Archive for febbraio 2010

Reminescenze


Trovo che Google Street View sia una delle invenzioni più interessanti degli ultimi anni. Con il semplice tocco di un mouse, e compatibilmente con la velocità e l’indulgenza della tua connessione, puoi esplorare intere vie dalla poltrona della tua stanza, come se ti ci trovassi davvero, di persona. Ovviamente, è molto utile per ammirare strade ed edifici che dal vivo sarebbe problematico raggiungere, oppure per controllare l’esatta ubicazione di un locale o di un negozio, e non girare a vuoto come un pirla perchè ci sono centoquaranta vetrine tra due numeri civici. Stasera però ne ho fatto un uso differente: ho fatto un giro per il mio quartiere, e ho lasciato che la mente vagasse tra i miei ricordi di infanzia.
Romeo, per esempio. Il Panificio ai Portici di Romeo, all’angolo tra via Celentano e via Riccardi, era – ed è tuttora – la meta obbligata di tutti gli studenti che frequentano l’Istituto delle Suore del Preziosissimo Sangue, dove ho passato praticamente tutta la mia infanzia, dall’asilo alla terza media. Che si uscisse all’una piuttosto che alle quattro del pomeriggio, era impensabile passare oltre una volta investiti dalla fragranza di focaccia che ti avvolgeva appena attraversavi la strada: a quel punto si era costretti a entrare e comprarsi un pezzo di focaccia, una S di cioccolato o un semplice sacchetto di caramelle. Naturalmente c’erano i "clienti abituali", che si portavano via chili di merendine dicendo "ti pago tutto la prossima volta", salvo poi essere scoperti dalle madri, informate dal solerte Romeo, e cazziati a sangue. Ora ha cambiato gestione: non ho idea di che fine abbia fatto Romeo, forse è andato in pensione, forse è nell’aldilà a sfornare focacce grosse come locomotive. Poco importa, per me quel panificio sarà sempre suo.
Camminando per un breve tratto lungo via Celentano, si incrocia via Padova. Quelli tra di voi che non hanno vissuto su Marte nelle ultime settimane avranno sentito nominare questa strada decine di volte, per i recenti fatti di cronaca, magari descritta come un ghetto, un Harlem de noantri, o una semplice via mal frequentata. C’è da dire che gran parte degli incidenti avviene a sud, oltre il ponte della ferrovia: vicino a noi, gli unici fastidi sono dati dal grado di sopportazione che gli abitanti hanno nei confronti degli immigrati. Per quanto mi riguarda, fin dai tempi delle elementari, quando concetti come "integrazione" e "quartiere multietnico" erano ancora alieni, ma "sei un marocchino" era considerato un insulto sanguinoso e infamante, la cosa non mi ha mai toccato più di tanto. Sono altri i ricordi che mi legano a via Padova. Come il Game Stop, che ai miei tempi si chiamava Play Center ed era un piccolo negozio di videogiochi: lì comprai il mio GameBoy (ancora in bianco e nero) e i primi due giochini, Pokemon Blu e WarioLand; erano i tempi in cui non interessarsi ai Pokemon voleva dire essere snob o essere sfigati indegni di considerazione, e io, attento com’ero a tenermi stretti i rapporti sociali, mi tuffai di slancio nella corrente, traendone comunque – va detto – una certa soddisfazione. Oppure il cinema Zodiaco: lo osservavo tutte le mattine dai corridoi della scuola, e pensavo a quanto sarebbe stato fantastico, un giorno, saltare le lezioni e intrufolarmi a vedere un film, magari quelli di arti marziali del mio idolo, Jean-Claude Van Damme. Anni dopo capii che, come tutti i piccoli cinema di periferia, era un cinema porno, e da quel momento perse tutto il suo fascino: non certo per una questione di perbenismo, semplicemente perchè, nell’era della fibra ottica e del p2p, l’idea di pagare per del porno è qualcosa di semplicemente antistorico.
Proseguendo lungo via Padova si incrocia via Arici: lì, oltre alla casa di un mio compagno delle elementari, si trova la cartoleria di Wanda. Wanda era una leggenda: il suo negozio era grosso come la cucina di casa mia, ma aveva TUTTO. Gli scaffali sembravano così alti da non poter essere raggiunti senza superpoteri, e contenevano tutti gli articoli di cui uno studente delle medie potesse avere bisogno, dalle tempere al linoleum, dalle figurine Panini a giocattoli passati di moda da un decennio. Sempre in via Arici, poco prima del ponte sul Naviglio, c’è anche un piccolo ristorante, la Laguna Blu, con le pizze che portano i nomi dei calciatori. Ci andai a mangiare una sola volta, con dei compagni di classe delle medie: uno di loro fece talmente tanto casino che ci fece sbattere fuori tutti, non prima di aver tentato di uscire senza pagare; allora, per recuperare terreno, ci convinse a seguirlo a Cernusco, dove aveva un sacco di amiche e "tranqui, c’è figa per tutti!". Inutile dire che rimanemmo solo noi sfigati fino alle 11.30, quando lo mandammo a cagare e ce ne tornammo a casa.
Tornando su via Padova e proseguendo dritto, oltre la Sma, e poi a destra, si arriva in via Bottego: qui, la domenica pomeriggio, un tempo si organizzavano gare amatoriali di Mini 4WD, le oscene macchinine ad alimentazione elettrica che per un anno hanno monopolizzato i cervelli di tutti i bambini del quartiere. La cosa fece la fortuna di un piccolo negozio di giocattoli all’angolo, che nel giro di qualche settimana iniziò a vendere tutto ciò che potesse essere anche lontanamente collegato a quei maledetti modellini. Ovviamente, per un po’ lo scopo della mia vita fu vincere quelle gare: comprai la mia Mini 4WD, la feci montare a mia madre, la portai a gareggiare e scoprii che non andava un cazzo. Allora spesi 45.000 sudatissime lire per equipaggiarla con un motore Plasma Dash, il meglio in circolazione, ed effettivamente tutto cambiò: la Mini 4WD andava così veloce che non stava in pista e decollava alla prima curva. Nonostante tentassi di bilanciarla in tutti i modi possibili, compresi pezzi di piombo, non ci fu verso: mandai a quel paese tutto quanto e tornai a passare le domeniche pomeriggio davanti alla tv a guardare "Qui Studio a Voi Stadio".
Passando oltre la Carrozzeria e procedendo per via Picco, si arriva alla pizzeria Strippoli: lì dentro è come essere in Curva Sud a San Siro, le pareti sono interamente decorate di poster, foto e giornali a celebrare le imprese del Milan… inutile dire che da oltre dieci anni è il luogo preferito della mia famiglia per cenare fuori. Via Picco incrocia via Celentano, e il cerchio si chiude: per un certo periodo, l’anno scorso, all’angolo tra le due vie c’era una gastronomia siciliana che faceva delle cassatine eccezionali, da leccarsi i baffi; purtroppo, quando stavo per maturare una vera e propria dipendenza, fallì e chiuse i battenti. Perchè? Semplice: qualcuno scoprì che gran parte dei prodotti venduti era SCADUTA. A via Celentano lego anche un ricordo sportivo molto felice: nel 2003, l’anno in cui vincemmo la Champions ai rigori contro la Juve, quando ancora non c’era Sky e si vedevano solo poche partite in chiaro su Mediaset, io e mio padre andammo al bar "Al 91" a vedere Milan – Real Madrid. Era la prima volta che guardavamo una partita in un locale: il Milan vinse 1-0 con gol di Shevchenko, e nelle mie orecchie risuona ancora come se fosse ieri il coro: "Non è brasiliano però che gol che fa! Il Fenomeno lascialo là, qui c’è SHEVAAAAA!!!".
Prima di tornare metaforicamente a casa, faccio un ultimo piccolo viaggio, un po’ più lontano, in via Carnia: qui si trovava la scuola elementare che frequentai per i primi due mesi di prima, l’unica parentesi extra-suore. Adesso sembra messa meglio, ma allora era l’emblema del degrado: i primi giorni dovevamo portarci il pranzo al sacco, perchè la mensa non era agibile; le ore di ginnastica consistevano nello stare seduti in corridoio, perchè anche la palestra non era agibile; le tende nelle aule non c’erano, così le cucirono i genitori degli alunni per i cazzi propri.
Ricorderò sempre un episodio, forse l’unico di quel periodo: decisi di scambiare con il mio compagno di banco le nostre piste delle Micro-Machines, ma all’intervallo, quando lui non guardava, presi la sua da sotto il banco e me le portai a casa entrambe. Sono ancora qui, in un armadio pieno di cianfrusaglie in quella che ora è la stanza di mio fratello. Eticamente discutibile, ma economicamente impeccabile.
Ora, davvero, si è fatto tardi, è tempo di tornare a casa. Ogni tanto un tuffo nel passato ci vuole… quando, se Ganesh vuole, sarò lontano in un paese più civile, ripenserò a queste scene, a queste strade… e con Street View, mi divertirò a osservare come se la passa il mio caro, vecchio, adorabile quartiere.




If

If you can keep your head when all about you
Are losing theirs, and blaming it on you,
If you can trust yourself when all men doubt you,
But make allowance for their doubting too;

If you can wait and not be tired by waiting,
Or being lied about, don’t deal in lies,
Or being hated, don’t give way to hating,
And yet not look too good, nor talk too wise;

If you can dream, and not make dreams your master,
If you can think, and not make thoughts your aim;
If you can meet with Triumph and Disaster
And treat those two imposters just the same;

If you can bear to hear the truth you’ve spoken
Twisted by knaves to make a trap for fools,
Or watch the thing you gave your life to, broken
And stop and build them up with worn-out tools;

If you can make a heap of all your winnings
And risk it all on one turn of pitch-and-toss;
And lose, and start again at your beginnings,
And never breathe a word about your loss;

If you can force your heart and nerve and sinew
To serve your turn long after they are gone,
And so hold on, when there is nothing on you
Except the will which says to them "Hold on!";

If you can talk with crowds and keep your virtue,
Or walk with kings and not lose your common touch;
If neither foes nor loving friends can hurt you;
If all men count to you, but none too much;

If you can fill the unforgiving minute
With sixty seconds worth of distance run…
Yours is the Earth and everything in it,
And, what is more, you’ll be a Man, my son!

Se saprai mantenere la calma quando tutti intorno a te
la stanno perdendo, e te ne fanno una colpa;
se saprai aver fiducia in te stesso quando tutti dubitano di te
ma tenere in considerazione anche i loro dubbi;

Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,
o, una volta calunniato, non rifugiarti nelle calunnie,
o, una volta odiato, non lasciar spazio all’odio,
senza apparire troppo buono, nè parlare in modo troppo saggio;

Se saprai sognare, senza fare dei sogni i tuoi padroni,
se saprai pensare, senza fare dei pensieri il tuo scopo
se saprai affrontare il trionfo e la sconfitta
e trattare quei due impostori nello stesso modo;

Se saprai sopportare di udire le verità che hai detto
distorte dai disonesti per ingannare gli ingenui,
o guardare le cose per cui hai dato la vita, distrutte
e fermarti a ricostruirle con i tuoi strumenti logori;

Se saprai fare una pila di tutte le tue vittorie
e rischiarla in un solo colpo a testa o croce,
e perdere, e ricominciare dall’inizio,
e mai fare parola della tua perdita;

Se saprai costringere il tuo cuore, i tuoi nervi, i tuoi polsi
a sostenerti anche quando si saranno consumati,
e così andare avanti, quando nulla resterà in te
eccetto la volontà che grida loro "Avanti!";

Se saprai parlare alle folle e mantenere la tua virtù,
o passeggiare con i re rimanendo te stesso;
se nè i nemici, nè gli amici troppo premurosi potranno ferirti;
se tutti conteranno per te, ma nessuno troppo;

Se saprai riempire il minuto inesorabile
con sessanta secondi degni di essere vissuti…
tua sarà la Terra e tutto ciò che vi è in essa
e, quel che più importa, sarai un Uomo, figlio mio!