Buondì!
Oggi voglio parlare di qualcosa di diverso dal solito. Di solito su questo blog compaiono fondamentalmente frasari, discussioni musicali e roba trash rimediata in giro per internet, ma finora non ho mai dato peso alla mia più grande passione, insieme alla musica: il calcio. (le ragazze sono pregate di non lasciare la sala) Per rimediare, intendo iniziare una serie di tre interventi calcistici: uno "storico", uno drammatico e il terzo comico, per alleggerire il clima. Il primo è realizzato da me, gli altri li ho trovati in Rete, e saranno riportati integralmente.
Passiamo ora a parlare del primo argomento, una storia vera che ci regala due insegnamenti fondamentali, nello sport come vita: mai darsi per vinti, e mai credere di avere la vittoria in pugno.

Siamo nel 1950. Il mondo è da poco uscito dal sanguinoso incubo della Seconda Guerra Mondiale, e mentre le città vengono ricostruite e le nazioni iniziano lentamente a rimettersi in sesto, anche lo sport riparte: due anni prima Londra ha ospitato le prime Olimpiadi del dopoguerra, ed ora tocca ai Mondiali di calcio, competizione ancora giovane, con tre sole edizioni alle spalle.
Le grandi potenze europee portano ancora le cicatrici di anni di massacri e distruzioni, nessuno se la sente di accollarsi l’onere morale ed economico di organizzare una competizione di questo calibro: il compito viene dunque affidato al Brasile, paese solo sfiorato dalla sciagura bellica, e in cui il calcio è già di gran lunga lo sport più amato. La nazionale brasiliana non ha particolarmente brillato nei tre Mondiali precedenti, ma questa volta può contare su una generazione formidabile di campioni, dal cannoniere Friaça ai sapienti palleggiatori Chico e Zizinho, fino al micidiale attaccante Ademir, spesso considerato il più grande calciatore brasiliano fino all’avvento di un certo Pelè: con questi uomini il Brasile ha appena vinto la Coppa America, schiantando gli avversari in finale con un perentorio 7-0.
Il 24 giugno si aprono i giochi, in un clima surreale: la Germania, già allora una delle più forti compagini europee, viene esclusa in partenza per via della sua oggettiva responsabilità nello scatenare la Guerra; l’Argentina è paralizzata da uno sciopero dei calciatori; Scozia, Turchia e India, già qualificate, si ritirano per problemi organizzativi; al Mondiale si presentano in tredici, record negativo. Ciononostante il Brasile, la squadra di casa, segna a raffica, vince e incanta con il suo gioco senza punti deboli, anche grazie alla spinta del tifo del Maracanã, il nuovissimo stadio di Rio de Janeiro, che può contenere più di 170.000 caldissimi spettatori.
I brasiliani, in maglia bianca, superano comodamente il primo turno, mentre le altre pretendenti alla vittoria si perdono per strada: l’Inghilterra, la patria del football (che spocchiosamente ha boicottato le precedenti edizioni, ritenendo che non ci fossero avversari alla sua altezza), nonostante annoveri tra le sue file alcuni tra i più forti giocatori del tempo, viene clamorosamente eliminata dai semi-dilettanti degli Stati Uniti; l’Italia invece è Campione del Mondo in carica, ma ormai della squadra vittoriosa nel ’38 non è rimasto nessuno, e i campioni del Grande Torino sono già nella leggenda, tutti morti l’anno prima nel tremendo schianto di Superga: come se non bastasse, sull’onda emotiva della tragedia, la precaria Nazionale è giunta in Brasile dopo un viaggio massacrante di 20 giorni in nave, senza potersi allenare, e col morale sotto i tacchi viene eliminata alla prima partita.
Al girone finale, quello che regalerà il trofeo, arrivano così Uruguay, Svezia, Spagna e i formidabili padroni di casa. Dopo due giornate, già tutto sembra deciso: il Brasile ha vinto le prime due partite sbriciolando gli avversari, segnando 13 gol e subendone solo 2, e l’ultima partita con l’Uruguay pare a tutti una mera formalità; gli uruguaiani, d’altra parte, pur potendo contare su campioni come Schiaffino e Ghiggia, hanno incontrato ben più difficoltà, e avendo pareggiato la prima partita, si trovano con un punto in meno del Brasile. Devono per forza vincere.
E’ il 16 luglio 1950, il giorno della finale: a Rio non si trova più un solo biglietto per la partita, lo stadio è gremito all’inverosimile, tutti sono convinti che il match sia solo un insignificante contrattempo prima dell’ovvio trionfo. Il Presidente della Repubblica pronuncia un discorso contenente passaggi come "…la nostra squadra che io considero sicura vincitrice del torneo…" e "…voi giocatori che tra meno di due ore sarete incoronati campioni del mondo…". La Federazione calcistica fa stampare migliaia di cartoline commemorative, e coniare 22 medaglie d’oro per omaggiare i calciatori. L’allenatore dell’Uruguay Fontana pensa di far giocare la squadra tutta in difesa, un catenaccio disperato, tentando il tutto per tutto in contropiede; è il capitano, Varela, ad opporsi: mister, se ci chiudiamo dietro ci faranno a pezzi come tutti gli altri prima di noi, dobbiamo giocare come al solito, con attenzione ma senza paura.
Calcio d’inizio. Il Brasile parte all’attacco a testa bassa, ma qualcosa non va: la manovra è macchinosa, l’attacco non punge, e gli avversari riescono anche a rendersi pericolosi in contropiede. Il primo tempo si chiude sullo 0-0, è la prima volta che accade al Brasile in questo torneo. Ma alla ripresa del gioco, pronti via, i padroni di casa passano con Friaça. Il Maracanã esplode di gioia, la gente è già in strada a festeggiare, si cominciano a stampare i giornali che celebrano la vittoria. Eppure, la goleada non arriva, anzi, l’Uruguay si fa sempre più pericoloso, e a metà del secondo tempo pareggia con Schiaffino. Lo stadio, fino ad allora una bolgia, si ammutolisce all’istante. "Un’atmosfera da film dell’orrore", ricorderanno in seguito i giocatori uruguaiani. Con il risultato di 1-1 il Brasile sarebbe ancora Campione del Mondo, ma nessuno prima era riuscito a pareggiare al Maracanã: anche i giocatori brasiliani se ne rendono conto, e in preda allo shock smettono praticamente di giocare; nemmeno Ademir, che fino ad allora ha segnato 9 gol in 5 partite, riesce a incidere. E a undici minuti dalla fine, quando non c’è più tempo per recuperare, l’Uruguay segna ancora con Ghiggia, compie il sorpasso e vince la partita.
L’impatto è tremendo. Decine di persone sugli spalti vengono colte da infarto. L’inno nazionale uruguaiano non viene neppure suonato, nessuno l’aveva preparato. Le autorità brasiliane scompaiono dallo stadio, mentre Jules Rimet, il presidente della FIFA, sicuro come tutti della vittoria del Brasile al punto da imparare un discorso in portoghese per celebrare i vincitori, consegna al capitano dell’Uruguay la coppa quasi di nascosto. I giocatori uruguaiani intuiscono l’aria che tira, e velocemente si dirigono all’aeroporto per tornare in patria, dove nel frattempo si festeggia l’impresa.
Nei giorni successivi in Brasile è un inferno: viene proclamato il lutto nazionale, negozi e uffici rimangono chiusi; centinaia di persone, chi per la delusione e chi per aver perso tutti i propri risparmi scommettendo sulla vittoria, si tolgono la vita; persino il difensore della nazionale Danilo tenta il suicidio. L’allenatore, indicato dalla stampa come capro espiatorio, fugge in Portogallo per evitare ritorsioni. La Federcalcio brasiliana addirittura cambia il colore delle maglie: dal bianco al verdeoro, quello che conosciamo oggi. "Nunca mas" titolano i giornali, mai più. Anni dopo Ghiggia, l’autore del gol decisivo, commenterà ironicamente: "Solo tre persone nella storia sono state capaci di zittire il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa e io". "Le partite di calcio non si vincono sulla carta", dirà invece Schiaffino.
E la lezione non venne più dimenticata.