Archive for novembre 2009

Tribute to The Stig


(umile omaggio al misterioso pilota della trasmissione automobilistica inglese "Top Gear")

C’è chi dice che uno dei suoi occhi sia un testicolo, e che abbia il terrore delle scale mobili.

C’è chi dice che sia ricercato dai servizi segreti, e che dorma a testa in giù come i pipistrelli.

C’è chi dice che il suo volto appaia su un raro francobollo svedese, e che sappia pescare i pesci con la lingua.

C’è chi dice che sia illegale in 17 stati degli USA.

C’è chi dice che sappia solo 4 cose su Star Wars, e che tutte e 4 siano sbagliate.

C’è chi dice che il suo alito sappia di magnesio, e che abbia paura delle campane.

C’è chi dice che le sue gambe siano idrauliche.

C’è chi dice che la sua voce possa essere sentita solo dai gatti, e che abbia due paia di ginocchia.

C’è chi dice che solo sette persone al mondo lo abbiano visto negli occhi: ora sono tutti morti.

C’è chi dice che la sua pelle sia come quella dei delfini, e che abbia un proprio satellite.

C’è chi dice che, se si mette la radio su 88.4 FM, si possano captare i suoi pensieri.

C’è chi dice che abbia paura delle papere, e che abbiano dato il suo nome a un aeroporto in Russia.

C’è chi dice che le sue lacrime siano adesive, e che se prendesse fuoco brucerebbe per mille giorni.

C’è chi dice che possa nuotare fino a sette lunghezze sotto l’acqua e che abbia il sedere con le chiappe palmate.

C’è chi dice che i suoi genitali siano montati al contrario.

C’è chi dice che la forma del suo capezzolo sinistro sia la stessa della mappa del Nürburgring.

C’è chi dice che, quando fa caldo, faccia la muta come i serpenti, e che per qualche ragione sia allergico agli olandesi.

C’è chi dice che il suo nome sia davvero "The".

C’è chi dice che, se partecipasse all’"Isola dei Famosi", metterebbe incinta tutte le concorrenti, cameraman compresi.

C’è chi dice che sia un esperimento della CIA andato male, e che mangi solo formaggio.

C’è chi dice che il suo petto profumi di cipolle sott’aceto.

C’è chi dice che succhi la rugiada dalle anatre, e che il suo casco abbia la forma della testa di Britney Spears.

C’è chi dice che non sia lavabile in lavatrice, e che chiami tutte le sue piante "Steve".

C’è chi dice che il suo scroto generi un piccolo campo gravitazionale.

C’è chi dice che il comune di Chichester gli abbia proibito l’ingresso nel suo territorio.

C’è chi dice che, dopo aver fatto l’amore, mangi la testa del suo partner.

C’è chi dice che i suoi escrementi siano stati trovati a nord di York, e che abbia la sua faccia tatuata sulla sua faccia.

C’è chi dice che sia impossibile per lui indossare calzini, e che sappia aprire le bottiglie di birra con i testicoli.

C’è chi dice che abbia la testa smontabile, e che sia un’autorità a livello mondiale sui ferri da stiro.

C’è chi dice che abbia inventato il mese di Novembre, e che il suo sangue odori di birra fermentata.

C’è chi dice che non indossi guanti, ma che quelle siano le sue vere mani.

C’è chi dice che abbia comprato una Fiat Uno dal Principe Carlo.

… tutto ciò che sappiamo, è che lo chiamano THE STIG!

Notizie dal mondo #2

Buonasera,
questa è la Voce del Fato che vi dà il benvenuto per una nuova puntata di MuseoNewz, il primo webgiornale che NON dà notizie per la gente che NON vuole essere informata.
Passiamo alla rassegna generale:

L’EROE DEL GIORNO: si chiama Haneum Lee, è un noto designer, e ha presentato un progetto che potrebbe rivoluzionare il rapporto tra urbanistica ed ecologia: il lampione che funziona a RIFIUTI ORGANICI. La sua innovativa tecnologia permette di estrarre dal processo di compostaggio il metano necessario a fare da combustibile per fornire energia al lampione stesso: http://www.jacopofo.com/lampioni-metano-rifiuti-organici-compost-yanko-design
Sì, avete capito bene: si tratta di un lampione che funziona CAGANDOCI DENTRO. Del resto lo ha detto anche Elio, la merda non è così brutta come la si dipinge!

SALUTE: Guardare le TETTE allunga la vita: almeno, questo è ciò che ha scoperto la dottoressa Karen Weatherby. I risultati della sua ricerca mostrano come "guardare tette per dieci minuti al giorno equivale a mezz’ora di aerobica", poichè "abbassa la pressione, migliora la circolazione del sangue e previene il rischio di malattie alle arterie coronarie"; addirittura, gli ultra-quarantenni dovrebbero passare almeno 10 minuti al giorno a fissare tette: http://www.wholefitness.com/looking-breasts.html
Provate anche voi, il vostro cardiologo se ne accorgerà! E probabilmente anche il vostro oculista.
(N.B. Per aver postato questa notizia su Facebook, ho rischiato l’impiccagione. Voi fatene un uso responsabile! Per esempio linkatelo qui.)

ESTERI: Scozia: una giovane coppia si reca all’Ikea, per comprare l’arredo della cucina o forse solo per impedire al marito/fidanzato di guardarsi una partita di calcio in tv: e invece trovano un’immagine di GESU’ sulla porta di legno di un CESSO. A dire il vero, per lei è Gesù, per lui è Gandalf; secondo il direttore dell’Ikea, invece, è il cantante degli ABBA.
http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo463453.shtml
Che dire… io quasi quasi lo proporrei nelle aule al posto del crocifisso. (e comunque, anche secondo me è Gandalf: che ne dite, apriamo un contest?)

VIAGGI: Secondo voi, quali potrebbero essere i motivi per una spedizione in Antartide? Desiderio di avventura? Amore per i paesaggi incontaminati? Fuga dal caldo torrido di Milano? Voglia di provocare il Second Impact? Beh, questi signori neozelandesi ci vanno per trovare due misteriose casse di WHISKY, invecchiato cent’anni e sepolto tra i ghiacci: http://www.corriere.it/esteri/09_novembre_17/whisky-polo-sud_9525187c-d352-11de-a0b4-00144f02aabc.shtml
Io li stimo… farsi uno sbattimento simile per procurarsi dell’alcol… io mi accontento di qualche fermata di metro fino al MacDuff.

SPETTACOLI: Per finire, si avvicina l’anno nuovo, e oltre all’albero di Natale, le lenticchie e i petardi, è tempo di calendari! Ma c’è una ventata di novità: dalla Svizzera (nazione fondamentalmente nota per essere la patria degli orologi a cucù, degli Eluveitie e di Snicco) arriva il primo calendario che è contemporaneamente SEXY e AGREST! http://www.corriere.it/gallery/Spettacoli/vuoto.shtml?2009/09_Settembre/calendari/svizzere&1
Hai capito… ma quindi da grande Heidi diventa così?

Per oggi è tutto. La Voce del Fato vi saluta e vi lascia con i nostri sponsor: questo e questo.
A risentirci la prossima puntata.

Heysel

Dopo l’ultimo excursus, riprendo la trilogia calcistica. Il prossimo 29 maggio saranno passati venticinque anni dalla tragedia dell’Heysel, quando trentanove persone morirono soffocate e calpestate in seguito agli incidenti nel pre-partita della finale di Coppa dei Campioni tra Juventus e Liverpool. Questo è il racconto di un tifoso juventino presente allo stadio quel giorno. Un racconto che mette i brividi e fa pensare.

E’ quasi mezzogiorno quando arriviamo a Bruxelles. Il viaggio è stato interminabile, soprattutto per me che non riesco a dormire in pullmann. Lungo il percorso ogni tanto abbiamo superato altre carovane di tifosi juventini, con i quali ci siamo salutati chiassosamente, ma avvicinandoci alla città il numero di pullmann bianconeri è aumentato in maniera esponenziale: siamo una marea e questo, anche se si tratta solo di una illusione, ci fa ben sperare per l’esito della partita.
Il parcheggio che ci hanno riservato è grandissimo ed è stracolmo di tifosi. Cerco qualche faccia conosciuta, ma so che è inutile. Solo io, Gino e Fabio siamo arrivati qui per strada; gli altri tifosi della mia cittadina stanno arrivando in aereo, beati loro che possono. Cerchiamo le indicazioni per lo stadio. Non ce ne sono oppure non le vediamo, seguiamo la corrente bianconera, qualcuno là davanti saprà dov’è. Una breve pausa per una foto davanti all’Atomium: l’ho visto mille volte sui libri di geografia e vederlo dal vero mi fa un certo effetto.

Finalmente arriviamo nei pressi dello stadio: esternamente non ci sembra granché, spero che sia meglio all’interno. Sui prati attorno allo stadio ci sono tantissimi gruppetti di tifosi: c’è chi mangia, chi dorme, chi legge la Gazzetta e avvicinandoci sentiamo i discorsi concitati di mille allenatori; ognuno ha la sua formazione e la sua tattica di gara, ci accomuna solo la speranza che non si ripeta la beffa di Atene.
Io, apprensivo come al solito, voglio individuare l’ingresso del nostro settore per non essere impreparato quando apriranno i cancelli; Gino e Fabio mi prendono in giro ma si uniscono a me nella ricerca. Ci avviciniamo al perimetro dello stadio e cominciamo a percorrerlo. Nei pressi di quella che dovrebbe essere la tribuna centrale ci sono delle transenne. Qui non si passa. Facciamo un giro più ampio e arriviamo in corrispondenza di una delle curve. Sarà la nostra? Assorti nella ricerca, non ci siamo accorti che il colore dei prati circostanti è gradualmente mutato: da verde, bianco e nero è diventato verde e rosso. Qui ci sono i tifosi del Liverpool. Nella illusoria speranza che la mia maglia bianconera e quella di Fabio non risultino così evidenti (come se quella blu da trasferta di Gino con il logo Ariston, lo scudetto e le stelle sembrasse una normale polo…) proseguiamo nel nostro cammino. Non posso fare a meno di sbirciare i volti dei tifosi inglesi, nel timore di una espressione di minaccia e nella speranza di un sorriso di complicità.
Un ragazzo si stacca da un gruppetto numeroso e si avvicina. Sorride timoroso, indica la mia maglia e mi parla. Accidenti, come è diversa la sua parlata dall’inglese della prof.; comprendo la metà delle sue parole, ma capisco che vuole cambiare la mia maglia con la sua. Perché no? Magari ci speravo in una cosa del genere e forse sarà per questo che, oltre alla maglia ufficiale, mi sono portato una maglia replica acquistata su una bancarella davanti al Comunale prima della partita con il Bordeaux. Facciamo lo scambio. E’ bella la loro maglia, di un rosso che comunica passione; chissà quand’è che la Juve deciderà di adottare le maglie fatte con questo tessuto lucido. Ci diamo la mano e ci salutiamo. Io gli dico: “Good luck”, ma non lo penso veramente, non per stasera almeno.

Proseguiamo nella nostra ricerca, arriviamo quasi alla fine della curva prima del settore dei distinti; qui c’è un po’ di movimento. Non capiamo o forse capiamo ma non ci sembra possibile. Ci sono dei tifosi a cavalcioni del muro di cinta che in questo punto mi sembra più basso che altrove e con il filo spinato rotto; altri tifosi stanno passando loro dei contenitori, sembrano casse di birra. Forse stanno portando dentro degli striscioni, ma qualcosa ci dice che la prima impressione è quella giusta. Questi sembrano meno amichevoli di quelli che abbiamo incontrato prima e allora decidiamo di non indugiare troppo e ci affrettiamo ad allontanarci.
Passato il settore dei distinti, l’ambiente torna a tingersi del rassicurante colore bianconero e vediamo anche un cancello con sopra un cartello che recita “Juventus”; non ci è dato di sapere se è l’ingresso del nostro settore, ma una valutazione della piantina dello stadio disegnata dietro al biglietto di ingresso ci spinge a pensare che sia così. Chiedo a tutti quelli che incontro se è questo il settore ‘N’ e puntuale arriva la presa in giro di Gino e Fabio. Siamo arrivati e anche se è un po’ presto, decidiamo di fermarci qui. Anni di partite al Comunale ci hanno insegnato che se non sei davanti ai cancelli quando aprono, ti rimangono i posti peggiori.
Il pomeriggio avanza, fa caldo (perché quando compri la maglia ufficiale ti mandano sempre quella a maniche lunghe invernale?), il numero di tifosi aumenta e tutti si accalcano. Già da tempo abbiamo rinunciato a stare seduti e, per giunta, nel gruppo si è infilato anche un poliziotto a cavallo ed io, con la mia solita fortuna, sono faccia a faccia con il quadrupede. Spero che sia stato addestrato bene. Sorrido al poliziotto, nella speranza che capisca che qui non ci sono teppisti, ma lui non si smuove. “Vabbè, l’importante è che tu tenga buono Furia” penso io.
Cresce l’eccitazione. La batteria dell’orologio mi ha abbandonato, ma penso che ormai ci siamo. Ora aprono. E’ come una scossa. Cominciano i cori “Juve, Juve” prima ancora di entrare. Siamo dentro. Ci sistemiamo in una posizione decente, vicino ai distinti e cominciamo a studiare quello che sarà il teatro della partita. Il prato è uno splendore. Qui il verde sembra – se possibile – più verde, che meraviglia. Però il resto non è granché: lo stadio non ci sembra molto grande; sicuramente è molto vecchio e comunque tenuto male. Addirittura i gradini larghi e bassi sono in più parti sbriciolati. Penso che sia quasi meglio il Comunale, che ho tante volte denigrato. Ricomincio a fare il solito giochetto delle “forze” sugli spalti, come se il numero dei tifosi fosse decisivo. Guardo verso al curva opposta alla nostra, dove ci sono i nostri “nemici”, ma non è tutta rossa: nella parte verso le tribune ci sono degli juventini. Chissà, forse siamo talmente in tanti che ci hanno riservato anche quel settore. Intanto lo stadio si riempie. Per ingannare l’attesa si parla, si legge un quotidiano faticosamente mendicato al vicino; ogni tanto qualcuno parte con un coro e allora tiriamo su sciarpe e bandiere e cantiamo per darci coraggio e sperando di darne ai giocatori. C’è uno dietro di me che ha uno striscione con scritto “Mamma sono qui”. Questa mi mancava.
L’eccitazione aumenta sempre più. Non riesco più a calmarmi, se continuo di questo passo esaurirò le unghie prima dell’inizio della partita. Un boato. Sono entrate delle persone con la tuta della Juve sul campo. Da qui non riconosco i volti, potrebbe essere il massaggiatore, ma potrebbe essere anche Platini. Quanto manca? Sono quasi le sette. Manca ancora parecchio ed i minuti sembrano espandersi nell’attesa. Mi metto tranquillo. Ma dura poco.

Un brivido percorre la curva, forse stanno entrando i giocatori a vedere il terreno di gioco. No, sta succedendo qualcosa sulla curva opposta. Cerco di capire. Dai due settori riservati ai tifosi del Liverpool stanno lanciando degli oggetti verso il settore degli juventini, sembrano bottiglie, forse sassi, non vedo bene. La parte della curva bianconera fischia, anche noi fischiamo. Ma proprio stasera dovevano fare casino? Fra le due tifoserie compatte si è aperta una frattura. Poi, come comandati da un unico impulso, i tifosi del Liverpool cominciano a muoversi in direzione di quelli della Juve. “Ci saranno le reti” mi dico, “Arriverà la polizia” spero, “Si fermeranno” prego. Si fermano. Ma è un attimo. Come una molla gli inglesi si ritraggono e poi ripartono, ma questa volta non si fermano, continuano ad avanzare. La massa dei tifosi bianconeri si sposta verso le tribune, forse stanno uscendo. Da qui vedo che molti si riversano sul campo di gioco. Forse gli addetti hanno aperto i cancelli e per evitare problemi li fanno entrare sulla pista. Il settore è quasi vuoto. E quelli del Liverpool si sono fermati; lentamente ritornano verso i loro settori e cantano. Cerchiamo di capire, ma da qui è difficile.
L’altoparlante dello stadio non dà comunicazioni. Speriamo che non rimandino la partita. Sarebbe il colmo essere venuti fin qua per non vederla. Passano i minuti. Il settore degli juventini rimane vuoto, i suoi occupanti sono tutti in campo. Mi sembra di sentire delle sirene. Stanno arrivando i rinforzi per la polizia, oppure sono ambulanze, forse qualcuno si è fatto male.
Intanto il tempo trascorre, adesso troppo in fretta. Ma insomma, cosa fanno, perché non dicono nulla? L’altoparlante dello stadio comincia a emettere suoni, ma la confusione è tanta e i messaggi arrivano frammentati. Riusciamo a capire che i capitani delle squadre leggeranno un comunicato. Si sente una voce timida, è Scirea ci dicono: “La partita verrà giocata per consentire alle forze dell’ordine di organizzare l’evacuazione del terreno. State calmi. Non rispondete alle provocazioni. Giochiamo per voi” . Poi un’altra comunicazione, questa volta in inglese. Questi è Neal, il capitano del Liverpool. Non riusciamo a capire. Ma la partita è valida?
Intanto il campo è sempre pieno di persone, a cui si vanno aggiungendo squadre di poliziotti o soldati che si dispongono attorno al perimetro del terreno. Se possibile, il trambusto aumenta quando entrano in campo alcuni calciatori della Juve circondati da un gruppo sempre più folto di persone. Arrivano quasi sotto la nostra curva. Nella calca mi sembra di riconoscere Cabrini, ma non ne sono certo. E’ tardi, l’orario di inizio è trascorso. Scirea ha detto: “Giochiamo per voi”, spero che non ci abbiano ripensato. Impercettibilmente il campo si svuota, tutte le persone che c’erano prima sono scomparse. Forse i tifosi della Juve scesi sul terreno di gioco sono stati smistati in altri settori dello stadio. Abbiamo notato che molti spettatori dei distinti alla nostra destra sono andati via. Forse si sono impauriti per il trambusto. Vediamo un varco nella rete divisoria fra i settori e molti tifosi della curva ci passano attraverso per spostarsi nei distinti. Lo facciamo anche noi, vogliamo vedere un po’ meglio. Non c’è nessuno ad impedicerlo.

Sono già passate le nove, quando inizia la partita. I minuti prima lentissimi adesso passano troppo velocemente. Le squadre giocano abbastanza bene, sembra tutto normale. Voglio pensare che sia tutto normale. Noi facciamo qualche azione buona, ma anche loro non scherzano. Sono forti, lo sapevamo. Tacconi si supera in più di una occasione. Finisce il primo tempo sullo 0 – 0. Facciamo qualche commento, ognuno ha la sua ricetta per vincere, ma non sembriamo molto convinti. Un’ombra ci opprime. Entrano le squadre per la seconda parte della gara. Nella Juve non è cambiato nessuno. Passano una decina di minuti, poi un lampo. Boniek parte al galoppo. Sale l’incitamento, che diventa un boato quando i difensori del Liverpool lo stendono nei pressi dell’area. Rigore! “Ma c’era?” . L’arbitro dice di si. Tira Platini. Proprio sotto la curva degli incidenti. Contrariamente al solito, questa volta lo guardo tirare. Gol! Stiamo vincendo. “Manca molto?”. Adesso il Liverpool non ci sta a perdere e ci comprime nella nostra metà del campo. Il cuore sta facendo gli straordinari. Tacconi para anche lo mosche. E’ quasi finita. Una sostituzione per la Juve. Esce Briaschi, entra Prandelli; ci copriamo, il Trap ha aspettato più del solito a farlo. Manca pochissimo. Un’altra sostituzione. Esce Rossi ed entra Vignola. E’ finita! Abbiamo vinto.
Ci abbracciamo. Gino piange, ma non vuole farsi vedere. La curva alla nostra sinistra, dove eravamo prima, è una marea bianconera. Aspettiamo la premiazione, vogliamo la coppa più desiderata. Il tempo passa ma non vediamo nulla. Ce la siamo persa? Altri minuti, non si vede nessuno. Ma che fanno? Hanno cambiato il rituale? No, ecco i giocatori che arrivano. Non ci sono tutti. C’è Platini che corre sotto la curva. Foto. Passano Tardelli e Boniek proprio davanti a noi. Altra foto. Questi coi baffi chi è? Favero. Altra foto. Non vedo altri juventini. Ma dov’è la coppa?
Non c’è più nessuno in campo, esclusi poliziotti ed addetti. Lo stadio si sta svuotando, per stasera non fanno altro. Decidiamo di uscire. Torniamo al pullmann. Occhio alle maglie rosse. Dopo quello che è successo, non si sa mai.

Ci rimettiamo in viaggio. Appena fuori Bruxelles, ci fermiamo in un posto di ristoro. E’ chiuso. “Ma come? Da noi sono sempre aperti o quasi.”. Proseguiamo. Abbiamo fame. Un altro autogrill. Come non detto. Appena vede arrivare i pullmann, qualcuno pensa bene di chiuderlo. Ci teniamo la fame, ci arrangiamo per i bisogni fisiologici e ripartiamo. Viaggiamo tutta la notte e arriviamo al confine svizzero alle prime luci dell’alba. Finalmente, un autogrill aperto. Ci fermiamo e assaltiamo letteralmente il bar. Ci guardano in modo strano. Una cameriera piange. Che succede? Io cerco l’espositore dei quotidiani. Voglio comprare una copia della Gazzetta per conservarla come ricordo. Non la trovo. Ci sono solo giornali in lingua tedesca. Ne compro uno. Ho una conoscenza scolastica del tedesco, ma riconosco il vocabolo che campeggia in prima pagina, vicino ad un numero troppo alto per essere vero: “Toten”; e le immagini che vedo mi scavano un solco profondo nella mente e nel cuore. Per sempre.

Siamo a casa nel primo pomeriggio. Un conoscente mi offre un passaggio dal terminal degli autobus fino a casa mia. Mi dice che in paese mi davano per disperso. Risultavo capogruppo nell’elenco dei tifosi partiti da qui. Quelli che sono venuti alla partita in aereo sono tornati prima di noi, ed hanno raccontato di aver sentito il mio nome chiamato più volte dallo speaker dello stadio. Mi sembra incredibile, io non ho sentito nulla. Mi dice anche che la mia ragazza ha telefonato al Ministero degli Esteri. Non le hanno saputo dare notizie. Arrivo a casa. Mia madre mi abbraccia e piange. Mio padre non mi dice nulla. Mi guarda e parte per andare al lavoro. Anni dopo mi dirà di non aver provato una paura simile nemmeno ai tempi della guerra.

Non ho mai voluto guardare la registrazione di quella serata.

Sergio
Heysel, 29.05.1985