Miei cari e sempre meno numerosi seguaci,
oggi è una data importante. A voi il 23 maggio non dirà nulla, ma oggi finisce l’ultima settimana di corsi dell’ultimo anno della mia università: d’ora in poi ci saranno solo esami, tirocinio e preparazione della tesi. Certo, poi ci sarà ancora la laurea specialistica, quindi altre lezioni e altri esami, ma non credo che ci sarà quel clima di spensieratezza e allegria che ha permeato questi tre anni.
Per questo motivo, ho deciso di scrivere una raccolta di aneddoti, due per anno, per celebrare la fine di questa importante fase della mia vita. Spero che leggendoli sorridiate quanto ho sorriso io nello scriverli e ricordare gli avvenimenti in questione.


– “Deadly fail” (dicembre 2007 – Psicologia generale I)

Il mio primo semestre all’università era all’insegna del cazzeggio più irresponsabile: io e miei compagni saltavamo sistematicamente le lezioni di Psicologia sociale per chiacchierare e fare cruciverba in aula-studio, e seguivamo le lezioni di Generale solo per la prima ora, andandocene subito dopo l’intervallo. Allora il corso, per chi come noi voleva dare l’esame con i parziali, aveva l’obbligo di frequenza, e ogni giorno all’intervallo venivano raccolte le firme di presenza. Noi comunque ce ne sbattevamo altamente: firmavamo alla pausa e, sfruttando la confusione generale, fuggivamo subito dopo. Ma un giorno, io e la mia compagna Martina decidiamo di firmare dopo aver fumato una sigaretta con gli altri, e al nostro ritorno in aula la pausa è quasi terminata e tutti sono già seduti per riprendere la lezione: facciamo finta di niente e andiamo a firmare, quando la prof ci squadra e, vedendoci con giacche e zaini, chiede “Ma voi state per tornare a casa?” Silenzio. “No, perché io sto per ricominciare a spiegare, e non mi sembra corretto firmare e andarsene!” Panico. E qui parte la cazzata: “No no, stiamo uscendo a chiamare gli altri che sono fuori a fumare, poi rientriamo!”. Naturalmente è una balla: una volta fuori, scappiamo a gambe levate. Ma la prof aveva osservato attentamente i nostri nomi e le nostre firme… da allora, nonostante i numerosi tentativi, non sono ancora riuscito a passare quell’esame, e anche Martina ha dovuto sudarsi il suo voto. Sarà stato un caso…?

– “Non tutto il male vien per nuocere” (settembre 2008 – Genetica)

Classico esempio di come, a volte, un brutto risultato oggi può fare da prologo a un ottimo risultato domani. Avevo già provato lo scritto di genetica ad aprile, ma più per vedere com’era impostato l’esame e com’erano le domande, ed ero stato bocciato senza troppe pretese. A settembre ci riprovo, forte del buon risultato ottenuto poco prima in Storia della psicologia. Ho studiato abbastanza bene e sono discretamente ottimista, ma i risultati dell’esame non vengono pubblicati per parecchi giorni; divorato dalla tensione, mando una mail alla prof, che mi risponde con un tono estremamente scortese e seccato, dicendomi che l’appello successivo sarebbe stato a gennaio, e non mi cambiava molto sapere il voto subito. Alla fine, dopo quasi venti giorni, escono gli esiti: bocciato di nuovo. La mia delusione è enorme, speravo che almeno un 20 sarei riuscito a portarlo a casa… non sapevo ancora che, a gennaio, avrei ridato l’esame con una preparazione solo un po’ più attenta, e avrei preso il mio primo, e finora unico, 30 e lode.

– “La saga dei Dirty Gonzalez” (aprile 2009 – La ricerca-intervento in ambito psico-sociale)

Il corso prevedeva un’esercitazione facoltativa in cui gli studenti, divisi in gruppi, dovevano simulare una ricerca-intervento in una struttura problematica, basandosi sulle conoscenze apprese a lezione. La ricompensa è ghiotta (un massimo di 3 punti in più sul voto finale), così io e i miei compagni Alessandro, Andrea, Edoardo, Jennifer e Stefania decidiamo di partecipare: simuleremo un intervento in una scuola media con gravi problemi di bullismo. Al momento di scegliere il nome del gruppo, Edoardo prende l’iniziativa e scrive sul foglio “Dirty Gonzalez”: ovvero una storpiatura del Dirty Sanchez, che come potete vedere dal link, è una pratica sessuale connessa alla coprofilia e al sesso anale. Per fortuna nessuno scopre il significato di quel bizzarro nome, e il nostro progetto prosegue: nonostante l’assoluta mancanza di serietà, i ritrovi a casa di Andrea finiti in partite a Guitar Hero, e i deliranti suggerimenti per descrivere la scuola (il preside è un goblin, lo psicologo è un panzone pedofilo che getta panini addosso ai ragazzi ecc.), riusciamo a buttare giù una buona relazione di gruppo, che vale a tutti 2 punti all’esame.

– “La botta di culo del secolo” (luglio 2009 – Psicologia dinamica)

L’esame, orale da 9 crediti, è uno dei piatti forti del secondo anno: il programma verte sui principali ordinamenti e fattori terapeutici delle psicoterapie, dalla psicanalisi classica alla terapia familiare e ambientale. Il programma di conseguenza è molto vasto: un manuale più altri 4 libri, tra obbligatori e da scegliere. Nonostante mi riservi quasi tre settimane per lo studio, la preparazione è estremamente lacunosa: sono ferrato solo sui due libri di Freud, mentre il manuale l’ho studiato praticamente la metà, e gli altri due libri non li ho neanche aperti. Penso seriamente di ritirarmi, ma alla fine mi decido a provare.
All’esame, mentre attendo il mio turno, scopro dagli altri studenti che il prof offre la possibilità di portare un argomento a scelta su tutto il programma, e che su uno dei due libri di Freud la domanda è sempre la stessa (“Qual è l’importanza del caso dell’Uomo dei Topi nella storia della psicanalisi?”): forte di queste informazioni, mi rileggo attentamente il capitolo che so meglio del manuale (transfert e controtransfert), sperando che mi risparmi altre domande da quel libro. Così è: la prima cosa che mi viene chiesta è l’argomento a scelta, e la seconda è la citata domanda sull’Uomo dei Topi; le mie buone risposte mi permettono di portare l’interrogazione sui giusti binari. Sull’altro libro di Freud, “I tre saggi sulla teoria sessuale”, la domanda è tra le più facili (fasi orale-anale-fallica-di latenza); a questo punto il tempo a disposizione è quasi terminato, e quando mi chiede l’ultimo argomento su uno dei libri che non ho letto, il prof ha già iniziato a scrivere il voto sul libretto. Risultato: 27. In un esame in cui avevo studiato meno della metà del programma.

– “C’è uno sportivo in ognuno di noi” (novembre 2009 – Psicologia della personalità)

Anche questo corso è accompagnato da un’esercitazione facoltativa, ma molto più semplice di Ricerca-intervento: si tratta di distribuire dei questionari ad alcune persone, per una ricerca sugli sportivi. Allettato dall’opportunità di beccarmi 2 punti in più senza il minimo sforzo, mi iscrivo subito, ma in seguito scopro l’amara verità: degli 8 questionari assegnati, 5 vanno distribuiti solo a persone che praticano calcio, basket e atletica a livello amatoriale; per giunta, si tratta di questionari molto specifici, che pur essendo anonimi richiedono il nome della squadra e la categoria di appartenenza. Sistemati senza problemi i tre non sportivi (mio padre, Lola e Mordred), come fare per gli altri? Non mi resta che inventare: ecco che Danny diventa una giovane promessa del calcio lombardo e mio fratello un esperto cestista. Riesco a contattare il ragazzo di Roberta che gioca effettivamente a calcio (anche se in una squadra che non risponde ai requisiti richiesti), mentre il secondo giocatore di basket devo impersonarlo io (dopo tutto sono alto, no?). Rimane l’atletica; Veronica l’ha effettivamente praticata alle medie, ma non riesco a consegnarle il questionario in tempo, per cui, all’esame, ne porto solo sette. Per fortuna, nonostante l’incompletezza e la totale non credibilità di molte risposte (un 17enne che gioca in serie D, o è un mezzo fenomeno o è una balla gigante), i responsabili della ricerca prendono tutto senza fare domande, e anch’io ottengo i miei (im)meritati 2 punti.

– “Audentes fortuna iuvat” (maggio 2010 – Disturbi evolutivi delle funzioni cognitive)

I disturbi in questione sono dislessia, disortografia, discalculia e disturbo da deficit dell’attenzione-iperattività. L’argomento non mi appassiona granchè, e richiede uno studio piuttosto faticoso nonostante i 3 crediti, con diversi modelli teorici e terapeutici da imparare praticamente a memoria. Lo provo la prima volta a febbraio, preparandolo in modo improvvisato nei soli 5 giorni che ho a disposizione: risultato, 18 con orale obbligatorio. Peccato che gli esiti escano il giorno prima della registrazione, alle 17.30: avrei solo poche ore per preparare l’orale. L’idea di ripassare disperatamente fino a tarda notte per poi, nella migliore delle ipotesi, confermare il 18, mi pare un pessimo affare: così decido di rifiutarlo e di riprepararlo a maggio, sicuro di avere più tempo a disposizione. Cazzata: scopro troppo tardi che l’appello è fissato quattro giorni prima dell’ultimo parziale di Generale (quello che determina il voto finale); mi arrangio e tento di prepararli entrambi in modo accettabile. Il giorno dell’esame (scritto con 6 domande aperte) gli iscritti vengono divisi in due turni; una mia amica nel primo turno, una volta consegnato il compito, riesce a inviarmi per sms le domande del suo foglio: nei pochi minuti che mi restano mi getto a ripassare tutti gli argomenti correlati, ma è fatica vana: quando tocca a me, mi capita un foglio totalmente diverso. Una domanda la lascio in bianco, a un’altra do una risposta che scopro poi essere sbagliata, ma nelle 4 restanti dovrei essere andato bene, in fondo avevo studiato più della volta precedente… ma quando escono gli esiti (stavolta alle 19 del giorno prima), la beffa è atroce: di nuovo 18 con orale obbligatorio, adesso con ancora meno tempo per prepararlo.
Perso per perso, decido di provare: ripasso almeno le domande dell’esame e il giorno dopo mi presento in aula. Sono in due a interrogare: il prof boccia senza pietà la prima, che sembrava preparata molto meglio di me, e già mi sento spacciato. Ma per fortuna va in ordine alfabetico, e quando tocca a me, anche lui se n’è andato, e io rimango con l’assistente, che grazie al cielo non è una stronza: dopo una decina di minuti mi manda a casa con un 20. Ad averlo saputo prima…