1993: la guerra infuria nei Balcani, Mandela vince il Nobel per la pace e la politica italiana è sconvolta dalle fondamenta dallo scandalo ribattezzato “Tangentopoli”. Da un punto di vista meno impegnato, è anche l’anno in cui il mondo del death metal viene rivoluzionato da una serie di uscite destinate a cambiare la storia di un genere ancora giovane. Death, Cynic, Pestilence e Atheist: quattro nomi diversi (tre americani e uno olandese), con esperienze diverse alle spalle, ma tutti attivi in quel fatidico anno. Le loro pubblicazioni, rispettivamente “Individual Thought Patterns”, “Focus”, “Spheres” e “Elements”, inondarono di creatività un ambiente ancora saldamente legato alle istruzioni impartite per primi da Possessed e Slayer, e ribadite dai primi colossi della scena svedese e americana: picchiare più duro e più veloce possibile. Senza dimenticare l’aspetto prettamente violento della propria proposta musicale, questo ristretto gruppo di pazzi visionari riempì i propri spartiti di cambi di tempo continui, assoli intricatissimi, follie compositive, influenze prog, fusion, persino elettroniche. Sembrava l’esordio di un nuovo importante genere, ma il seguito della storia è ben noto: i Death proseguirono fino a raggiungere l’eccellenza assoluta, prima di spegnersi tragicamente insieme al loro fondatore e profeta, l’immenso Chuck Schuldiner; quanto alle altre tre band, si resero semplicemente conto di non poter superare il livello di quei dischi mitici, e decisero di sciogliersi e percorrere altre strade.
Ma la tentazione di rimettersi in gioco a quanto pare era troppo forte, o forse lo era la devozione dei fan più anziani che non avevano dimenticato, o di quelli più giovani che avevano scoperto in ritardo quelle perle: così nel 2006 si avvera il sogno di ogni appassionato del cosiddetto “technical death metal”, con la reunion di Atheist e Cynic, seguiti qualche tempo dopo dai Pestilence. All’inizio solo qualche data live, giusto per riscoprire i sapori di una volta; poi arriva il momento della prova più difficile, il ritorno in studio per comporre nuovo materiale. Ed è qui che i primi nasi iniziano a storcersi: i Pestilence pagano un calo di ispirazione inaspettato, bloccandosi su un livello qualitativo francamente mediocre, mentre i Cynic, pur mantenendo intatta la bellezza della loro musica, troncano quasi ogni legame con il death, avvicinandosi sempre di più al prog propriamente detto. E gli Atheist? Il quintetto capitanato dall’acciaccato Kelly Schaefer (che deve accontentarsi del microfono a causa di una brutta tendinite, che da tempo gli impedisce di suonare la chitarra) è stato quello che ha impiegato più tempo a dare alle stampe il nuovo album, ma l’attesa è stata ripagata: “Jupiter”, uscito a fine 2010, è un disco violento, veloce, tecnico e ispirato; un disco che non arriverà ai livelli di “Elements”, e forse neanche del debut “Piece Of Time”, ma che suona Atheist al 101%, e da cui nessun fan potrebbe dirsi deluso.

Perchè questo lungo preambolo? Per cercare di farvi capire l’importanza storica e artistica della band che mercoledì 27 è salita sul palco del Live Club di Trezzo, e quanto sia stata penosamente scarsa, a confronto, l’affluenza di pubblico. Che la musica degli Atheist non sia facile da digerire per molti palati (anche quelli più metallici) è evidente, ma vedendo gruppi di post-adolescenti senza un quarto della loro bravura che hanno un successo ampiamente maggiore, non si può non pensare che i conti non tornino.
Tornando invece allo show, ad aprire per gli Atheist sono gli Exhumed, band che onestamente avevo sentito nominare solo un paio di volte, senza mai ascoltare nulla: mi aspettavo il “solito” gruppo grind marcio e standardizzato, ma i californiani mi hanno sorpreso con pezzi sicuramente molto pesanti, ma ricchi di inserti melodici ed elaborati, soprattutto negli assoli; evidentemente il gruppo, nel corso della propria carriera, ha deciso di innovarsi alleggerendo e variando il sound. Molti puristi avranno da ridire, ma la mia impressione personale è positiva, grazie anche alla loro ottima presenza scenica: se dovessi incrociarli di nuovo in qualche festival, cercherò di non mancare al bis.
Ma con l’headliner si sale di livello, e di parecchio: guidata dal carisma e dalla voce al vetriolo di Kelly, fisico da ventenne anoressico ma grinta da veterano qual è, la band è in grande forma e spara in faccia ai pochi, fortunati presenti una carrellata di brani che non hanno bisogno di presentazioni. Unquestionable Presence, Mineral, Your Life’s Retribution, Mother Man sono solo alcuni dei pezzi più convincenti, suonati con grande energia e in modo impeccabile, nonostante la notevole difficoltà tecnica; quanto alle nuove canzoni, come Second To Sun e Faux King Christ, dal vivo dimostrano di non avere molto da invidiare ai classici; anche i suoni, un po’ confusi per gli Exhumed, dopo qualche imperfezione iniziale vengono sistemati a dovere, permettendo di apprezzare anche il complesso lavoro di basso di Travis Morgan, che non fa rimpiangere un autentico mostro sacro del genere come Tony Choy. Perfette le chitarre, un po’ in ombra forse Steve Flynn alla batteria, che comunque non sbaglia un colpo. L’unico piccolo neo riguarda la scaletta, che oltre a essere un po’ troppo breve, pur essendo abbastanza eterogenea, finisce per trascurare paradossalmente proprio “Elements” (due soli pezzi suonati), che secondo gran parte di critica e pubblico rappresenta il loro lavoro migliore.
L’aspetto che forse mi ha colpito più positivamente, però, è l’atteggiamento disponibile e umile della band: Kelly per buona parte del concerto esorta il pubblico a rimanere al locale “per fumare e bere con lui”, e anche i suoi compagni mantengono la parola data; poco dopo la chiusura sulle note di Piece Of Time, tutti i musicisti si prestano volentieri all'”assedio” degli spettatori, per firmare autografi, scattare foto o anche scambiare quattro chiacchiere sorridenti. Sicuramente il ristretto numero dei presenti ha facilitato questo clima di intimità, ma a mio parere rimane qualcosa di lodevole: vedere una band che, pur avendo (come ho detto all’inizio) più di un motivo per tirarsela, dimostra di avere a cuore i propri fan e di passare volentieri del tempo con loro, fa sicuramente piacere… e porta anche a pensare a certi artisti che si credono divinità scese in terra e trattano i propri ammiratori con distacco e quasi fastidio, a volte senza neppure poterselo permettere.
Poco male, lode agli Atheist e speriamo che il futuro, stavolta, sia più stabile e fruttuoso.

P.S. ultima considerazione: il Live non sarà capiente come l’Alcatraz nè tantomeno vicino al centro, ma è accogliente, comodo da raggiungere (5 minuti dall’uscita di Trezzo dell’A4), ha un ampio parcheggio, una sala fumatori con giardino interno e all’aperto (non come lo sgabuzzino di via Valtellina), si beve bene e anche l’acustica è assolutamente all’altezza. Forse i promoter dovrebbero tenerlo più in considerazione.

SETLIST:

Unquestionable Presence
On They Slay
Second To Sun
Mineral
Fraudulent Cloth
An Incarnation’s Dream
Live And Live Again
Your Life’s Retribution
Air
Mother Man
Faux King Christ
————————
Piece Of Time