"Io penso che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi…"

Così scriveva Guccini nel 1965; oggi ho finito di rileggere uno dei miei libri preferiti, "Due Di Due", che nella prima parte è ambientato in quel periodo. L’immergermi nuovamente nel torrente di immagini, pensieri e sensazioni che mi evoca la lettura di quelle pagine mi ha stimolato a una riflessione che, per una volta, non voglio tenere per me, ma voglio condividere con voi pochi irriducibili che ancora leggete queste pagine. Questo intervento è stato scritto di getto, si regge su impressioni e ragionamenti a caldo, per cui potrebbe risultare spezzettato e dispersivo: spero che sia ugualmente interessante. Qualora vogliate esprimere la vostra opinione nei commenti, ve ne sarò grato.
"Due Di Due", come dicevo, attraversa vent’anni di storia italiana contemporanea, dal pre-Sessantotto agli anni Ottanta: gli avvenimenti storici, politici e sociali del periodo in realtà vengono appena accennati, e solo all’inizio rivestono una certa importanza nel delineare il profilo dei personaggi. Ciononostante, non credo di aver mai letto un altro libro che riuscisse a descrivere in maniera così vivida e tangibile la contestazione giovanile, l’insofferenza e il rifiuto alle regole dei ragazzi di allora. Finita la lettura, ho provato a pensare a quanto è cambiato, in che modo le loro conquiste e le loro speranze si sono solidificate e hanno contribuito a plasmare il mondo in cui viviamo oggi: e il risultato delle mie riflessioni mi ha lasciato un senso di sconforto agghiacciante e difficile da descrivere, da brividi, come se fossi il passeggero di un aeroplano senza pilota che punta deciso al suolo.
Dal Sessantotto a oggi sono passati circa quarant’anni. I ragazzi di allora, quelli che sfilavano in strada, si pestavano con i poliziotti, occupavano licei e università, oggi sono tutti signori di mezza età, che hanno figli ormai adulti, molti dei quali a loro volta sono già diventati genitori. Quarant’anni sono un arco di tempo insignificante nell’arco della Storia umana, eppure è difficile per la nostra generazione immaginarsi quel mondo: un mondo fatto di conformismo, autorità e caste rigide e impenetrabili, famiglie che soffocavano nell’autoritarismo ogni impulso di libertà e inventiva, scuole che puntavano a un’istruzione dogmatica e acritica, città alienanti nel loro grigiore squadrato; un mondo che, nonostante i progressi tecnologici e le nuove dottrine politiche e sociali, continuava nel suo percorso immutato da secoli, come un treno che corre sicuro su un binario rettilineo. Ogni generazione si lamentava della precedente, salvo ripetere pedissequamente il suo operato… fino ad arrivare a loro. Loro sono stati la generazione che ha fatto deragliare il treno, che ha rotto a sassate le mura di vetro che la opprimevano, che ha fatto per la prima volta un passo avanti concreto per rifiutare quella realtà schematica. Per la prima volta il futuro era ignoto, aperto a qualunque possibilità.
Ora, quarant’anni dopo, cosa è rimasto della loro ribellione? Beh, un sacco di cose: oggi i giovani possono vivere una vita sentimentale e sessuale senza il vincolo del matrimonio, i figli di famiglie povere dotati di talento e buona volontà possono raggiungere traguardi prima impensabili, le donne possono finalmente fuggire dalla dimensione di "madre di famiglia che deve fondamentalmente badare alla casa e sfornare figli", lo strapotere della dottrina cattolica viene quantomeno combattuto ad armi pari dal libero pensiero, eccetera eccetera. Per non parlare delle possibilità virtualmente infinite offerte dalla globalizzazione e da internet. Detto così, sembra proprio che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ma è davvero così?
Io comincio a pensare che si sia innescato un perverso meccanismo a catena del tutto imprevedibile, che rischia di cancellare quanto di buono è stato ottenuto. La mia generazione, la nostra generazione, è stata la prima a trovarsi davanti agli occhi queste fortune senza averle conquistate personalmente, e ha potuto goderne quando ormai si erano stabilizzate e consolidate. Ma questo, inevitabilmente, ha fatto sì che percepissimo come ovvie e dovute cose che poche decenni prima sembravano irraggiungibili, con delle conseguenze paradossali: oggi la scuola è vissuta come un seccante dovere, quando prima era una preziosa opportunità; i cortei e le manifestazioni non sono più un’occasione per urlare in faccia al potere i nostri ideali, ma sono un modo per cazzeggiare in compagnia di amici e saltarsi un giorno di scuola "giustificati"; i nostri genitori a volte si sono comportati con noi con lo stesso autoritarismo che loro detestavano quando erano adolescenti, oppure al contrario, ci hanno lasciati andare allo sbaraglio, troppo occupati nelle loro faccende per stabilire un dialogo; gli insegnanti, che prima erano una sorta di casta intoccabile che manteneva il controllo in modo inflessibile e rifiutava categoricamente ogni tipo di confronto, ora darebbero il culo per riuscire a stimolare una massa di ragazzi che li fissano come amebe, preoccupati di faticare il meno possibile e desiderosi soltanto della campanella dell’intervallo. Quarant’anni fa l’idea che i genitori potessero difenderci se infrangevamo una regola era impensabile, loro erano sempre schierati dalla parte delle regole; oggi leggiamo sui giornali di madri isteriche che insultano i professori alla prima insufficienza.
So che il mio può sembrare uno sfogo ipocrita, ma mi rendo perfettamente conto che sono anch’io così, ho tutti i difetti sopraelencati: il più delle volte non ci penso proprio o non ci faccio caso, ma quando mi viene in mente mi sento terribilmente in colpa e mi vergogno di me stesso e dei miei coetanei, che hanno delle opportunità incredibili e non hanno la minima voglia di coglierle. Ma mi rendo anche conto che è inevitabile, è insito nel nostro dna, lo respiriamo insieme all’ossigeno e lo assorbiamo ogni ora, ogni giorno.
Adesso che cazzo succederà? Se noi già adesso passiamo le giornate su internet, viviamo la nostra vita sociale attraverso un monitor, ci rifugiamo nella pigrizia, nell’apatia e nell’autolesionismo per non assumerci le nostre responsabilità, i nostri figli cosa faranno? Come potremo dargli dei valori, delle certezze, se non ne abbiamo noi stessi per primi? Si sta profilando un assurdo deja-vù: una società nuovamente basata su rigidissime caste, con un 5% di eletti eccezionalmente competitivi che occuperanno tutte le posizioni più importanti, e uno sconfinato 95% di automi, che faranno tutti le stesse cose e saranno considerati risorse economiche e non esseri umani; la cosa assurda sarà che la disparità tra le due classi non sarà più data dal ceto di nascita, ma dalla voglia di farsi il culo. Se lo vedesse Marx, si sparerebbe in testa.
E, se ci facciamo caso, le prime avvisaglie le possiamo già notare oggi: tutti parlano di quanto fa schifo questo Paese e di come si vivrebbe meglio all’estero, ma solo una piccolissima parte ha le palle di prendere e costruirsi una vita altrove; tanti si riempiono la bocca di parole come "trasgressione" e "anticonformismo", e poi ripropongono gli stessi modelli presi dalla televisione; molti criticano il consumismo, però nessuno riesce più ad accettare di vivere senza determinate comodità e oggetti che nel migliore dei casi sono superflui, altrimenti del tutto inutili, eppure percepiti come necessari. Si sta sviluppando un mondo di gente perennemente insoddisfatta, ma incapace di cambiare le cose. E la cosa drammatica, quella che mi ha fatto stare male alla fine di questa riflessione, è che non vedo sinceramente come tutto questo possa cambiare: ci sono dentro anch’io, che mi piaccia o no. L’unica soluzione sarebbe un evento distruttivo su scala mondiale: una guerra, un cataclisma o un’epidemia, qualcosa che renda obsoleta e inadatta la nostra società e ci costringa a trovare nuovi punti di riferimento. Ma poi capisco che è un pensiero atroce, malato, che significherebbe morte e miseria per milioni di persone che in fin dei conti non hanno alcuna colpa.
Siamo entrati in un labirinto, abbiamo cacciato la guida perchè volevamo cavarcela da soli… e ci siamo persi. Si procede a vista, e c’è una nebbia fottuta.

"Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo."