Avetrana, provincia di Taranto: una ragazzina quindicenne scompare nel nulla, e alcune settimane dopo lo zio confessa di averla uccisa, aver violentato il cadavere e averlo nascosto in un pozzo.
Novi, provincia di Modena: un operaio pakistano ammazza la moglie, che sosteneva la figlia ventenne nel suo rifiuto a un matrimonio combinato.

Due storie di cronaca nera, che si sono guadagnate una notevole rilevanza mediatica, in mezzo a sclerate di Berlusconi contro i magistrati e pettegolezzi sui vip. Due storie che in comune hanno non solo l’epilogo più tragico, ma anche la forte sensazione suscitata nell’opinione pubblica, che attraverso le piattaforme più disparate (social network in primis) non ha mancato di commentare il caso, e suggerire pene e soluzioni. A mio parere, dicendo un sacco di cazzate.
La storia di Avetrana e di Sarah Scazzi dimostra, una volta di più, quello che la maggior parte dei criminologi sostiene da tempo: che la stragrande maggioranza dei delitti a sfondo sessuale è commessa da parenti, colleghi e amici della vittima. Ciononostante, la prima cosa a cui molti hanno pensato, appena si è diffusa la notizia della scomparsa, è stata che ci fosse lo zampino dell’immigrato di turno: del resto, telegiornali di provata serietà e imparzialità tipo Studio Aperto non mancano mai di riportare a gran voce notizie di stupri e omicidi commessi da rumeni o albanesi, con il poco velato scopo di instaurare negli spettatori la convinzione che gli immigrati sono la principale minaccia per la nostra sicurezza. Ma questo delitto è puramente tricolore, così come quelli di Cogne, Novi Ligure, Erba, Garlasco e gli altri casi che hanno scioccato il paese. Che anche gli immigrati commettano reati, come in ogni paese del mondo, è fuori discussione, ma noi non siamo certo gli agnellini innocenti che i media vogliono farci credere.
Questo ci porta direttamente all’altro fatto di cronaca. Si sono sprecati, nei giorni seguenti la diffusione della notizia, i commenti degli esperti di turno sulla pericolosità e la malvagità insite nella fede islamica, sull’impossibilità categorica dell’integrazione tra esponenti di culture tanto diverse, sulla necessità di liberarsi di questo fardello che ostacola tutti noi ecc.; e di nuovo, viene fatto passare sotto silenzio il fatto che, in Italia, esistono musulmani che invece si sono integrati, lavorano (magari svolgendo professioni che noi italiani consideriamo ormai degradanti, salvo poi incazzarci se nessuno le fa), mandano i figli a scuola (magari trovandoseli in classi di soli immigrati, non sia mai che rallentino l’apprendimento dei nostri pargoli), e si accontenterebbero di poter pregare in una vera moschea e non in un garage. No, un caso limite viene eretto a norma, e le persone sopracitate devono anche convivere con l’ostilità gratuita di chi è costretto dalla propria chiusura mentale a fare di tutta l’erba un fascio, e li ritiene perfettamente uguali all’operaio pakistano di Novi: potenziali assassini e individui da sdradicare.
Io, personalmente, in questa storia non voglio sentire parlare di Islam (come se i matrimoni combinati imposti dalla famiglia non fossero propri anche di altre società come quella indiana o cinese), di eredità culturale, di rimpatri e balle varie: qui non abbiamo a che fare con un turista che fa una cazzata perchè non conosce le usanze locali, qui c’è uno straniero residente in Italia da anni, che commette un crimine in Italia, e da una corte italiana va processato e condannato secondo le leggi italiane. Rispedirlo in Pakistan come un semplice clandestino sarebbe un grave torto verso chi, italiano, per lo stesso delitto si vede dare l’ergastolo. Crimini del genere non hanno colore nè bandiera: per questo il signor operaio pakistano, così come lo zio necrofilo, vanno semplicemente presi e buttati in una cella, e la chiave della suddetta cella va fusa e trasformata in un pendaglio per collane, in modo che non si possa ritrovare neanche per caso. Invece, per tornare al delitto di Avetrana, in questi giorni la folla inferocita, al grido di “Dagli all’orco!” (parola talmente inflazionata da risultare insopportabile), ha invocato da più parti pene di morte, torture e punizioni corporali di vario tipo.
Il legittimo sconvogimento emotivo dovuto all’orrore di questa vicenda non può assolutamente giustificare simili prese di posizione. Pena di morte? Da parte di chi? Dei parenti della vittima, che a loro volta spingeranno qualcun altro a ripagarli della stessa moneta, causando una faida fatta di vendette e contro-vendette senza fine, secondo la classica legge dell'”occhio per occhio, dente per dente”? Oppure dello Stato, struttura creata dai cittadini affinchè venissero tutelati i propri diritti, che ha quindi doveri ben diversi dal singolo cittadino? Beccaria aveva cercato di insegnarcelo – invano, a quanto pare – più di duecento anni fa: “Non è l’intensione della pena che fa il maggior effetto sull’animo umano, ma l’estensione di essa; perché la nostra sensibilità è piú facilmente e stabilmente mossa da minime ma replicate impressioni che da un forte ma passeggiero movimento” (Dei delitti e delle pene, cap. XXVIII). Per non parlare della tortura: si criticano tanto i paesi cosiddetti “del Terzo Mondo” per le loro barbare pratiche di giustizia, e poi se ne promuove l’adozione anche nella civilissima Italia? Di nuovo Beccaria dimostra di averci visto giusto: “Altro ridicolo motivo della tortura è la purgazione dell’infamia…Si crede che il dolore, che è una sensazione, purghi l’infamia, che è un mero rapporto morale […] l’infamia è un sentimento non soggetto né alle leggi né alla ragione, ma alla opinione comune. La tortura medesima cagiona una reale infamia a chi ne è la vittima.” (cap. XVI). Tra l’altro, sarei pronto a scommettere che buona parte di questi urlatori della giustizia fai-da-te, poi firma le petizioni e scende in strada a manifestare contro la pena di morte a Sakineh, l’adultera iraniana. Dicesi incoerenza: se si è contro la pena di morte, lo si è a prescindere, non solo quando ci è simpatico l’imputato. Usare due pesi e due misure in modo così sfacciato, è esattamente come pretendere il rispetto della Costituzione quando Berlusconi ha i suoi deliri di onnipotenza, e per il resto fregarsene e considerarla qualcosa di superato: ipocrisia, incoerenza.

L’auspicio, ora che, come si suol dire, il danno è fatto, è che queste due storie almeno ci insegnino qualcosa: che gli stranieri non sono peggiori di noi a prescindere; che è meglio lavorare e battersi per l’equità e la certezza della pena, invece che invocare il boia per chi ci sta sulle palle; e che in generale, prima di vomitare in Rete la propria frustrazione e aprire la caccia alle streghe, sarebbe cosa utile accendere il cervello.