Giovedì 13
 
VADER
Pronti via: per quanto possa sembrare un’ingiustizia che un gruppo che ha fatto la storia di un genere – il death metal – suoni alle tre di pomeriggio di fronte a quattro gatti, i polacchi non stanno a pensarci e tirano fuori dal cilindro un’esibizione coi controcazzi: death puro suonato con grandissimo trasporto e quella giusta dose di tecnica, come dimostrano pezzi quali Black To The Blind e Rise Of The Undead. Peccato solo per qualche problema di suoni che ha afflitto una delle due chitarre, ma nel complesso nessuna grave pecca. Promossi senza indugi.
Voto: 7,5
 
EQUILIBRIUM
A quanto pare, per regolamento, su uno dei due palchi del Summer Breeze i suoni devono far cagare: ma poichè viviamo in un mondo in continuo mutamento, se l’anno scorso era il Main Stage a ferire l’orecchio umano, quest’anno è toccato al Pain. Peccato che a farne le spese siano stati anche gli Equilibrium, tamarra e pomposa band viking tedesca (che cazzo c’entrino poi i Vichinghi con la Germania non l’ho ancora capito, ma vabbè) da cui mi aspettavo davvero tanto. La loro prestazione è stata azzoppata da una batteria modello-mitragliatrice e da un microfono troppo, troppo basso di volume: e meno male che, a concerto iniziato, giù al mixer si sono ricordati che esistono le tastiere, così pezzi come Blut Im Auge e Unbesiegt non sono stati mutilati delle loro suggestive intro. Un vero peccato, anche perchè la band ce l’ha messa tutta per ben figurare, e la scaletta era oggettivamente da urlo. Unico appunto: con un repertorio così incentrato sulle tastiere, si poteva fare lo sforzo di portarsi un tastierista dietro; a usare le intro pre-registrate sono capace anch’io.
Voto: 6,5
Setlist: Prolog Auf Erden – Wurzelbert – Unter Der Eiche – Blut Im Auge – Wingthors Hammer – Met – Ruf In Der Wind – Unbesiegt – Nordheim
 
KREATOR
Oh, c’è poco da fare, questa è una costante fissa dell’Universo: date a un gruppo thrash un minutaggio ragionevole e dei suoni all’altezza, e vi spaccheranno le ossa. Nella fattispecie, Mille Petrozza e compagni sparano sulla folla del Main Stage una raffica di mazzate in grande stile e senza sosta: da Enemy Of God a Coma Of Souls, dalla terrificante tripletta Violent Revolution + Extreme Aggression + Pleasure To Kill all’encore Flag Of Hate, un concerto d’altri tempi, dinamico e irrefrenabile. Come ulteriore nota positiva, da segnalare il pogo: intenso ma corretto, dominato dalla voglia di scatenarsi e divertirsi e non di fare male a quelli intorno. Non sono un estimatore del genere, ma insomma, diamo a Cesare quel che è di Cesare.
Voto: 8
 
CORVUS CORAX
Chiariamoci subito: quello dei Corax, più che un concerto vero e proprio, è stata una fusione tra un concerto, una funzione religiosa e un’opera teatrale. Di certo non ha avuto nulla a che vedere con il metal, e qualcuno potrebbe obiettare che fosse fuori posto in un contesto simile. Ma di fronte a un’ora e mezza di canti gregoriani, musiche medieval-rinascimentali, orchestra al completo, percussioni, costumi di scena a non finire, fuochi, parti recitate (peccato non capire il tedesco), cantato lirico da brividi e gran finale folk, uno più che applaudire fino a consumare le mani non può fare. Questa non è musica su cui pogare e fare headbanging, è arte portata su un palco, che andrebbe ascoltata seduti a teatro e in silenzio. Ma, consapevoli che uno spettacolo simile in Italia non lo vedremo MAI (figuriamoci, si beccherebbero una multa solo per i fuochi sul palco…), lunga vita ai Corax e al loro Cantus Buranus II.
Voto: 9
 
SUFFOCATION
Nonostante l’ora tarda, mi sono messo di impegno per seguirli, ma dopo un quarto d’ora circa io e Dario siamo stati avvisati telefonicamente dell’incidente capitato a Veronica, e abbiamo dovuto abbandonare il concerto. Poco male, da quel che ho potuto sentire non mi sono sembrati niente di che.
Voto: s.v.
Venerdì 14
 
SKYFORGER
Finalmente, dopo anni di isolamento, anche nei paesi dell’ex Unione Sovietica ha iniziato a svilupparsi una scena metal di livello, soprattutto in ambito folk estremo: un esempio notevole è questo gruppo, proveniente dalla Lettonia (!) e autore di un folk-pagan dalle forti tinte oscure e dannatamente old-school, per intenderci quel genere che si suonava una decina di anni fa, prima che scoppiasse la cazzo di moda di scrivere canzoni power-gothic, ficcarci dentro qualche violino e blast-beat a caso e chiamarle "viking metal". I nostri Skyforger invece picchiano duro, spaziano dalle ritmiche black a quelle thrash, arricchite da flauti e cornamuse, suonano brani originali e coinvolgenti e hanno anche un’ottima presenza scenica. Su disco non mi avevano impressionato, dal vivo si rivelano una graditissima sorpresa.
Voto: 7,5
 
ENTOMBED
Anche qui siamo davanti alla Storia del death: se oggi la scena svedese (la più importante insieme a quella americana) esiste in quanto tale, lo si deve soprattutto a questi signori, ai Grave (che hanno suonato il giorno dopo) e ai Dismember. Ciononostante, il paragone tra la loro esibizione e quella dei Vader è impietoso: una buona presenza scenica non basta a mascherare canzoni piatte, monotone, dove si punta tutto sulla violenza e quasi niente su tecnica e originalità. Anche i suoni non li hanno aiutati. Qualcosa di buono c’è, ma non impazzirò dalla voglia di rivederli dal vivo in futuro.
Voto: 6
 

SCHANDMAUL
Dopo il primo giorno, pensavo che nulla sarebbe riuscito anche solo ad avvicinare la prestazione superlativa dei Corvus Corax: eppure il rock medievale degli Schandmaul c’è andato molto, molto vicino. Forte di un frontman davvero in palla e carico di entusiasmo, di suoni all’altezza (sticazzi, era il Main Stage…) e di una setlist equilibrata e rappresentativa di un po’ tutta la discografia, il gruppo tedesco ha sfoderato una prova da applausi e balli sfrenati. Difficile segnalare un pezzo in particolare, anche se, personalmente, su Missgeschick, Die Letzte Tröte e Walpurgisnacht era davvero impossibile stare fermi… Nota di colore: prima dell’ultimo pezzo, senza che il cantasse pronunciasse una sola parola a riguardo, si forma un wall of death del tutto spontaneo; tutto è pronto per la deflagrazione, quando viene annunciata… Dein Anblick, praticamente una ballad. A quel punto, dai due schieramenti opposti prima la gente poga al rallentatore, poi si formano le coppie per "der letzte Tanz". Con gli Schandmaul succede anche questo. Splendidi.
Voto: 8,5
Setlist: Vor Der Schlacht – Kein Weg Zu Weit – Wolfsmensch – Missgeschick – Leb! – Medley: Die Letzte Tröte + Mitgift – Lichtblick – Krieger – Vogelfrei – Herren Der Winde – Walpurgisnacht – Frei – Dein Anblick

 
CYNIC
Sobri, capelli corti, facce pulite, abbigliamento assolutamente anonimo: i Cynic sfuggono a tutti i clichè del metallaro medio. "Peccato" che la loro musica sia tutto fuorchè anonima, anzi: la band, guidata dai membri fondatori Paul Masvidal alla chitarra e al microfono (a proposito, un giorno gli devo chiedere come diavolo fa ad avere 38 anni e a dimostrarne 25) e Sean Reinert alla batteria, sforna 40 minuti di complesso e tecnicissimo prog metal, con i soli inserti growl del chitarrista olandese Tymon Kruidenier a mantenere qualche legame con il death metal originario, ottenendo meritatissimi applausi: menzione d’onore per il bassista Robin Zielhorst, precisissimo e mai fermo un secondo sul palco. Una sola nota negativa: d’accordo il tempo ridotto a disposizione, ma per quanto sia bello "Traced In Air", lasciare la sola Veil Of Maya a rappresentare lo storico "Focus" mi pare ingeneroso; almeno Celestial Voyage e Textures si potevano inserire. Poco male, lode e gloria.
Voto: 8
Setlist: Nunc Fluens – The Space For This – Evolutionary Sleeper – The Unknown Guest – Veil Of Maya – Adam’s Murmur – King Of Those Who Know – Integral Birth
 
AMON AMARTH
Ci tenevo a vederli, dico davvero. Ma la folla radunatasi davanti al Main Stage era tale da rendere impossibile avvicinarsi a una distanza sufficiente a godersi il concerto, e contemporaneamente dovevo arrivare davanti al palco vicino per prendere un posto decente per gli Haggard. Da quel che ho potuto vedere, un concerto energico e coinvolgente, anche se la voce di Hegg mi è sempre risultata e mi risulta tuttora inascoltabile. Inoltre, non mi sono mai tolto dalla testa l’idea che siano più pompati e famosi di quanto il loro valore meriterebbe, ma in fondo sono opinioni personali.
Voto: s.v.
 
HAGGARD
Dopo sei concerti visti tra Germania e Italia, diventa difficile inventarsi nuovi aggettivi e commenti, senza ripetersi… diciamo che la loro prova, per quanto gradevole, mi dimostra ulteriormente che non sono un gruppo da festival: in primis perchè il poco tempo a disposizione li costringe a tagli dolorosi di scaletta (la quale, comunque, era troppo concentrata sugli ultimi due album, ben 6 pezzi su 7, con la sola Awaking The Centuries a tenere alto l’onore dei primi lavori), poi perchè, con tanti strumentisti sul palco, diventa davvero problematico calibrare bene i suoni tanto rapidamente: nella fattispecie, le chitarre risultavano un po’ troppe confuse e la batteria troppo alta di volume. In ogni caso, le note positive non mancano di certo: soprano bravissime come al solito, un Asis che finalmente ha imparato ad alternare con intelligenza scream e growl, e il corno francese che arricchisce le melodie delle canzoni. Alla prossima, sperando in un contesto più intimo.
Voto: 7,5
Setlist: Tales Of Ithiria – The Observer – Per Aspera Ad Astra – The Sleeping Child – Eppur Si Muove – Upon Fallen Autumn Leaves – Awaking The Centuries
Sabato 15
 
GRAVE
A riscattare la scialba prova degli Entombed del giorno prima ci pensano i connazionali Grave, autori di 40 minuti di death feroce e ben suonato, come si addice a dei califfi del genere come loro. Nonostante una certa monotonia di fondo, le loro canzoni hanno il piglio giusto, e anche il pubblico risponde bene, incurante del caldo quasi insopportabile (per fortuna la security aveva preparato alcuni idranti da sparare sulle prime file). Nulla di eccezionale, ma in mezzo a melodie celtico-medievali e prog da intenditori, una bella mazzata sui denti ci sta sempre bene.
Voto: 7
 
WAYLANDER
Vale lo stesso discorso fatto per gli Skyforger: questi folk metallers irlandesi sono in giro dagli anni ’90, e si sente. Niente tastierine, voci femminili o menate varie, ma uno scream cattivissimo, ritmiche serrate e tanti tin e low whistle, il tutto unito a grinta da vendere; notevoli i pezzi, da quelli più recenti come Walk With Honour e Beyond The Ninth Wave, a quelli più datati come A Hero’s Lament e la conclusiva, devastante Born To The Fight. Insomma, tanta roba.
Voto: 7,5
 
VOIVOD
Lontano dai grandi riflettori, questi pazzi canadesi hanno provato a fondere il thrash più grezzo, cattivo e cromato con il prog visionario e psichedelico dei migliori Rush e Pink Floyd, e ci sono riusciti alla grande: al Summer hanno regalato tecnica in abbondanza, violenza sonora, cambi di tempo, stacchi improvvisi e successive sfuriate, feeling col pubblico e anche la giusta dose di ironia e cazzeggio. Peccato per qualche problemino di bilanciamento dei suoni su "Tribal Convictions", ma è davvero nulla di che, di fronte a tanta bravura. Da segnalare la chiusura in grande stile con la cover della monumentale Astronomy Domine dei Pink Floyd.
Voto: 8
Setlist: Voivod – The Unknown Knows – Ravenous Medicine – Tribal Convictions – Overreaction – The Prow – Treasure Chase – Nothingface – Tornado – Nuclear War – Astronomy Domine
 
OPETH
Su disco personalmente li adoro, ma non avendoli mai visti on stage ero molto curioso, anche perchè avevo sentito commenti che spaziavano da "formidabili" a "peggio della camomilla". Ma a questo Summer Breeze hanno dato un nuovo significato alla parola "sfiga": dopo un’ottima Heir Apparent di apertura, al povero Fredrik Åkesson si fottono completamente pedali e amplificatore della chitarra, e complice l’inefficienza dello staff, passano dieci minuti prima di poter riprendere il concerto; a quel punto, guidata dal carisma e dalla simpatia del frontman Åkerfeldt, la band mantiene la calma, riempiendo la pausa forzata prima con una jam session di basso, batteria e tastiera, poi con una cover assolutamente improvvisata (eppure eseguita impeccabilmente) di "Soldier Of Fortune" dei Deep Purple. Successivamente un’altra canzone, Harvest da "Blackwater Park", viene suonata strumentale e fatta cantare al pubblico, che peraltro non si ricorda una parola del testo: tuttora non ho capito se è stato fatto per prendere tempo di fronte ad altri problemi tecnici, oppure se Åkerfeldt, conscio che il concerto ormai era a puttane, ha pensato di togliersi qualche sfizio. La setlist mutilata ha comunque visto brani ottimamente eseguiti e una grande prestazione di tutti i membri.
Voto: 7,5 (per quello che si è sentito: poteva anche essere 10 di simpatia)
Setlist: Heir Apparent – jam session improvvisata – Soldier Of Fortune – Ghost Of Perdition – Harvest – The Leper Affinity – The Lotus Eater – Deliverance – Hessian Peel