Esisteva il metal in Italia prima dei Rhapsody? La risposta ovviamente è sì. Ma poteva l’Italia rimanere indifferente al ritorno, dopo ben nove anni, della band che più di ogni altra (piaccia o non piaccia) ha portato il vessillo del metal italiano in giro per il mondo? Ebbene la risposta è no.
Come tutti gli appassionati del genere sanno, la band triestina è andata incontro, negli ultimi anni, a un periodo di totale immobilità, sia in studio che in sede live, a causa di non meglio precisati problemi contrattuali legati alla Magic Circle Music, l’etichetta fondata e diretta da Joey DeMaio; questa pausa forzata, se da una parte è stata sicuramente causa di una profonda frustrazione del pubblico e dei musicisti stessi, dall’altra ha però dato modo al gruppo di comporre in tutta tranquillità un’impressionante mole di materiale inedito (con l’uscita di un nuovo album più successivo EP nel 2010, e un altro in arrivo) e di ricaricare le pile in vista della ripresa ufficiale dei concerti. Con la firma di un nuovo contratto con il colosso Nuclear Blast e l’uscita dei due citati dischi, i nostri sono pronti a tornare sui palchi italiani, nella fattispecie Roma e Milano.
All’Alcatraz i Rhapsody (che personalmente mi rifiuto di chiamare “- Of Fire” :P) si presentano accompagnati da due gruppi-spalla; i primi, gli italiani Vexillum, dimostrano di non avere alcun complesso di inferiorità di fronte ai colleghi più blasonati, proponendo un power di ispirazione Labyrinth – Domine e molto anni ’90, con ottime individualità e il giusto impatto sul pubblico; lo stesso, a mio parere, non si può dire degli austriaci Vision Of Atlantis, autori di un power sinfonico con doppia voce maschile e femminile, decisamente inflazionato e privo di mordente, che non fanno veramente nulla per nascondere le esagerate somiglianze con i Nightwish.
Poi, finalmente, giunge il momento del nome più atteso: l’intro scelta per il concerto (e il tour) è quella di Triumph Or Agony, con la voce profonda e teatrale di sir Christopher Lee che ci accompagna fino all’entrata in scena di Luca Turilli e company, i quali attaccano senza troppi fronzoli con la title-track. I volumi non sono settati alla perfezione, e anche le chitarre si sentono in modo un po’ confuso, ma la band c’è ed è carica: il pubblico, accorso numeroso, apprezza e non fa mancare il proprio sostegno, cantando a squarciagole tutte le canzoni e incitando i musicisti, con loro gioia e ammirazione.
Il concerto prosegue con Knightrider Of Doom e The Village Of Dwarves, due classici dalla “Emerald Sword Saga”: la performance del frontman Fabio Lione è a dir poco stupefacente, non solo per lo stato di forma della voce, ma anche per l’interpretazione e la capacità di “guidare” gli spettatori. Sea Of Fate è il primo assaggio dal nuovo album, prima di una gradita sorpresa: Guardiani Del Destino, uno dei pochi pezzi in lingua madre del repertorio del gruppo. Sorpresa ancora maggiore, quando Lione annuncia Land Of Immortals, tratta dal primo indimenticabile album dei Rhapsody, che sembrava ormai tagliato fuori dalle scalette a favore di brani più recenti: l’amplificatore di Turilli crea qualche problema, ma l’esecuzione è impeccabile. Ancora il tempo di On The Way To Ainor e del suo trascinante ritornello, poi tocca all’assolo di batteria dell’ottimo Alex Holzwarth: le basi orchestrali preregistrate fanno da supporto ai colpi del batterista tedesco, forse non al massimo della fantasia ma di sicuro energico e preciso.
Si torna a fare sul serio con due gemme direttamente da “Dawn Of Victory” (la title-track e Holy Thunderforce), inframmezzate dall’ormai celebre Lamento Eroico; è proprio questo pezzo, annunciato con grande orgoglio da Fabio, l’apice emotivo della serata: tutto l’Alcatraz canta a pieni polmoni, con tanto di accendini, dimostrando quanto sia affezionato alla prima canzone “tricolore” della band. Anche per il bassista francese Patrice Guers arriva il momento di trovarsi da solo sotto i riflettori: il suo assolo, molto tecnico e ricco di parti in slap, è assai piacevole da sentire ed è un ottimo prologo per la fase finale. Unholy Warcry riscalda nuovamente gli animi (anche se Turilli si ostina a saltare una parte di assolo, come nel live in Canada; i motivi restano ignoti, ma dato che ha suonato correttamente parti ben più difficili, l’unica spiegazione è che gli stia sulle palle per qualche motivo), mentre The March Of Swordmaster è l’ennesimo invito per il pubblico a far sentire la propria voce.
Siamo alle battute conclusive: come encore il gruppo propone la cattivissima Reign Of Terror, tratta dell’ultimo album (dove Lione si erge nuovamente a protagonista riuscendo a padroneggiare perfettamente sia le difficili parti vocali pulite, sia le terrificanti urla in scream, a ulteriore dimostrazione della sua versatilità), e naturalmente il classico del classici; l’amatissima Emerald Sword, da sempre uno dei cavalli di battaglia della band, regala l’ennesima prova trascinante e pone il migliore dei sigilli a una serata attesa da troppo tempo.
Tutto il gruppo si è espresso su livelli molto alti: la sezione ritmica ha garantito piena potenza e precisione, il muscolosissimo Staropoli è stato un po’ penalizzato dalla regolazione dei suoni – che ha penalizzato le sue tastiere in alcuni punti – ma non ha fatto mancare i consueti tappeti orchestrali da sempre marchio di fabbrica dei triestini; quanto a Lione, ha dimostrato una volta di più di essere una delle migliori voci metal in Italia e anche oltre, con una prova stellare e carismatica. Infine Turilli, l’osservato speciale: su di lui il pubblico metal si è sempre spaccato in due, da una parte i sostenitori che lo elevano a maestro del virtuosismo chitarristico, dall’altra i detrattori che lo considerano un musicista mediocre e sopravvalutato. Da quanto ho potuto vedere, la verità sta nel mezzo, ma tende più verso la prima opinione: il buon Luca a volte “sporca” qualche assolo o tenta di strafare fino a fregarsi da solo, ma ha offerto una prova molto convincente, con diversi passaggi da manuale del power. Non sarà il chitarrista più bravo al mondo nel genere, ma la sensazione è che le critiche su di lui poggino più su pregiudizi che su opinioni fondate (e non sarebbe la prima volta… qualcuno ha detto Andi Deris?).
In conclusione, un concerto di cui si sentiva maledettamente il bisogno, e che non ha tradito le attese. Come detto in precedenza, i Rhapsody hanno in cantiere un altro album di inediti, previsto per fine primavera; speriamo che il loro eccellente stato di forma sia confermato, e soprattutto che non debbano passare altri nove anni prima di rivederli on stage. 

Setlist:

1. Dar-Kunor (intro)
2. Triumph Or Agony
3. Knightrider Of Doom
4. The Village Of Dwarves
5. Sea Of Fate
6. Guardiani Del Destino
7. Land Of Immortals
8. On The Way To Ainor
Drum Solo
9. Dawn Of Victory
10. Lamento Eroico
11. Holy Thunderforce
Bass Solo
12. Unholy Warcry
13. The March Of The Swordmaster
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14. Reign Of Terror
15. Emerald Sword