Bentornati, miei sparuti amici!
Sono ben lieto di riaprire l’angolo della letteratura, per la prima volta dopo… uhm… cinque anni?
Il libro che vi recensirò oggi è “Stella doppia” di Robert Anson Heinlein, uno dei “pezzi da novanta” della letteratura fantascientifica americana: il romanzo, uscito nel 1956, è stato subito oggetto di critiche positive, e ha vinto il Premio Hugo per il miglior romanzo (l'”Oscar” della fantascienza), premio che Heinlein vincerà altre tre volte negli anni ’60.
La storia è ambientata in un futuro non meglio precisato, in un Sistema Solare abitato da altre razze oltre a quella terrestre: l’umanità ha colonizzato buona parte dei pianeti vicini, intrattenendo con gli indigeni rapporti che vanno dalla pacifica indifferenza allo sfruttamento vero e proprio. Politicamente, le nazioni della Terra sono state riunite in un unico impero interplanetario, guidato dalla casata d’Orange, e la forma di governo in uso è una monarchia parlamentare bipartitica: alla maggioranza c’è il Partito dell’Umanità, xenofobo, populista e fortemente conservatore, che si batte appunto per la supremazia della razza umana e vede nello Spazio una terra di conquista da sfruttare; all’opposizione c’è invece il Partito Espansionista, progressista e liberale, che aspira a una galassia basata sul libero scambio di merci e persone, dove tutte le razze abbiano pari diritti.
In questo scenario si muove il protagonista, Lorenzo Smythe, in arte “Il Grande Lorenzo”: un attore di teatro sveglio e talentuoso ma perennemente al verde, dotato di una parlantina sciolta e una discreta faccia tosta. Un giorno, seduto a un bar, attacca bottone con uno “spaziale” (ovvero una persona che, per lavoro o altri motivi, è spesso via dal pianeta) di nome Dak Broadbent, sperando di entrare nelle sue grazie quel tanto che basta da farsi prestare qualche soldo: effettivamente il suo sforzo è premiato, perchè di lì a poco, un preoccupatissimo Broadbent lo contatta per offrirgli un lavoro urgente e ben retribuito. Purtroppo non è quello che Lorenzo si aspetta: appena arriva a destinazione, assiste all’omicidio di un marziano che tentava di aggredire lui e il suo nuovo datore di lavoro, ed è anche costretto ad occultare il cadavere e darsi alla fuga. Broadbent, senza troppe spiegazioni, lo trascina in un razzo in partenza dalla Terra e scappa con lui alla volta di Marte. Solo nello spazio aperto si decide a raccontare la verità all’esterrefatto attore: lui e i suoi uomini lavorano per il Partito Espansionista, il cui leader, l’onorevole John Joseph Bonforte, è stato rapito da ignoti senza lasciare traccia.
La situazione è estremamente critica: Bonforte è l’uomo più amato e odiato sulla Terra, metà dell’umanità lo venera come il Messia di una nuova era di pace tra terrestri ed extraterrestri, mentre l’altra metà lo considera un traditore degli ideali dei suoi simili. Come se non bastasse, il rapimento è avvenuto alla vigilia di un fondamentale evento politico: Bonforte era infatti diretto su Marte per partecipare a una complessa cerimonia indigena, al termine della quale sarebbe stato “adottato” da una famiglia del pianeta, diventando un marziano a tutti gli effetti; un gesto senza precedenti che avrebbe avvicinato due culture molto distanti, garantendo enormi vantaggi politici, economici e sociali a entrambe le parti. Se Bonforte non riuscisse a presenziare a quella cerimonia, sarebbe un disastro: la popolazione marziana, incredibilmente tradizionalista e orgogliosa, non perdonerebbe mai uno sgarbo simile e nessuna giustificazione verrebbe accettata: anni di sforzi e trattati verrebbero vanificati, si correrebbe persino il rischio di una sanguinosa guerra tra i due pianeti. Per questo motivo lui, Lorenzo (scelto tra migliaia di altri attori grazie anche alle sue caratteristiche fisiche), dovrà impersonare Bonforte, andare su Marte e partecipare alla cerimonia di adozione, senza che nessuno sospetti nulla. Non solo dovrà appropiarsi dell’aspetto, della voce e della mimica di Bonforte, ma anche memorizzare una quantità incalcolabile di nozioni e ricordi in modo da “ingannare” anche gli amici intimi del suo personaggio, oltre a imparare il complesso rituale marziano senza la minima esitazione; un’impresa quasi impossibile, considerando anche che Smythe non sa nulla di politica e i marziani li detesta, al punto da non sopportarne neanche l’odore.
Ma questa rischia di non essere neppure la più difficile delle sfide che il nostro attore è destinato ad affrontare: sì, perchè il Bonforte originale deve ancora essere trovato; e anche qualora ciò accadesse, chi può garantire che le sue condizioni siano abbastanza buone da permettergli di riprendersi il suo posto?
La storia – narrata in prima persona – si dipana così tra colpi di scena e situazioni paradossali, sempre scandita dalla pungente ironia del protagonista (autentica maschera per i pensieri e le idee dell’autore). E’ forse questo il vero punto di forza del romanzo: vengono trattati argomenti profondi e attuali allora come oggi, tra cui i pregi e i difetti della monarchia e della democrazia, la contrapposizione tra liberismo e protezionismo, il rapporto tra popolazioni evolute e primitive, i diritti umani ecc., sempre con un linguaggio vivido, scorrevole e sagace, che stimola il lettore alle stesse riflessioni dei personaggi. In più, è da evidenziare il lucidissimo realismo con cui Heinlein descrive i marziani: usanze, abitudini, aspetto fisico e persino la lingua sono trattate in modo assolutamente credibile. Lo stesso vale per gli aspetti più “futuristici” e tecnologici, come i viaggi spaziali e le città su altri pianeti: nulla viene dato per scontato o lasciato al caso.
Per concludere, si tratta del romanzo più politico di Heinlein e uno dei suoi più riusciti: chiunque sia appassionato di politica e di fantascienza troverà pane per i propri denti, ma si farà apprezzare anche da molti lettori abituati ad altri generi.