Li abbiamo attesi per anni. Abbiamo ballato e cantato le loro canzoni. Ci siamo domandati a lungo per quale motivo insistessero tanto nel suonare solo in paesi ispanofoni, e abbiamo infine esultato a gran voce vedendoli confermati il 27 luglio all’Idroscalo di Milano, per giunta in una bill di tutto rispetto: ora per i Mago De Oz, band spagnola di folk metal (definizione estremamente riduttiva per un gruppo che mescola sapientemente musica celtica, un massiccio sound heavy alla Iron Maiden ed eleganti inserti rock di stampo Rainbow – Jethro Tull), è arrivato il momento del battesimo del fuoco in terra italica.
Compagni di viaggio per questa esperienza musicale, ancora una volta, Dario e Dario Folk, insieme a Lola. Il viaggio per arrivare alla location è a dir poco periglioso: dapprima, giunti quasi a metà strada, siamo costretti a tornare indietro perchè il solerte defender si accorge di aver dimenticato il suo biglietto in camera mia; successivamente, pur essendo dotati di navigatore satellitare, rischiamo di perderci nelle sconosciute stradine tra Milano e Segrate, finendo addirittura davanti a una caserma, dove un perplesso poliziotto ci spiega la strada per arrivare a destinazione; infine, al momento di cercare parcheggio, vedendo una lunga fila di macchine lasciate sul bordo della strada apparentemente senza alcun problema, decido di posteggiare lì anche la mia, cosa che mi costerà poi una multa per "parcheggio sulla banchina fuori dal centro abitato".
Ignari di tutto questo, ci rechiamo all’entrata, dove troviamo anche due nostre vecchie conoscenze: Jovan e Mac, ormai conosciuto come "Il Fabbricante di Pass", che ancora una volta assiste a un concerto gratis in qualità di fotografo e redattore.
Una corsa a perdifiato appena aperti i cancelli ci vale la prima fila: posizione ideale per goderci l’esibizione dei Trick Or Treat, il primo gruppo della giornata. Non potendo suonare le tradizionali cover degli Helloween per motivi legali (dato che si erano esibiti proprio il giorno prima per il Rockin’ Field Festival), la setlist si concentra sul debut album "Evil Needs Candy Too", con l’aggiunta dell’inedito di prossima pubblicazione Freedom e della spassosa cover di Robin Hood, sigla dell’omonimo cartone animato. Da sottolineare l’altra cover, Girls Just Want To Have Fun di Cyndi Lauper, e la conclusiva Like Donald Duck, che mette in evidenza le ottime capacità canore del frontman Alessandro: proprio lui, per chiudere in bellezza, spara coriandoli sul pubblico e finge di rompere una chitarra di gomma. Promossi senza indugi.
Pochi minuti dopo, i Folkstone sono già sul palco per il soundcheck e, per ingannare l’attesa, io e Dario convinciamo il bassista a urlare nel microfono "MAC POSER!!!!!": il nostro amico, che proprio in quel momento si trova sotto il palco per le foto, dapprima tenta di fermarlo, poi affronta le nostre risate fragorose gridando "Bastardi!!!"… Ma c’è poco tempo per cazzeggiare: dopo la consueta intro acustica, l’attacco di Folk Stone catalizza l’attenzione di tutti i presenti sugli otto musicisti bergamaschi: tra cornamuse, bombarde e chitarre elettriche, il loro folk medievale modello In Extremo – Saltatio Mortis conquista subito il pubblico, come dimostrano le successive Alza Il Corno, Oltre Il Tempo e In Taberna. Ottima anche la presenza scenica, con il cantante Lore che non manca mai di sottolineare il forte attaccamento alla sua terra; bello anche il gesto di passare la birra fresca alla prima fila (cioè noi XD), per combattere il caldo. Anche qui non manca il momento-cover: quando viene annunciata Vanità Di Vanità di Angelo Branduardi lo stupore è totale, ma il brano rende alla grande anche in chiave folk metal. Si prosegue poi con i collaudati pezzi del primo – e finora unico – album, Rocce Nere, Lo Stendardo, Briganti Di Montagna e Con Passo Pesante, prima dell’ultimo, graditissimo omaggio a dei maestri del genere: per la gioia mia e dei miei compagni, viene suonata Ai Vis Lo Lop degli In Extremo, degna chiusura per una prestazione coi fiocchi: attualmente, una delle migliori realtà europee di folk medievale.
Finito il concerto, il Trio Metallo prende una dolorosa decisione: abbandonare la prima fila per andare a cazzeggiare con i Folkstone. Così, approfittando del cambio di palco, abbiamo l’occasione per rilassarci, bere un sorso dal vino portato da Mac, farci firmare autografi e scattare foto con i "guerrieri orobici", che si mostrano di ottima compagnia (oltre che pesantemente brilli XD). In realtà, sforiamo pesantemente con i tempi, e ci perdiamo gran parte del concerto degli Elvenking; il nostro rimpianto tuttavia non dura molto, perchè il loro power-folk non è paragonabile come qualità e intensità ai gruppi precedenti, e anche il cantante non sembra perfetto, nè come tecnica nè come capacità di intrattenimento. Terminata anche la terza esibizione della giornata, veniamo raggiunti da due ospiti d’eccezione: mio fratello e mia madre! (proprio così: il metal unisce le generazioni!) Scopriamo anche che il gruppo che dovrebbe suonare prima dei Mago De Oz, i Breed 77, non è presente per problemi di natura sconosciuta, il che significa che è arrivato il momento dei tanto attesi headliner.
Il soundcheck stavolta è molto più lungo, e la tensione è palpabile, ma alle 21.40 finalmente le casse diffondono le note dell’intro El Espiritu Del Bosque, e uno dopo l’altro salgono sul palco i dieci musicisti metal più amati di Spagna. Come era lecito aspettarsi, spetta a La Ciudad De Los Arboles, title-track dell’ultimo album, il compito di scaldare a dovere il pubblico: sfortunatamente, chiunque può accorgersi che la voce del cantante Jose è letteralmente oscurata dalla corista Patricia e dal resto degli strumenti; oltre a un mixaggio dei suoni decisamente scadente, si aggiungono le sue non perfette condizioni fisiche, che purtroppo mineranno il resto dell’esibizione. Van A Rodar Cabezas e Hazme Un Sitio Entre Tu Piel sono l’ideale per far cantare gli appassionati con i loro ritmi semplici e accattivanti, prima di un altro nuovo pezzo: El Rincon De Los Sentidos. Un’inedita Alma completa il repertorio tratto dal primo capitolo della trilogia "Gaia"; ma se finora qualcuno ha storto il naso di fronte a una scaletta decisamente insolita, i brani successivi mettono d’accordo proprio tutti: senza un attimo di respiro, gli iberici incendiano l’Idroscalo sulle note di Hasta Que El Cuerpo Aguante (vero e proprio manifesto del gruppo) e Molinos De Viento, seguite dalla vivacissima e "messicana" Y Ahora Voy A Salir, che vede Jose, il violinista Mohamed e il flautista Fernando esibirsi in un delirante balletto.
Terminata la prima parte di concerto, il resto del gruppo si prende una pausa, mentre sul palco rimane il chitarrista Jorge Salan, che si esibisce nel suo ormai classico assolo, dal sapore piacevolmente neoclassico-malmsteeniano. Si rientra nel vivo con Mi Nombre Es Rock And Roll, tratta dall’ultimo album (pezzo sinceramente di dubbio valore, ma di sicura presa sul pubblico), per continuare con due estratti da "Gaia 2 – La Voz Dormida": El Poema De La Lluvia Triste e La Posada De Los Muertos, ormai rodate e apprezzate in sede live. Siamo alle battute finali: dopo l’orecchiabile Deja De Llorar, chitarristi e batterista improvvisano un assurdo medley di My Sharona, Another One Bites The Dust e Enter Sandman: è il siparietto che introduce la conclusiva, acclamatissima e dirompente Fiesta Pagana, che suggella nel migliore dei modi el fin del camino.
Un concerto estremamente piacevole dunque: la setlist ha dovuto fare i conti con gli orari "da festival", tagliando quindi diversi classici (La Danza Del Fuego, Gaia, El Que Quiera Entender Que Entienda e La Costa Del Silencio, per citarne alcuni); ma i brani suonati hanno mostrato qualità e carattere, e il pubblico ha apprezzato. La band, del resto, si è mostrata energica e precisa come al solito, compreso Jose che, nonostante i problemi tecnici e fisici di cui sopra, se l’è cavata più che dignitosamente, sfoderando anche qualche bell’acuto dei suoi.
Non resta che sperare che il gruppo decida di tornare al più presto in Italia, magari con più tempo a disposizione, per emozionarci e cantare ancora i loro pezzi unici.
¡¡Hasta la vista, Cabrones!!

Line-up

Jose Andrea – voce
Txus – batteria
Carlitos – chitarra
Frank – chitarra
Jorge Salàn – chitarra
Pedro Diaz "Peri" – basso
Carlos Guijarro "Mohamed" – violino
Sergio Cisneros "Kiskilla" – tastiera
Fernando Ponce De Leòn – flauto
Patricia Tapia – voce femminile