"Racconta, fratello, qual è il tuo peccato…"

"Ascoltami, frate, e dimmi se questo
 lo chiami peccato, o un nobile gesto…"



(on air: Biglietto Per L’Inferno – Confessione)

Mettiamola tranquillamente in stand-by, quest’epopea del Summer Breeze. Non è importante, in questo momento.
La cosa è importante è un’altra. E’ il masso che si è staccato dalla rupe, che sta rotolando a velocità sostenuta verso di me, minacciando di schiacciarmi se non faccio qualcosa per fermarlo.
Ma è davvero così? O è forse la mia perversa immaginazione, a farmi apparire come un ostacolo insormontabile qualcosa che non è altro che un sassolino nella scarpa? Sono davvero in pericolo, o è solo un momento sgradevole che passerà da solo?
Troppo presto per giudicare, probabilmente. Da quando è scoppiata la bomba, si è passati dall’allarme rosso alla quiete dopo la tempesta. Ma sarebbe troppo facile, se fosse tutto già archiviato, chiuso. E’ presto per stappare la bottiglia migliore, e brindare alla crisi superata. Prima bisogna parlarsi faccia a faccia, assicurarsi che nessun punto venga tralasciato, risolvere ogni questione in sospeso; solo allora si potrà tirare il meritato sospiro di sollievo.

(on air: Falkenbach – Vanadis)

Curioso. Decisamente.
Stasera ho avuto modo di rileggere un intervento sul mio vecchio blog, risalente all’inizio di gennaio. Non è passato molto tempo da allora, eppure è sorprendente rendersi conto di quante cose siano cambiate: tante persone hanno fatto il loro ingresso nella mia vita, ho vissuto numerose esperienze, ho goduto delle gioie e superato le delusioni. Fa un strano effetto rileggere ora quelle righe: non è passato molto tempo, eppure quasi non le sento mie, come se fosse stata un’altra persona a rubare le mie dita per battere sulla tastiera una breve confessione, aprire un pezzo di cuore, nella solitudine che circonda una persona, una stanza, un monitor.
Ciò che è rimasto immutato, in questi mesi, è il vuoto che provo. Un vuoto non assoluto, ma disarmante, come una bolla d’aria in un sacchetto sigillato: una porzione limitata e circoscritta, quasi trascurabile, ma di cui non riesci a liberarti. Non che non ci abbia provato, è chiaro: procedendo per tentativi, come in tutte le cose. Provando, analizzando, traendo conclusioni, riprovando. E’ un metodo che di solito porta i suoi frutti col tempo, e così è stato. Prima non avevo nemmeno idea di che cosa avessi bisogno, per colmare questo vuoto: ora, dopo mesi di errori, risate, silenzi, riflessioni, alcol, sensi di colpa e notti insonni, ho capito che cosa cerco. Ma l’amara conclusione è che, al momento, ciò di cui ho bisogno non è raggiungibile.


(on air: Rainbow – Stargazer)

Ma non è solo questa la conclusione a cui sono arrivato.
L’estate è la stagione più cruciale di tutte, l’ho sempre pensato e ne ho avuto l’ennesima conferma. Per chi la trascorre per la maggior parte in città, è il momento in cui si rimane soli con se stessi, a osservare il proprio io come una colossale radiografia mentale. E’ stato necessario lasciare all’estate il tempo di esplodere, toccare il suo apice e poi scemare come il suono di una sirena in lontananza: ma poi ho capito un’altra cosa.
Ho capito che questo vuoto non è scomparso, ma si è ridotto. E, incredibilmente, si è ridotto senza che trovassi ciò di cui pensavo di avere bisogno.
Si è ridotto grazie a loro.
Si è ridotto nelle serate in compagnia, nelle chiacchierate a notte fonda, negli scherzi cretini, nei discorsi intimi, nelle bevute di gruppo. Si è ridotto nonostante i miei errori di ingenuità. Nonostante mi trovassi troppe volte tra due fuochi, e cercassi di muovermi per non scontentare nessuno, finendo per scontentare entrambe le parti. Nonostante io sia partito di fatto come un extra-comuntario, finendo con l’essere accettato, pur nella casualità con cui è iniziato tutto.
E’ un gruppo allargato, certo. Forse non tutti i membri se ne considerano parte, forse sono io che tendo ad accomunare tutti sotto un’unica bandiera. Ma io mi ci riconosco, in quella bandiera. E, se i dannati gestaltisti mi insegnano che il tutto è maggiore della somma delle parti, se io posso essere più o meno affezionato ad alcuni di loro, la verità è come gruppo sono legato a tutti, indistintamente.

(on air: Marillion – Script For A Jester’s Tear)

Certo, non è solo merito loro se questo vuoto si è lentamente riempito: ma non penso di fare torto a nessuno, se attribuisco loro qualche punto in più. La verità è che, in un anno pieno di sbavature e insuccessi, al punto da farmi desiderare di chiudere gli occhi e cadere in letargo fino al 2009, loro sono la vera nota positiva. Sono la sorpresa, l’outsider, il corridore che parte in sordina e arriva a vincere contro ogni pronostico.
Ed è per questo che non ho intenzione di mollare. Non ho intenzione di permettere che questo ostacolo, che si tratti di un masso imponente o di un trascurabile sassolino, finisca col distruggere il castello che ho faticosamente eretto.
Il problema c’è, è inutile negarlo. Non so se si risolverà con un confronto a viso aperto, o semplicemente con l’attesa. Ma andrà risolto, punto.
Ci lasceremo tutto alle spalle, riaccenderò il motore. Allacciate le cinture e accesi i fari (perchè il sentiero è buio, e occorre sempre vedere la strada), inserirò la marcia e ripartirò, alla ricerca di quello di cui ho bisogno. Al loro fianco, so che la ricerca sarà meno faticosa. E quando raggiungerò il mio obiettivo, il vuoto sarà scomparso, ogni cosa inizierà a splendere di una luce nuova. Qualunque ostacolo mi apparirà meno minaccioso, lo abbatterò con la serenità e la sicurezza che ora mi mancano. Potrò spegnere il motore, la strada sarà in discesa.