(consueta “””breve””” carrellata sui musicisti/artisti/ominidi vari visti all’opera sui 5 palchi di Wacken)


FIDDLER’S GREEN

Il mio personale Wacken comincia al Wackinger Stage con questo gruppo tedesco che, come suggerisce il nome (il fiddle è il tradizionale violino irlandese), propone il folk rock tipico dell’Isola di Smeraldo. Non inventano nulla, anzi, qua e là si sentono richiami fin troppo pesanti ai classici del genere (Pogues, Flogging Molly, Dropkick Murphys ecc.), ma l’energia c’è, l’atmosfera da pub di Dublino pure, e i pezzi si lasciano ascoltare senza problemi. Un gradevole antipasto.
Voto: 7

SVARTSOT

Rischiavano seriamente di scomparire, i folk metallers danesi, dopo il buon debutto “Ravnenes Saga”: per fortuna, con una formazione ricostituita da zero, sono tornati in pista con un ottimo cd, e a Wacken hanno dimostrato di avere ancora molto da dire. Nonostanti dei suoni non perfetti, brani come Jotunheimf
ærden e Lindisfarne sono la prova di uno stato di forma sicuramente positivo. Purtroppo ho perso l’ultimo quarto d’ora di concerto per arrivare in tempo al True Metal Stage; ma dato che dubito che nel tempo rimamente si siano lanciati in cover dei Bathory, il giudizio non cambia.
Voto: 7,5


ALICE COOPER

Gli anni passano, ma i vecchi maestri restano: proprio nell’anno in cui ci lascia Ronnie James Dio, lo zio Alice (classe 1948) alla pensione proprio non ci pensa, e lo dimostra con un grande spettacolo. La voce naturalmente non è quella degli anni d’oro, ma la setlist è un vero manuale rock: School’s Out, No More Mr. Nice Guy, I’m Eighteen, Guilty, Billion Dollar Babies, Under MY Wheels, l’immancabile Poison, praticamente ogni pezzo è un classico. Il tutto, naturalmente, corredato con le trovate di scena a cui il Nostro ci ha abituati: ecco quindi ghigliottine, patiboli, sangue finto e chi più ne ha più ne metta. La classe non è acqua, del resto.
Voto: 8

IRON MAIDEN

C’è poco da fare: gli Iron Maiden, anche quando respirano e vanno al cesso, non smettono di scatenare polemiche, alimentare discussioni, spaccare a metà i fan. Figuriamoci quando più di metà dei brani suonati sono tratti dagli ultimi tre album, che certo non hanno riscosso consensi unanimi. Ma loro possono permetterselo: del resto, quando Steve Harris e co. aprono sparandoti in faccia The Wicker Man, ripescano dai cassetti perle un po’ trascurate come Blood Brothers e Running Free, e sono così in forma da rendere trascinanti anche pezzi “normali” come The Reincarnation Of Benjamin Breeg e il nuovo singolo El Dorado, cosa vuoi fare, se non applaudire? E a questo punto la domanda, per i sostenitori come per i detrattori, rimane la stessa: quando la Vergine di Ferro appenderà gli strumenti al chiodo, chi ne raccoglierà il testimone? Ma vabbè, c’è ancora gente che rimpiange Paul Di Anno…
Voto: 8
Setlist: The Wicker Man – Ghost In The Navigator – Wrathchild – El Dorado – Dance Of Death – The Reincarnation Of Benjamin Breeg – These Colours Don’t Run – Blood Brothers – Wildest Dreams – No More Lies – Brave New World – Fear Of The Dark – Iron Maiden. Encore: The Number Of The Beast – Hallowed Be Thy Name – Running Free

AMORPHIS

Purtroppo, anche a causa dell’orario decisamente poco generoso (prima di mezzogiorno), non sono riuscito a vedere per intero la loro esibizione: l’impressione è di essermi perso molto, perchè quanto visto testimonia una band davvero valida, tecnicamente preparata (soprattutto il cantante, davvero abile nel passare dal growl al pulito) e dal sound ammaliante ed evocativo. Da applausi la doppietta finale Black Winter Day + My Kantele. Dopo averli sfiorati due volte di fila negli anni precedenti, valeva proprio la pena fare lo sforzo.
Voto: 8

ORPHANED LAND

Di sicuro non capita tutti i giorni di vedere sul palco una band israeliana, dedita a un prog-death con forti influenze di musica tradizionale araba, e un cantante vestito come Gesù Cristo (come lui stesso si diverte a sottolineare): purtroppo, sono stati il classico esempio di quanto sia difficile, a volte, trasporre dal vivo il feeling presente su disco. Intendiamoci, la tecnica c’è, e brani come Sapari e Halo Dies lo dimostrano, ma alla lunga sono risultati un po’ prolissi e pesanti. E l’assenza dal vivo dei suggestivi cori femminili orientali, sostituiti da versioni pre-registrate, non migliora le cose. Un peccato.
Voto: 7

DIE APOKALYPTISCHEN REITER

Suoni a dir poco discutibili e una scaletta troppo, troppo incentrata sull’ultimo album, considerato che siamo in un festival e non in un concerto da headliner. E allora perchè un voto così alto? Perchè i Reiter sono sempre i Reiter: quindi carisma da vendere, risate assicurate dalle cazzate del Dr. Pest e pezzi che, senza far gridare al miracolo di tecnica e inventiva, saprebbero resuscitare anche i morti. E in questo senso, pur con assenze dolorose come Reitermania e Riders On The Storm, si possono apprezzare anche due brani inediti dal vivo come Roll My Heart e Der Adler. Certo, il concerto del 2007 era un’altra cosa: si può dire che hanno portato a casa la pagnotta. Ma come lo fanno loro, ne sono capaci davvero in pochi, nella scena metal odierna.
Voto: 8
Setlist: Wir Sind Das Licht – Revolution – Friede Sei Mit Dir – Unter Der Asche – Es Wird Schlimmer – Erhelle Meine Seele – Drums Solo – Adrenalin – Nach Der Ebbe – Der Adler – Roll My Heart – Der Weg – We Will Never Die – Seemann

SCHELMISH

Al Summer Breeze 2008, tra una balla e l’altra, non ero riuscito a vedere il loro concerto per intero: stavolta ho cura di arrivare in buon anticipo, e vengo premiato con una prova coinvolgente e ben eseguita. Nulla per cui strapparsi i capelli, però: le canzoni hanno presa, ma la band dà il meglio di sè quando lascia libero sfogo a bombarde e cornamuse, alla Igni Gena o Aequinoctium; quando invece la vena folk viene messa in secondo piano a favore del metal comunemente inteso, ecco che emergono diverse pecche di originalità e qualità. E’ questo che, a mio parere, ancora li divide dai giganti del genere, In Extremo e Schandmaul. Bravi, comunque.
Voto: 7

GRAVE DIGGER

Sapori di Scozia si diffondono sul True Metal Stage. Quello dei tombaroli tedeschi non è uno show normale: per la prima, e probabilmente ultima volta, viene proposto integralmente il classico “Tunes Of War”, che celebra otto secoli di storia scozzese, da re Malcom ai Giacobiti. Quello che viene proposto al pubblico è un vero campionario di heavy metal: cavalcate mozzafiato (The Battle Of Flodden, Killing Time), ballate commoventi (The Ballad Of Mary, ospite speciale Doro Pesch) e cori emblematici (le celebri Scotland United e Rebellion, quest’ultima con partecipazione speciale di Hansi Kursch e dei Van Canto). E quando le nostre menti sono ancora sui campi di battaglia delle Highlands, ecco che si ritorna al presente con un paio di bordate come Excalibur e Heavy Metal Breakdown. Immortali, inossidabili.
Voto: 8,5
Setlist: The Brave – Scotland United – In The Dark Of The Sun – William Wallace – The Bruce – The Battle Of Flodden – The Ballad Of Mary – The Truth – Cry For Freedom – Killing Time – Rebellion – Culledon Muir – Ballad Of A Hangman – Excalibur – Heavy Metal Breakdown

IHSAHN

Dimenticate il black metal canonico: l’ex leader degli Emperor da solista è più dedito a un avantgarde visionario e molto tecnico, supportato da una band eccellente sotto tutti gli aspetti. Intelligente la scaletta, che pesca in maniera abbastanza equanime dai tre capitoli della discografia solista, compreso l’eccellente “After”, targato 2010. Da segnalare le ottime Scarab e The Frozen Lakes Of Mars, e in generale la bravura del polistrumentista norvegese: uno che, per talento e per curriculum, meriterebbe qualcosa in più che 45 minuti nel palco coperto.
Voto: 8
Setlist: The Barren Lands – A Grave Inversed – Scarab – Emancipation – Invocation – Called By Fire – Unhealer – The Frozen Lakes Of Mars

KAMPFAR

Chitarre taglienti, sfuriate black, fuochi sul palco e tanta grinta: i Kampfar danno un bel calcio nelle chiappe di chi li considera una band di serie B nel panorama viking. Certamente il sole infuocato del primo pomeriggio non è l’alleato migliore di chi fa dell’oscurità e del gelo nordico i propri stendardi, ma se i risultati sono questi, ringraziamo e portiamo a casa. Promossi senza troppi dubbi.
Voto: 7,5

OVERKILL

Una parola: devastanti. Che la band fosse in gran forma come ai tempi d’oro lo ha dimostrato l’ultimo, ottimo studio album “Ironbound”, ma dal vivo le sensazioni sono ancora migliori. Già la doppietta iniziale The Green And The Black + Rotten To The Core lascia il pubblico senza fiato: figurarsi dopo mazzate come Hello From The Gutter, Coma, In Union We Stand e Bring Me The Night… il tutto condito da assoli folgoranti e una batteria precisa e brutale. I migliori insieme ai Grave Digger. Chi ha detto che il thrash è morto?
Voto: 8,5

METSATÖLL

Stesso discorso degli Skyforger allo scorso Summer Breeze: anche loro provenienti dal Baltico (precisamente dall’Estonia), anche loro dediti a un folk metal roccioso e molto anni ’90, ricco di influenze della loro terra d’origine (grazie anche all’uso di strumenti a corda tipici), forse meno estremo di altri colleghi ma molto energico. Forse le linee vocali dei pezzi sono un po’ troppo banali, ma l’impressione generale è positiva.
Voto: 7

STRATOVARIUS

Come molti sanno, negli ultimi anni i finlandesi sono passati attraverso una serie impressionante di problemi, culminati con l’abbandono del leader storico Timo Tolkki: gli Stratovarius del 2010 sono una band rinnovata nei componenti e nello spirito, desiderosa di fare bene ma senza dimenticarsi del glorioso passato; lo dimostra la scaletta, ricca di classici dei bei tempi che furono come Paradise e The Kiss Of Judas. Nonostante l’ottima prova, anche per il nuovo materiale, il voto non può essere troppo alto per una serie di imprecisioni, sia di suoni che dei musicisti: Kotipelto che non accende il microfono e canna l’attacco della prima canzone (!), Michael che si perde le battute perchè impegnato a fare il tamarro prendendo al volo le bacchette che gli lancia lo staff… promossi in ogni caso; nota di merito al bassista Lauri Porra, freddino ma tecnicamente davvero inattacabile. (post scriptum: se non merita i palchi principali una band come questa, che ha scritto la storia di un genere, cosa si dovrebbe dire di improbabili carneadi come Ill Nino, Dew-Scented e The Bosshoss?)
Voto: 7,5
Setlist: Hunting High And Low – Higher We Go – Speed Of Light – The Kiss Of Judas – Deep Unknown – Against The Wind – Eagleheart – Winter Skies – Phoenix – Paradise – Black Diamond

EDGUY

A conti fatti, quelli che ho gradito di meno. Non tanto per l’annosa questione della svolta power metal – hard rock (che comunque non ho mai mandato giù fino in fondo), quanto per due semplici motivi. Innanzitutto, con un’ora sola a disposizione, è folle perdere troppo tempo a fare cori, incitare la folla, chiacchierare tra un pezzo e l’altro ecc.: d’accordo che coinvolgere il pubblico è importante, ma se si fossero limati un po’ di eccessi, due pezzi in più in scaletta ci sarebbero stati. Secondo, il Tobias Sammet che ricordo io è un animale da palco senza uguali, mai fermo un attimo e con una voce potente e precisa: quello visto a Wacken mi è sembrato poco in salute e piuttosto stanco, anche se i suoni non l’hanno aiutato. Il resto della band si è espresso su ottimi livelli (da segnalare la partecipazione del bassista degli Helloween Markus Grosskopf, all’opera su Lavatory Love Machine e Superheroes), anche se pure sulla setlist qualcosa da ridire c’è: va bene che il power appartiene al passato, ma tre pezzi dal mediocrissimo Rocket Ride e zero da Theater Of Salvation mi sembra veramente una scelta inconcepibile. Insomma: svolto il compitino, ma dei fenomeni impazziti del Gods 2006 non si è visto granchè.
Voto: 6,5
Setlist: Dead Or Rock – Speedhoven – Tears Of A Mandrake – Vain Glory Opera – Lavatory Love Machine – Superheroes – Sacrifice – Save Me – King Of Fools