di odiosi crimini contro l’umanità appartiene quasi naturalmente a dei fanatici votati a imporre con la forza ovunque nel mondo la sottomissione ad Allah e la devozione a Maometto.”  Non fa mistero del proprio sconvolgimento nell’apprendere che il colpevole, stavolta, è uno dei “buoni” e non il solito tagliagole con kefiah e turbante, ma ha già pronta la soluzione dialettica per uscire dall’imbarazzo:  “La differenza sostanziale è che mentre gli islamici che uccidono gli «infedeli» sono legittimati da ciò che ha ordinato loro Allah nel Corano e da quanto ha fatto Maometto, i cristiani che uccidono per qualsivoglia ragione lo fanno in flagrante contrasto con ciò che è scritto nei Vangeli.”  Capita l’antifona? Un simile crimine può essere compiuto da un cristiano come da un musulmano, ma nel primo caso la religione non ha colpe, dato che il messaggio di pace e amore fraterno non può essere frainteso; nel secondo caso l’assassino è quasi un credente-modello, dato che non fa altro che adeguarsi a un credo naturalmente intriso di odio e volontà di distruggere e sottomettere con la forza tutti coloro che non aderiscono a quello stesso credo. Bell’esempio di apertura mentale e parità di giudizio, detto da uno che dovrebbe conoscere l’Islam meglio di tanti europei.
Già così l’articolo potrebbe essere rapidamente archiviato alla voce “stupidaggini”, ma il meglio deve ancora venire. Convinto di aver segnato un altro punto a favore della tesi “Cristianesimo = bene; Islam = male”, il nostro Magdi Cristiano passa ad analizzare la causa sociale che a suo avviso ha condotto a questo episodio: il razzismo, che nella complessa società occidentale, altro non è che il rovescio della medaglia del multiculturalismo. Ma come, direte voi? Se il multiculturalismo si basa sul concetto che tutte le etnie e religioni possono coesistere con pari diritti e dignità, cosa c’entra con il razzismo, che sostiene apertamente che determinati popoli sono inferiori ad altri? Ecco la spiegazione:  “Razzismo e multiculturalismo commettono l’errore di sovrapporre la dimensione della religione o delle idee con la dimensione della persona. L’ideologia del razzismo si fonda sulla tesi che dalla condanna della religione o delle idee altrui si debba procedere alla condanna di tutti coloro che a vario titolo fanno riferimento a quella religione o a quelle idee. Viceversa l’ideologia del multiculturalismo è la trasposizione in ambito sociale del relativismo che si fonda sulla tesi che per amare il prossimo si debba sposare la sua religione o le sue idee, mettendo sullo stesso piano tutte le religioni, culture, valori, immaginando che la civile convivenza possa realizzarsi senza un comune collante valoriale e identitario.”  Il discorso è complesso, approfondiamolo a dovere. Secondo l’ottimo M.C., razzismo e multiculturalismo si basano entrambi sulla prepotenza: il razzismo, considerando una determinata cultura inferiore ad un’altra, ne promuove la negazione e la sottomissione; il multiculturalismo invece, sostenendo l’uguaglianza forzata di tutti i popoli, ne impone la coesistenza anche quando non c’è il substrato culturale e sociale comune per farla funzionare. Il messaggio tra le righe, insomma, è che razzismo e multiculturalismo sono due estremi complementari, apparentemente opposti ma in realtà entrambi costruiti sul presupposto che idee e valori assoluti abbiano la precedenza sugli individui e sul contesto in cui vivono. In sostanza, è come dire che religione e tossicodipendenza sono due facce della stessa medaglia, perchè (anche se in modi diversi) possono portare una persona a commettere gesti deprecabili, ma sempre con l’intenzione di alleviare le sofferenze della sua esistenza.
Tutto chiaro? Sì, ma c’è qualcosa che ancora non torna: se l’obiettivo predicato dal razzismo è un atto di violenza, per cui una popolazione superiore domina o addirittura elimina quelle inferiori, e l’obiettivo del multiculturalismo è invece una situazione di convivenza pacifica indipendentemente da credo e provenienza geografica, com’è possibile che l’uno sia l’altra faccia dell’altro? Semplice, perchè il multiculturalismo sostiene che  “l’accoglienza degli immigrati e più in generale il rapporto con il mondo della globalizzazione debbano portare a un cambiamento radicale della nostra civiltà, fino a vergognarci delle nostre radici giudaico- cristiane, a negare i valori non negoziabili, a tradire la nostra identità cristiana, ad anteporre l’amore per il prossimo alla salvaguardia dei legittimi interessi nazionali della popolazione autoctona, al punto da elargire a piene mani agli stranieri diritti e libertà senza chiedere loro l’ottemperanza dei doveri e il rispetto delle regole.”  Eccolo l’atto di violenza! Magdi Cristiano svela le carte in tavola, condensando in poche righe il peggio dell’ideologia xenofoba che tanto sta prendendo piede in Europa: esaltazione nazionalista della propria cultura mascherata da elogio al Bene, timori paranoici degli immigrati-invasori, territorialismo leghista stile “padroni a casa propria” e attenzione ai bisogni e ai diritti dei cittadini (mettendo ovviamente in secondo piano quelli degli stranieri), condito con il consueto stantio messaggio che l’Europa non ha senso di esistere senza Cristianesimo, e con il richiamo al rispetto delle leggi che sottintende che siano solo gli immigrati a violarle.
In questo contesto, la strage norvegese diventa la degenerazione estrema di un sentimento sotto sotto legittimo e condivisibile, e Breivik rappresenta l’esponente più violento e irragionevole di coloro che  “hanno la sensazione di non risiedere più a casa loro, che presto si ridurranno a essere minoranza e forse a esserne allontanati.”  Ferma restando la condanna alla violenza, la soluzione per evitare il ripetersi di casi simili è una sola:  “Se vogliamo sconfiggere questo razzismo dobbiamo porre fine al multiculturalismo.”

Ricapitoliamo. Un egiziano emigrato in Italia che si spaccia per protettore della libertà di culto contro il terrorismo, il razzismo e il fanatismo religioso, scrive che, se un fondamentalista cristiano fa una strage, la colpa non è dell’ideologia razzista che lo ha traviato, ma degli immigrati che lo hanno portato a superare il limite di sopportazione; che il rimedio migliore per evitare altre stragi non è insegnare alla popolazione il rispetto per chi arriva da un altro paese e adora un altro dio, ma è obbligare questa gente a starsene a casa propria; che agli immigrati non basta rispettare le leggi del paese che li accoglie – e che neanche i locali si curano di rispettare – per vedersi concedere gli stessi diritti, ma devono anche stare attenti a non calpestare “i legittimi interessi nazionali”, altrimenti è giusto che vengano respinti.
Concetti come questi sarebbero già gravi se espressi da un Borghezio qualsiasi, ma diventano inaccettabili e raccapriccianti nel caso di un musulmano africano convertito. Magdi Cristiano Allam non è emigrato in Italia per salvarsi la pelle, ma per arricchire la propria cultura; non ha mai conosciuto i dolori e le difficoltà di chi arriva da paesi disagiati, spesso dopo viaggi massacranti, non ha mai svolto i lavori umili e sottopagati che gli italiani stessi guardano con disprezzo, non si è mai trovato costretto a convivere con l’ostilità degli abitanti e delle istituzioni; eppure sputa nel piatto in cui ha mangiato per decenni e mangia tuttora, rimproverando alle persone più sfortunate di lui la colpa di venire da paesi come il suo, non importa se sono cittadini migliori di tanti autoctoni. E come se non bastasse, pur atteggiandosi da nemico del fanatismo religioso, si comporta da fanatico della peggior specie, sempre pronto a chiudere un occhio davanti agli errori della “sua” religione e a contestare all’”altra” persino le colpe non le appartengono. Non è il multiculturalismo a costituire un ostacolo per lo sviluppo della società civile, ma sono Magdi Cristiano e tutti quelli della sua risma, ipocriti parolai che, per interesse personale o per genuino disprezzo per l’altro, gonfiano le paure della gente e alimentano il clima di odio; lo stesso odio che porta una persona apparentemente normale, un pomeriggio di luglio, a sparare su dei ragazzi indifesi.