“Sorella Morte, datemi il tempo di terminare il mio testamento;
datemi il tempo di salutare, di riverire, di ringraziare
tutti gli artefici del girotondo intorno al letto di un moribondo.”
(Fabrizio De Andrè – Il Testamento)

Empatia: la capacità di condividere le emozioni provate da un’altra persona.
E’ un sentimento naturale, insito in ognuno di noi. E’ come l’impulso di indirizzare lo sguardo nella direzione che indicano gli occhi di chi ci sta di fronte; un segnale sociale, innato. Quando vediamo qualcuno particolarmente infelice, specie se quel qualcuno è una persona a noi cara, ci viene spontaneo intristirci a nostra volta, anche se il nostro umore in origine era positivo; non perchè pensiamo che la nostra partecipazione al suo turbamento possa farlo sentire meglio, ma perchè, a livello più o meno inconscio, vogliamo mostrarci vicini e solidali. Oppure perchè ci imbarazza farci vedere allegri.
L’empatia in genere è un sentimento lodato e apprezzato: la persona empatica è l’amico ideale, quello a cui possiamo confidare i nostri problemi, con la consapevolezza che magari non potrà dire nulla di concreto per aiutarci, ma di sicuro ci farà capire che gli dispiace sinceramente di vederci angosciati.
Ma l’empatia è come una medaglia, ha il suo rovescio: proprio perchè è tanto considerata socialmente, quando la fonte di tormento non è un episodio privato ma un caso pubblico, è spesso conveniente mostrarsi addolorati; non perchè lo si è per davvero, ma perchè così si recita la parte delle persone sensibili e di buon cuore, che non badano solo a se stesse ma sanno dedicare un pensiero a chi soffre.
Come si distingue l’empatia dall’ipocrisia? Non è facile. Il giorno dopo il terremoto ad Haiti (come quello in Abruzzo, come le alluvioni in Pakistan o altre calamità), tutta Internet era un proliferare di lutti, messaggi di cordoglio, inviti a effettuare donazioni per la ricostruzione ecc.: era praticamente impossibile capire chi, tra i tanti che partecipavano alla disperazione altrui, avesse davvero donato soldi, o si fosse fermato a riflettere sulla tragedia più del tempo necessario a premere il pulsante “condividi link”. Del resto, si è sempre trattato di disastri “mediatici”: in questi anni ne saranno senza dubbio avvenuti di altrettanto terribili, di cui nessuno si è occupato per più di un paio di edizioni di un telegiornale, e su cui nessuno ha dedicato un pensiero o un’immagine; e non si può nemmeno negare che un forum o un social network sono i luoghi ideali dove condividere qualcosa di politicamente corretto in modo che siano in tanti a notarlo.
Perchè scrivo queste righe? Perchè, pur concedendo il beneficio del dubbio alla mia fallibilissima memoria, non ricordo una mobilitazione di sentimenti collettivi paragonabile a quella che si è riversata su Sarah Scazzi. Uccisa a tradimento, sepolta in un fosso melmoso, il suo cadavere (“corpo senza vita”, se vi turbano i termini nudi e crudi) è stato dissotterrato, analizzato, commentato, chiacchierato, esposto, sviscerato, venerato, pianto con lacrime che riabilitano quelle dei coccodrilli. Se le parole potessero consumare la carne, 40 giorni dopo il suo ritrovamento, del suo corpo rimarrebbe solo polvere umidiccia.
Non ho più parole per commentare lo schifo che mi assedia gli occhi anche quando faccio il possibile per starne fuori; ho ancora il sangue che bolle pensando alle facce da culo dei conduttori di “programmi di approfondimento”, che prima assumono l’espressione di chi ha appena visto la propria madre in fin di vita, e poi ghignano come iene osservando gli indici d’ascolto; ho finito gli insulti per gli pseudo-giornalisti che chiedono ai telespettatori se Sarah è stata uccisa dallo zio, dalla cugina, dalla madre o dal cane di casa; non ho ancora smesso di scagliare maledizioni sui commossi dell’ultim’ora, che vanno a portare fiori sulla sua tomba avendo cura di farlo finchè ci sono telecamere ad Avetrana, hai visto mai che finisco per cinque secondi su Studio Aperto o Mattino 5.
Ma quel che forse è peggio di chi marcia nel cimitero per profitto personale o per effimera notorietà, sono quelli che lo fanno per semplice approvazione, per “fare bella figura”. Quelli che dedicano pagine di santificazione a una persona che non hanno mai visto nè conosciuto e di cui probabilmente non gli fotte un cazzo, ma che viene descritta con termini che farebbero apparire distaccati i suoi genitori. Quelli che invocano morte e torture al colpevole di turno, salvo scusarsi quando la settimana dopo si scopre che non è stato lui. Quelli che insultano le poche persone che denunciano e ridicolizzano questo assurdo corteo di tombaroli, dando loro degli insensibili e augurandosi di vedere presto morte le persone che amano (il che è un fantastico esempio di sensibilità). Quelli che, di fronte a tutto ciò, si giustificano dicendo che “davanti a simili tragedie non si può fare finta di niente”, ma quando vengono ammazzati brutalmente barboni o immigrati non se li filano minimamente, perchè barboni e immigrati fanno notizia solo quando delinquono. Quelli che, tra 3 o 4 mesi, si dimenticheranno totalmente di Sarah Scazzi e della sua morte, esattamente come si sono dimenticati di Tommaso Onofri, altro esempio di isteria collettiva terminata quando i riflettori della cronaca si sono spostati altrove.
Beata davvero Maria Goretti, morta prima che inventassero Facebook.
Io non ho mai conosciuto Sarah Scazzi, esattamente come quei meschini che si atteggiano come se avessero fatto le elementari con lei: di conseguenza non posso sapere cosa penserebbe di questa storia, se avesse modo di osservare ciò che sta accadendo alla sua memoria. So però cosa penserei io se accadesse a me: pur non credendo alla vita dopo la morte, effettuerei una conversione-lampo all’Induismo, solo per potermi reincarnare in un grizzly enorme e idrofobo, e divorare le palle di tutti gli sciacalli senza scrupoli, che quando il mio cadavere è ancora caldo e profumato, hanno già pronto nello studio il plastico della mia stanza, e messo le mani sul mio diario di seconda media.