Archive for ottobre 2009

Canemacchina


"Io penso che questa mia generazione è preparata a un mondo nuovo e a una speranza appena nata, ad un futuro che ha già in mano, a una rivolta senza armi…"

Così scriveva Guccini nel 1965; oggi ho finito di rileggere uno dei miei libri preferiti, "Due Di Due", che nella prima parte è ambientato in quel periodo. L’immergermi nuovamente nel torrente di immagini, pensieri e sensazioni che mi evoca la lettura di quelle pagine mi ha stimolato a una riflessione che, per una volta, non voglio tenere per me, ma voglio condividere con voi pochi irriducibili che ancora leggete queste pagine. Questo intervento è stato scritto di getto, si regge su impressioni e ragionamenti a caldo, per cui potrebbe risultare spezzettato e dispersivo: spero che sia ugualmente interessante. Qualora vogliate esprimere la vostra opinione nei commenti, ve ne sarò grato.
"Due Di Due", come dicevo, attraversa vent’anni di storia italiana contemporanea, dal pre-Sessantotto agli anni Ottanta: gli avvenimenti storici, politici e sociali del periodo in realtà vengono appena accennati, e solo all’inizio rivestono una certa importanza nel delineare il profilo dei personaggi. Ciononostante, non credo di aver mai letto un altro libro che riuscisse a descrivere in maniera così vivida e tangibile la contestazione giovanile, l’insofferenza e il rifiuto alle regole dei ragazzi di allora. Finita la lettura, ho provato a pensare a quanto è cambiato, in che modo le loro conquiste e le loro speranze si sono solidificate e hanno contribuito a plasmare il mondo in cui viviamo oggi: e il risultato delle mie riflessioni mi ha lasciato un senso di sconforto agghiacciante e difficile da descrivere, da brividi, come se fossi il passeggero di un aeroplano senza pilota che punta deciso al suolo.
Dal Sessantotto a oggi sono passati circa quarant’anni. I ragazzi di allora, quelli che sfilavano in strada, si pestavano con i poliziotti, occupavano licei e università, oggi sono tutti signori di mezza età, che hanno figli ormai adulti, molti dei quali a loro volta sono già diventati genitori. Quarant’anni sono un arco di tempo insignificante nell’arco della Storia umana, eppure è difficile per la nostra generazione immaginarsi quel mondo: un mondo fatto di conformismo, autorità e caste rigide e impenetrabili, famiglie che soffocavano nell’autoritarismo ogni impulso di libertà e inventiva, scuole che puntavano a un’istruzione dogmatica e acritica, città alienanti nel loro grigiore squadrato; un mondo che, nonostante i progressi tecnologici e le nuove dottrine politiche e sociali, continuava nel suo percorso immutato da secoli, come un treno che corre sicuro su un binario rettilineo. Ogni generazione si lamentava della precedente, salvo ripetere pedissequamente il suo operato… fino ad arrivare a loro. Loro sono stati la generazione che ha fatto deragliare il treno, che ha rotto a sassate le mura di vetro che la opprimevano, che ha fatto per la prima volta un passo avanti concreto per rifiutare quella realtà schematica. Per la prima volta il futuro era ignoto, aperto a qualunque possibilità.
Ora, quarant’anni dopo, cosa è rimasto della loro ribellione? Beh, un sacco di cose: oggi i giovani possono vivere una vita sentimentale e sessuale senza il vincolo del matrimonio, i figli di famiglie povere dotati di talento e buona volontà possono raggiungere traguardi prima impensabili, le donne possono finalmente fuggire dalla dimensione di "madre di famiglia che deve fondamentalmente badare alla casa e sfornare figli", lo strapotere della dottrina cattolica viene quantomeno combattuto ad armi pari dal libero pensiero, eccetera eccetera. Per non parlare delle possibilità virtualmente infinite offerte dalla globalizzazione e da internet. Detto così, sembra proprio che viviamo nel migliore dei mondi possibili. Ma è davvero così?
Io comincio a pensare che si sia innescato un perverso meccanismo a catena del tutto imprevedibile, che rischia di cancellare quanto di buono è stato ottenuto. La mia generazione, la nostra generazione, è stata la prima a trovarsi davanti agli occhi queste fortune senza averle conquistate personalmente, e ha potuto goderne quando ormai si erano stabilizzate e consolidate. Ma questo, inevitabilmente, ha fatto sì che percepissimo come ovvie e dovute cose che poche decenni prima sembravano irraggiungibili, con delle conseguenze paradossali: oggi la scuola è vissuta come un seccante dovere, quando prima era una preziosa opportunità; i cortei e le manifestazioni non sono più un’occasione per urlare in faccia al potere i nostri ideali, ma sono un modo per cazzeggiare in compagnia di amici e saltarsi un giorno di scuola "giustificati"; i nostri genitori a volte si sono comportati con noi con lo stesso autoritarismo che loro detestavano quando erano adolescenti, oppure al contrario, ci hanno lasciati andare allo sbaraglio, troppo occupati nelle loro faccende per stabilire un dialogo; gli insegnanti, che prima erano una sorta di casta intoccabile che manteneva il controllo in modo inflessibile e rifiutava categoricamente ogni tipo di confronto, ora darebbero il culo per riuscire a stimolare una massa di ragazzi che li fissano come amebe, preoccupati di faticare il meno possibile e desiderosi soltanto della campanella dell’intervallo. Quarant’anni fa l’idea che i genitori potessero difenderci se infrangevamo una regola era impensabile, loro erano sempre schierati dalla parte delle regole; oggi leggiamo sui giornali di madri isteriche che insultano i professori alla prima insufficienza.
So che il mio può sembrare uno sfogo ipocrita, ma mi rendo perfettamente conto che sono anch’io così, ho tutti i difetti sopraelencati: il più delle volte non ci penso proprio o non ci faccio caso, ma quando mi viene in mente mi sento terribilmente in colpa e mi vergogno di me stesso e dei miei coetanei, che hanno delle opportunità incredibili e non hanno la minima voglia di coglierle. Ma mi rendo anche conto che è inevitabile, è insito nel nostro dna, lo respiriamo insieme all’ossigeno e lo assorbiamo ogni ora, ogni giorno.
Adesso che cazzo succederà? Se noi già adesso passiamo le giornate su internet, viviamo la nostra vita sociale attraverso un monitor, ci rifugiamo nella pigrizia, nell’apatia e nell’autolesionismo per non assumerci le nostre responsabilità, i nostri figli cosa faranno? Come potremo dargli dei valori, delle certezze, se non ne abbiamo noi stessi per primi? Si sta profilando un assurdo deja-vù: una società nuovamente basata su rigidissime caste, con un 5% di eletti eccezionalmente competitivi che occuperanno tutte le posizioni più importanti, e uno sconfinato 95% di automi, che faranno tutti le stesse cose e saranno considerati risorse economiche e non esseri umani; la cosa assurda sarà che la disparità tra le due classi non sarà più data dal ceto di nascita, ma dalla voglia di farsi il culo. Se lo vedesse Marx, si sparerebbe in testa.
E, se ci facciamo caso, le prime avvisaglie le possiamo già notare oggi: tutti parlano di quanto fa schifo questo Paese e di come si vivrebbe meglio all’estero, ma solo una piccolissima parte ha le palle di prendere e costruirsi una vita altrove; tanti si riempiono la bocca di parole come "trasgressione" e "anticonformismo", e poi ripropongono gli stessi modelli presi dalla televisione; molti criticano il consumismo, però nessuno riesce più ad accettare di vivere senza determinate comodità e oggetti che nel migliore dei casi sono superflui, altrimenti del tutto inutili, eppure percepiti come necessari. Si sta sviluppando un mondo di gente perennemente insoddisfatta, ma incapace di cambiare le cose. E la cosa drammatica, quella che mi ha fatto stare male alla fine di questa riflessione, è che non vedo sinceramente come tutto questo possa cambiare: ci sono dentro anch’io, che mi piaccia o no. L’unica soluzione sarebbe un evento distruttivo su scala mondiale: una guerra, un cataclisma o un’epidemia, qualcosa che renda obsoleta e inadatta la nostra società e ci costringa a trovare nuovi punti di riferimento. Ma poi capisco che è un pensiero atroce, malato, che significherebbe morte e miseria per milioni di persone che in fin dei conti non hanno alcuna colpa.
Siamo entrati in un labirinto, abbiamo cacciato la guida perchè volevamo cavarcela da soli… e ci siamo persi. Si procede a vista, e c’è una nebbia fottuta.

"Codesto solo oggi possiamo dirti: ciò che non siamo, ciò che non vogliamo."

A night to remember: Premiata Forneria Marconi live at Conservatorio, 24/10/09


P F M. Tre lettere marchiate a fuoco nella memoria di ogni appassionato
italiano di rock che si rispetti. Giusto per intenderci, la PFM (o
Premiata Forneria Marconi, se siete in intimità) è stata il gruppo che
più di ogni altro ha fissato i parametri e le coordinate artistiche del
progressive rock italiano; l’unico gruppo italiano di questo genere ad
ottenere il vero successo internazionale (e ai tempi d’oro, non come
operazioni revival per nostalgici), a fare tour negli Stati Uniti, in
Sudamerica e in Giappone, a far entrare i loro album nelle classifiche
inglesi, a suonare alla leggendaria Royal Albert Hall di Londra (come
Cream, ELP e Deep Purple, tanto per fare qualche nome). Ma PFM è anche
un nome legato a doppio filo alla storia di Fabrizio De Andrè – per chi
scrive il più grande cantautore italiano – registrando con lui "La
Buona Novella" e arrangiando alcuni dei suoi pezzi più famosi per una
tournee, quella del 1979, destinata a passare alla storia.
Questa è la band che si presenta, per la prima volta nella sua
ultra-trentennale storia, al Conservatorio di Milano (dove Franz Di
Cioccio da ragazzo avrebbe voluto studiare, salvo poi essere costretto
dal padre a iscriversi al perito ottico…), per un doppio spettacolo
di tre ore: nella prima parte, "PFM Canta De Andrè", vengono riproposti i pezzi più significativi del tour con De Andrè, con gli arrangiamenti di allora; nella seconda parte, "35 E Un Minuto",
sono invece eseguiti alcuni dei brani che hanno fatto la storia del
gruppo (il cui primo album risale al 1972). Il pubblico presente è
numeroso soprattutto nei settori più "economici" della platea, mentre
scarseggia nelle prime file, tanto che molti spettatori vengono fatti
spostare dagli addetti nelle poltroncine vuote più avanti: un ottimo
modo per vedere i propri idoli in azione più da vicino.
I brividi scendono lunga la schiena quando Mussida apre, come nel ’79, con gli accordi di Bocca Di Rosa:
non c’è più il grande Faber al microfono, ma un Di Cioccio con la
grinta di un ragazzino e carisma da vendere: il pubblico se ne accorge
e si lascia volentieri coinvolgere, ragazzi, adulti e anziani senza
differenza. Ora è la volta di La Guerra Di Piero, sorretta da
un imponente di lavoro di tastiere di Tagliavini (eccezionale durante
tutto il concerto, e più che degno di raccogliere l’eredità di un
mostro sacro come Flavio Premoli), quindi di Un Giudice, dove
invece sono le 4 corde di Patrick Djivas a ergersi protagoniste. Il
concerto procede liscio e spedito, dando la sensazione di un viaggio
nel tempo: dopo Andrea, in cui anche Fabbri e Tagliavini imbracciano la chitarra per accompagnare Mussida, tocca alla malinconica Giugno ’73 e all’eccezionale accoppiata Maria Nella Bottega Del Falegname + Il Testamento Di Tito,
suonate come un brano solo, che vedono tutti i musicisti sfoderare una
tecnica invidiabile e la giusta dose di sentimento; la seconda in
particolare, cantata a strofe alternate da Di Cioccio e Mussida,
rappresenta forse l’apice qualitativo ed emotivo della serata (peccato
solo per un errore di distrazione di Franz, che confonde la quinta
strofa con la settima). Se finora il pubblico è rimasto affascinato ma
composto, a farlo scatenare bastano la trascinante ballata sarda Zirichiltaggia e soprattutto Volta La Carta,
dove tutto il Conservatorio in piedi tiene il tempo con le mani mentre
Di Cioccio non sta fermo un secondo, in barba ai suoi 63 anni di età. La Canzone di Marinella è il giusto tributo a un classico molto amato dal pubblico, prima del gran finale con Amico Fragile: Mussida canta e regala assoli di gran classe, aiutato dalle cupe tastiere e da un drumming preciso e dinamico.
Siamo quasi senza fiato, e il concerto non è neppure a metà: reso omaggio a De Andrè, ora è tempo dei classici della band: è La Luna Nuova, direttamente da "L’Isola Di Niente", a regalare le prime emozioni con le sue note complesse e suadenti. Il brano successivo, Out Of The Roundabout
(l’unico capitolo in inglese della serata), viene introdotto da un
lungo assolo di chitarra classica, e continua per oltre dieci minuti di
divagazioni strumentali e cinguettii di uccelli artificialmente
riprodotti, tutto per suggellare l’unione con il "cerchio della
natura". Terminato il brano, tocca a "le roi" Djivas a salire in
cattedra, con un altro sapiente assolo: blues, jazz e rock si
incontrano, con tanto di citazione a "Luglio Agosto Settembre (Nero)"
degli Area; non c’è modo migliore per introdurre Maestro Della Voce,
l’omaggio della PFM all’immenso Demetrio Stratos (il grande cantante
degli Area, morto nel 1979, ex compagno di band dello stesso Djivas e
grande amico del gruppo), che con i suoi ritmi cadenzati è un altro
invito a nozze per il pubblico. Di classico in classico, i suoni
psichedelici e futuristici delle tastiere di Tagliavini fanno da
prologo per una devastante La Carrozza Di Hans, autentico tuffo
al cuore per gli appassionati; terminato il brano, Di Cioccio prende il
microfono e dice: "Prima ci siamo dimenticati di fare l’appello: Bocca
Di Rosa presente, Andrea presente, Piero presente… non manca
qualcuno?". Esatto, manca Il Pescatore, storicamente il pezzo
di De Andrè più trascinante dal vivo, e anche stasera immancabilmente
le pareti tremano all’assolo di batteria a quattro mani di Di Cioccio e
Monterisi, e al coro unanime finale "Lalalalallalallalaaa,
lalalalallalallalaaaa". Gli applausi meritatissimi accompagnano il
gruppo fuori dal palco… solo per un attimo ovviamente.
"Ho sentito qualcuno richiedere Impressioni Di Settembre
ragazzi, che giorno è oggi? Esatto, è il 24 ottobre! Le cose si fanno
nella stagione giusta, perciò Impressioni di Settembre la sentirete
l’anno prossimo: stasera suoniamo Impressioni di Ottobre!". Con queste
parole Di Cioccio scherzosamente introduce il più grande classico della
band e del progressive italiano, per l’occasione preceduta da due
minuti di intense improvvisazioni strumentali, nel pieno spirito degli
anni Settanta: è il primo dei due bis del concerto, a cui segue la
dirompente E’ Festa, suonata in una "long extended version" per
dare il modo al cantante di presentare tutti i componenti del gruppo, e
al pubblico di perdere gli ultimi brandelli di voce. Ora la festa è
davvero finita.
Insomma, un concerto fantastico, d’altri tempi, come durata, intensità
e qualità: tutti i musicisti hanno sfoderato prestazioni brillanti, e
anche la setlist è stata all’altezza; personalmente avrei ridotto le
improvvisazioni e gli assoli per inserire un paio di pezzi in più,
magari Photos Of Ghosts o River Of Life… ma sono dettagli, di fronte
a una serata così.
Lunga vita alla PFM… con la certezza che anche Fabrizio, dovunque egli sia adesso, avrà senz’altro approvato.

Setlist:

Bocca Di Rosa
La Guerra Di Piero
Un Giudice
Andrea
Giugno ’73
Maria Nella Bottega Del Falegname
Il Testamento Di Tito
Zirichiltaggia
Volta La Carta
La Canzone Di Marinella
Amico Fragile
La Luna Nuova
Out Of The Roundabout
Maestro Della Voce
La Carrozza Di Hans
Il Pescatore
————————-
Impressioni Di Settembre
E’ Festa

PFM sono:

Franz Di Cioccio – voce, batteria, percussioni
Franco Mussida – voce, chitarra
Patrick Djivas – basso
Gianluca Tagliavini – tastiere, pianoforte, chitarra
Lucio Fabbri – violino, tastiere, chitarra
Piero Monterisi – batteria

Il disastro del Maracanã

Buondì!
Oggi voglio parlare di qualcosa di diverso dal solito. Di solito su questo blog compaiono fondamentalmente frasari, discussioni musicali e roba trash rimediata in giro per internet, ma finora non ho mai dato peso alla mia più grande passione, insieme alla musica: il calcio. (le ragazze sono pregate di non lasciare la sala) Per rimediare, intendo iniziare una serie di tre interventi calcistici: uno "storico", uno drammatico e il terzo comico, per alleggerire il clima. Il primo è realizzato da me, gli altri li ho trovati in Rete, e saranno riportati integralmente.
Passiamo ora a parlare del primo argomento, una storia vera che ci regala due insegnamenti fondamentali, nello sport come vita: mai darsi per vinti, e mai credere di avere la vittoria in pugno.

Siamo nel 1950. Il mondo è da poco uscito dal sanguinoso incubo della Seconda Guerra Mondiale, e mentre le città vengono ricostruite e le nazioni iniziano lentamente a rimettersi in sesto, anche lo sport riparte: due anni prima Londra ha ospitato le prime Olimpiadi del dopoguerra, ed ora tocca ai Mondiali di calcio, competizione ancora giovane, con tre sole edizioni alle spalle.
Le grandi potenze europee portano ancora le cicatrici di anni di massacri e distruzioni, nessuno se la sente di accollarsi l’onere morale ed economico di organizzare una competizione di questo calibro: il compito viene dunque affidato al Brasile, paese solo sfiorato dalla sciagura bellica, e in cui il calcio è già di gran lunga lo sport più amato. La nazionale brasiliana non ha particolarmente brillato nei tre Mondiali precedenti, ma questa volta può contare su una generazione formidabile di campioni, dal cannoniere Friaça ai sapienti palleggiatori Chico e Zizinho, fino al micidiale attaccante Ademir, spesso considerato il più grande calciatore brasiliano fino all’avvento di un certo Pelè: con questi uomini il Brasile ha appena vinto la Coppa America, schiantando gli avversari in finale con un perentorio 7-0.
Il 24 giugno si aprono i giochi, in un clima surreale: la Germania, già allora una delle più forti compagini europee, viene esclusa in partenza per via della sua oggettiva responsabilità nello scatenare la Guerra; l’Argentina è paralizzata da uno sciopero dei calciatori; Scozia, Turchia e India, già qualificate, si ritirano per problemi organizzativi; al Mondiale si presentano in tredici, record negativo. Ciononostante il Brasile, la squadra di casa, segna a raffica, vince e incanta con il suo gioco senza punti deboli, anche grazie alla spinta del tifo del Maracanã, il nuovissimo stadio di Rio de Janeiro, che può contenere più di 170.000 caldissimi spettatori.
I brasiliani, in maglia bianca, superano comodamente il primo turno, mentre le altre pretendenti alla vittoria si perdono per strada: l’Inghilterra, la patria del football (che spocchiosamente ha boicottato le precedenti edizioni, ritenendo che non ci fossero avversari alla sua altezza), nonostante annoveri tra le sue file alcuni tra i più forti giocatori del tempo, viene clamorosamente eliminata dai semi-dilettanti degli Stati Uniti; l’Italia invece è Campione del Mondo in carica, ma ormai della squadra vittoriosa nel ’38 non è rimasto nessuno, e i campioni del Grande Torino sono già nella leggenda, tutti morti l’anno prima nel tremendo schianto di Superga: come se non bastasse, sull’onda emotiva della tragedia, la precaria Nazionale è giunta in Brasile dopo un viaggio massacrante di 20 giorni in nave, senza potersi allenare, e col morale sotto i tacchi viene eliminata alla prima partita.
Al girone finale, quello che regalerà il trofeo, arrivano così Uruguay, Svezia, Spagna e i formidabili padroni di casa. Dopo due giornate, già tutto sembra deciso: il Brasile ha vinto le prime due partite sbriciolando gli avversari, segnando 13 gol e subendone solo 2, e l’ultima partita con l’Uruguay pare a tutti una mera formalità; gli uruguaiani, d’altra parte, pur potendo contare su campioni come Schiaffino e Ghiggia, hanno incontrato ben più difficoltà, e avendo pareggiato la prima partita, si trovano con un punto in meno del Brasile. Devono per forza vincere.
E’ il 16 luglio 1950, il giorno della finale: a Rio non si trova più un solo biglietto per la partita, lo stadio è gremito all’inverosimile, tutti sono convinti che il match sia solo un insignificante contrattempo prima dell’ovvio trionfo. Il Presidente della Repubblica pronuncia un discorso contenente passaggi come "…la nostra squadra che io considero sicura vincitrice del torneo…" e "…voi giocatori che tra meno di due ore sarete incoronati campioni del mondo…". La Federazione calcistica fa stampare migliaia di cartoline commemorative, e coniare 22 medaglie d’oro per omaggiare i calciatori. L’allenatore dell’Uruguay Fontana pensa di far giocare la squadra tutta in difesa, un catenaccio disperato, tentando il tutto per tutto in contropiede; è il capitano, Varela, ad opporsi: mister, se ci chiudiamo dietro ci faranno a pezzi come tutti gli altri prima di noi, dobbiamo giocare come al solito, con attenzione ma senza paura.
Calcio d’inizio. Il Brasile parte all’attacco a testa bassa, ma qualcosa non va: la manovra è macchinosa, l’attacco non punge, e gli avversari riescono anche a rendersi pericolosi in contropiede. Il primo tempo si chiude sullo 0-0, è la prima volta che accade al Brasile in questo torneo. Ma alla ripresa del gioco, pronti via, i padroni di casa passano con Friaça. Il Maracanã esplode di gioia, la gente è già in strada a festeggiare, si cominciano a stampare i giornali che celebrano la vittoria. Eppure, la goleada non arriva, anzi, l’Uruguay si fa sempre più pericoloso, e a metà del secondo tempo pareggia con Schiaffino. Lo stadio, fino ad allora una bolgia, si ammutolisce all’istante. "Un’atmosfera da film dell’orrore", ricorderanno in seguito i giocatori uruguaiani. Con il risultato di 1-1 il Brasile sarebbe ancora Campione del Mondo, ma nessuno prima era riuscito a pareggiare al Maracanã: anche i giocatori brasiliani se ne rendono conto, e in preda allo shock smettono praticamente di giocare; nemmeno Ademir, che fino ad allora ha segnato 9 gol in 5 partite, riesce a incidere. E a undici minuti dalla fine, quando non c’è più tempo per recuperare, l’Uruguay segna ancora con Ghiggia, compie il sorpasso e vince la partita.
L’impatto è tremendo. Decine di persone sugli spalti vengono colte da infarto. L’inno nazionale uruguaiano non viene neppure suonato, nessuno l’aveva preparato. Le autorità brasiliane scompaiono dallo stadio, mentre Jules Rimet, il presidente della FIFA, sicuro come tutti della vittoria del Brasile al punto da imparare un discorso in portoghese per celebrare i vincitori, consegna al capitano dell’Uruguay la coppa quasi di nascosto. I giocatori uruguaiani intuiscono l’aria che tira, e velocemente si dirigono all’aeroporto per tornare in patria, dove nel frattempo si festeggia l’impresa.
Nei giorni successivi in Brasile è un inferno: viene proclamato il lutto nazionale, negozi e uffici rimangono chiusi; centinaia di persone, chi per la delusione e chi per aver perso tutti i propri risparmi scommettendo sulla vittoria, si tolgono la vita; persino il difensore della nazionale Danilo tenta il suicidio. L’allenatore, indicato dalla stampa come capro espiatorio, fugge in Portogallo per evitare ritorsioni. La Federcalcio brasiliana addirittura cambia il colore delle maglie: dal bianco al verdeoro, quello che conosciamo oggi. "Nunca mas" titolano i giornali, mai più. Anni dopo Ghiggia, l’autore del gol decisivo, commenterà ironicamente: "Solo tre persone nella storia sono state capaci di zittire il Maracanã: Frank Sinatra, il Papa e io". "Le partite di calcio non si vincono sulla carta", dirà invece Schiaffino.
E la lezione non venne più dimenticata.


Exit, stage left

[l’intervento precedente è stato rimosso per questioni inerenti al fatto che sono anche stracazzacci miei]

Ebbene, è calato il sipario. Nulla per cui in fondo non fossi preparato, questa sensazione è solo la delusione del momento.
Passerà anche questa stazione, senza far male…

Niente filler e niente citazioni da "Gli intoccabili" stasera… solo una birra, una sigaretta, qualche ora di sonno, e domani andrà già meglio. Datemi solo un po’ di tempo, non chiedo altro. Fatemi metabolizzare, digerire e carburare. Poi si riparte, daccapo, come sempre. La routine quotidiana risucchierà i miei pensieri e li sostituirà con altri, più inoffensivi e meno interessanti. Non c’è tempo da perdere, non ora.

The show must go on.

Frasario 2009 #4


Bluargh a tutti voi!
Dopo una sessione di esami particolarmente krieg, ho finalmente ricominciato i corsi. Questo teoricamente spiega la mia latitanza in termini di presenza sul blog… sì d’accordo, avrei potuto scrivere i report dei concerti di Finntroll e Korpiklaani, ma un po’ mi pesava il culo, un po’ non sono stati esattamente due concerti da tramandare ai posteri – soprattutto il primo (Vreth culo e culo chi non lo dice!). Ma per farmi perdonare, ho in serbo per voi un’altra scoppiettante edizione del frasario! Stavolta le perle sono distribuite in un lasso di tempo più ampio, sia perchè il frasario del Summer è stato pubblicato a parte, sia perchè, tra estate, vacanze, arresti, collassi etilici e quant’altro, i cervelli di molti di noi sono rimasti a lungo atrofizzati. Il mio no, avevo troppa roba da studiare.
Godetevi dunque il quarto viaggio nello skiiiiipho!


Folk: "Per ottenere il danese devi prendere uno svedese, possibilmente della Scania. Poi gli devi far bere una soluzione di vodka Sputnik, solvente, nafta e Rio Casamia. Dopodichè gli infili in bocca una generosa brancata di cazzi ivoriani e cerchi di farlo parlare."

Folk: "Posso sbagliarmi, ma ogni volta che mi è stato detto ‘mi piaci come persona’ il significato è stato: ‘preferirei farmi la carogna di un montone’."

Snicco e Jack: "La nostra versione della teoria hegeliana: tu cammini per strada, inciampi in un sasso e quella è la tesi; poi pesti una merda, che essendo molle è l’opposto del sasso, e quella è l’antitesi; quindi cadi in un burrone, finisci su delle rocce e ti senti di merda: duro e molle insieme, e quella è la sintesi!"

(commentando un gruppo su Facebook che protesta contro chi scrive "trash metal" invece che "thrash")
Edge: "Io odio quelli che confondono il king pin aggressive new punk col grindmetal apoclective prog core! Sono fastidiosissimi! […] Beh, devo comunque dire che il grindmetal apoclective prog core è una leggera sbrinatura del post nocturnal viking black prog core, dalle sonorità molto più tostapane soprattutto per quanto riguarda le parti ritmiche."
Io: "Hai ragione, è un equivoco inaccettabile. E’ come scambiare il mesopotomian-symphonic-disco metal dei Saigon Rulez (colta parodia degli Hanoi Rocks, ndA) per il black-ambient-trv-nekro-grim-valzer-neoclassical-grindcore dei Pvtrefacting Siphilitical Whore. […] Che poi apprezzare i Pvtrefaction Siphilitical Whore è privilegio di pochi… una proposta unica, dove i Mayhem, Schubert e Cristiano Malgioglio si fondono e poi piacere, solo piacere."

Io: "Per il pensiero comune, gli psicologi sono degli incroci tra gli sciamani e Vanna Marchi; non abbiamo ciondoli con poteri arcani, ma libroni di vecchi ebrei che parlano di ratti idrofobi, cazzi, culi e tanto autoerotismo."

Veronica: "Ho appena fatto una scoperta che mi ha fatto tirare giù tutti i santi mai esistiti e quelli a venire: sia alla mia festa, il 15, che poco prima di partire per il Summer (e quindi i primi quanto, due, tre giorni?), HO LE MESTRUAZIONI! Credo utilizzerò una tenaglia incandescente e mi estirperò le ovaie."

Io (parlando di Berserk): "Se scopro che Gatsu fa un ragionamento del tipo "no, la vendetta è sbagliata, devo perdonare perchè sennò l’odio divorerà tutti, ora mi ritiro nell’isola degli elfi froci e muoio di vecchiaia facendo il pastore", è la volta buona che DICHIARO GUERRA AL GIAPPONE!"

Lola: "La Ro è svizzera"
Teo: "Sei svizzera? Svizzera tedesca, italiana o INGLESE?"

Folk (in preda a un forte mal di stomaco): "Mi sa che adesso vado a casa, entro in bagno, incollo un cuscino al soffitto, mi siedo sul cesso e DECOLLO!"

Folk (non ancora ripresosi): "Spero di stare bene almeno per venerdì… altrimenti costruisco un braciere altissimo, lo riempio di zolfo, lo accendo e AFFUMICO DIO con le esalazioni sulfuree!"
Cantaluppi: "Spero che non esploda e mi cadano PROSCIUTTI INFUOCATI in testa!"

(cercando di raggiungere Bagnatica, sede del Foschfest)
Io: "Dovremmo chiedere informazioni a qualche autoctono…"
Dario: "Proviamo con quelli là! Ah no, sono NEGRI!"

Io (stessa situazione): "Lì ci sono le indicazioni per GORLE… mi piace come nome! Andiamoci!"

Tonzo: "Capisci che uno è un vero nerd quando si incazza perchè 8 hobbit non fanno un HOBBYTE!"

Stefano (durante il concerto delle Wicked Asylum): "La bassista è brava ma non mi piace… visto che me ne farei 4 su 5, la quinta potrebbe essere Andrea! (amica della Vero, ndA)"
Luca: "Ma chi, MIO FRATELLO??"

Dario: "La mia vita sentimentale si basa sul concetto delle caste: non riuscirei mai a sposare una ragazza che non appartiene alla mia classe!"
Io: "Ma cosa sei, un ROGUE o un WARLOCK??" (per coloro che hanno una vita sociale, sono due classi di WoW, ndA)

Danny: "Sto chattando con una truzzetta 14enne fan di High School Musical, di Twilight e che scrive come se non avesse i soldi per comprare le vocali da Mike Bongiorno."

Danny: "Come va con l’università?"
Martelloni: "No, guarda, chiedimi qualunque altra cosa… che ne so, la circolazione, il colesterolo, la crescita delle unghie di piedi per suonare in tapping, ma NON l’università!"

Folk: "Se si piazza uno al mio tavolo davanti a me, ha la mano tesa sopra la tavola, io ho la mano tesa sopra la tavola, le mani non si toccano per una manciata di millimetri, per un attimo si sfiorano addirittura, abbiamo gli occhi piantanti nei rispettivi occhi… in un contesto del genere io bacerei con passione anche uno sconosciuto maschio, barbone, proveniente dal Camerun e portatore d’ebola."
Io: "Questa la metto sul frasario, mi spiace…"
Folk: "Spoetizzante come un marabù che mangia una carogna di fianco a uno stormo di fenicotteri."

(parlando di videogiochi)
Folk: "E poi… altra chicca che di questi tempi va di moda… il SECUROM! Un cazzo di programmino che si insinua nel PC come un virus e serve a garantire la sicurezza dei giochi e la loro originalità. Solo che, piccolo dettaglio, se tu a Securom non piaci, se gli stai sulle palle, può decidere di mandarti in merda anche un gioco talmente originale da aver sul disco anche le ditate dei programmatori."
Io: "Infatti è anche per questo che gioco solo ai giochi vecchi: a chi cazzo può mai fregare che io cracchi un gioco che sta a quelli recenti come il biplano dei fratelli Wright sta al Concorde?"
[…]
Folk: "Poi ci sono quei cazzo di problemi di compatibilità. Io potrei anche prendere e bruciare i drivers della scheda madre per aggirare il bug di Securom, ma sarebbe come guarire un’unghia incarnita dando il paziente in pasto ad alligatori lebbrosi in una pozza di merda sulfurea elettrificata."

Io (rivolto a Folk): "Sai, stavo pensando a una cosa: se una persona che non ci conoscesse leggesse i miei frasari per caso, potrebbe trarre la conclusione che io passi le mie giornate a parlare con te esclusivamente di pc, autoerotismo, negri e carcasse di animali."

Io: "Saranno 10 anni che non metto piede a Gardaland: troppo bordello, e code interminabili anche per attrazioni che consistono nel venire inseguiti da un panzone pedofilo con la maglietta sporca di ketchup."

Io: "Gli Anvil non li ho mai ascoltati, ma mi sanno di heavy anni ’80 tamarro che più tamarro non si può."
Dario: "Sìììì! Sono così ignoranti che se gli chiedi dove hanno il pene ti indicano le ascelle!"

Dario: "Perchè invece di Milano Affori ho letto Milano ALPHA CENTAURI???"

Io: "Secondo me le ragazze dovrebbero amare WoW, perchè è un deterrente perfetto per i tradimenti!"
Dario: "E’ vero! ‘Amore, con chi sei? Cosa stai facendo?’ ‘Sto skillando col mio secondo PG!’"

Jenny (presentandoci un suo amico, calciatore del Varese): "Ieri sono andata a vederlo allo stadio… mi sono accorta che era in campo a metà del secondo tempo, quando gli hanno fatto fallo e l’ho visto rotolarsi a terra dal dolore!"

Folk: "Ma tu lasci che il tuo gatto salga sul piano cottura? Al mio non lo permetterei mai!"
Io: "Minchia, ma tu col tuo gatto adotti un regime di polizia, a tuo confronto Pinochet era un animatore in un villaggio turistico sul Mar Rosso!"

Folk: "Nooo, perchè il mio T9 non prende ‘BWAHAHAHAHAHA’??"

Io: "Vorrei essere anch’io un cantante, per grouparmi le fighe…"
Folk: "Io vorrei essere una figa, per grouparmi i cantanti!"

Lore (presentando "Rocce Nere"): "Ricordate, amare la propria terra non significa disprezzare quella degli altri! Io amo la mia terra, ma se ci fossero solo Orobie, che due coglioni! Ogni mattina, quando mi alzo, vedo le montagne dalla finestra di casa mia… o le facevo saltare in aria, o ci dedicavo una canzone!"

Prof. Maggiolini (Psicologia dell’Adolescenza): "Il concetto di adolescenza è stato sviluppato solo di recente, prima non era considerato…"
Io: "E’ propaganda comunista!!"

Io (commentando uno dei "compiti evolutivi" dell’adolescente"): "Tu fai un uso efficace del tuo corpo?"
Matteo: "No, però faccio un uso disordinato del mio intestino crasso!"

Prof. Prunas (Psicopatologia Generale) (parlando delle caratteristiche del delirio): "La convinzione soggettiva in realtà è un criterio aspecifico, perchè può essere propria anche di altre convinzioni non patologiche. Pensate per esempio ai dogmi religiosi: una suora può credere fermamente in…" (si ferma, cercando un esempio)
Io: "Nella verginità della Madonna!"
(scoppiano risate fragorose)
Prof. "Sì, esatto! Mi dovete scusare, non sono molto ferrato in materia religiosa!"

(Sara si lamenta perchè le ho colpito per sbaglio le tette col gomito)
Io: "Ma non l’ho fatto apposta! Non ho mica le TETTE PRENSILI!… no aspetta, che cazzo sto dicendo??"

Jenny: "A marzo vado in Brasile!"
Ale: "Vai a rubare dei RENI?"

Folk: "Sono a casa a tagliare allegramente legna fischiettando le evergreen dei Sette Nani. Tu come stai?"