Buoni propositi 2014 – double lp edition

 

Ma Satana!
Era veramente da una vita che non aggiornavo sto cazzo di blog. Vorrei poter dire che il motivo è che ho fatto i soldi e ho comprato una villa nell’unica isola dei Caraibi in cui non fa caldo d’estate e in inverno nevica, ma la verità è che, molto banalmente, mi sto laureando, e la tripletta tesi + ultimi esami + burocrazia varia mi toglie il poco tempo libero che non è già dedicato alla vita sociale, alla musica, alle serie tv, al cazzeggio su internet e alla contemplazione dell’inutilità dell’esistenza umana.
Fatta questa doverosa premessa, è pur sempre l’inizio di gennaio, periodo che da sempre, secondo le tradizioni dell’oblast di Crescenzago, è dedicato alle fantasie suicidarie davanti alla bilancia e ai BUONI PROPOSITI! Ma prima, come prescrive il Rito, è d’obbligo almeno una riflessione sintetica sull’anno appena concluso.
Dovendo descrivere il 2013 con una sola parola, sceglierei “futile”. Non è stato un brutto anno, non ho particolarmente sofferto com’è accaduto nel 2011 (e peggio ancora nel 2008); il problema è che non è stato nemmeno un anno significativo in senso positivo. È stato un anno… boh. Un anno neutro.
Volendo essere più precisi, è stato un anno in cui il divario tra le cosiddette “piccole cose” e le questioni davvero importanti si è fatto molto più netto rispetto al passato, davvero a due velocità. Un sacco di obiettivi che inseguivo da tempo, o che mi ero prefissato di recente, sono diventati realtà: nel 2013 per la prima volta ho completato con un successo una dieta, ho organizzato una vacanza interamente in autonomia, ho superato il blocco della guida a Como che mi portavo dietro da sempre (oh, non chiedetemi perchè proprio Como e non altri posti, non so cosa dirvi… mi ha sempre angosciato, mentre adesso non dico che sia diventata routine, ma non mi crea più problemi). Ho passato tanti bei momenti in compagnia, conosciuto nuove fantastiche persone, attraversato anche qualche screzio (siamo esseri umani d’altronde), ma nulla di irrisolvibile.
Dal punto di vista musicale – e se mi conoscete davvero sapete quanto è importante la musica nella mia vita e nel giudizio che do a fine anno – davvero non posso lamentarmi: la qualità delle uscite discografiche è stata altissima, ben oltre le mie aspettative, e i concerti mi hanno regalato parecchie soddisfazioni, colmando anche alcuni spazi vuoti che duravano da fin troppo tempo (cito tra tutti Area ed Elio E Le Storie Tese). Ricorderò questo 2013 anche come l’anno in cui, dopo un’attesa di SEDICI ANNI, ho potuto leggere i capitoli finali di Evangelion, l’anno in cui ho scoperto, divorato e amato alla follia Breaking Bad, l’anno in cui la nascita di siti come Teetee.eu ha riempito il mio armadio di deliziose magliette nerd.
Fin qui, tutto bene, no? Già, peccato che tutti questi traguardi, conquiste e liete circostanze, a un’analisi più approfondita, si rivelino per ciò che sono realmente: futilità. Momenti piacevoli che ti migliorano l’umore per qualche giorno, ma a lungo andare non riescono a dare una svolta alla tua vita, a lasciare un segno duraturo nel tempo. È vero che, a questo punto del 2013, scrivevo che c’era una “bad moon on the rise”: nel pensarlo avevo in mente una situazione ben definita che grazie agli dei non si è verificata. Resta il fatto che, sotto la voce “avvenimenti importanti”, il bilancio di fine anno risulta vuoto come la scatola cranica di Flavia Vento. Il 2013 è stato per caso l’anno in cui ho avuto una qualche sorta di illuminazione su cosa fare della mia vita dopo la laurea, in quale ambito lavorativo muovermi, in quale città/nazione immaginare di costruire il mio futuro? No. È stato l’anno in cui ho imparato qualcosa di fondamentale, che cambierà il modo in cui vedrò il mondo d’ora in avanti, o che si distinguerà dalle migliaia di cose genericamente importanti che ho imparato in passato e presumbilmente imparerò negli anni a venire? Nope. È stato l’anno in cui ho ottenuto l’indipendenza economica, o almeno fatto passi decisivi in quella direzione? Nein. È stato l’anno in cui ho incontrato una persona speciale, con la quale l’intesa e i sentimenti sono abbastanza forti da pensare di costruire, se non un progetto di vita insieme, almeno una relazione duratura? Manco per il cazzo. In poche parole, la mia vita a grandi linee è esattamente com’era il 3 gennaio 2013. Nulla di nuovo sul fronte occidentale. E il fatto che non sia accaduto nulla di drammatico che mi porti a qualificare quest’anno come un anno di merda è una ben misera consolazione.

 

Ma per fortuna, non di sole grandi imprese vive l’Uomo, ma anche di sane cazzate! Nell’arduo tentativo prog di non ripetermi e trovare nuove tipologie di sfide stupide e inutili, un anno fa i buoni propositi sono stati sintetizzati in sei prove da superare e sei circostanze da evitare come la peste o la registrazione di WinRAR: vediamo com’è andata.

 

 

LATO A – TO DO

1. Imparare il russo a livello “inizio elementari”: sono ben lontano purtroppo. Gli impegni intra ed extra-universitari non devono valere come alibi: potevo e dovevo fare di più. Fail
2. Vendere i libri di testo della triennale che non mi servono più: io ce l’ho messa tutta; purtroppo i libri di Psicologia passano da “novità imperdibili” a “reperti archeologici” nel giro di 3-4 anni. Comunque un po’ di grana l’ho tirata su, lo scopo era quello. Archiviato
3. Osservare il panorama della pianura ungherese dal castello di Eger:
 

 
Figata. Archiviato
4. Comprare un fottuto aggeggio audio per ascoltare degnamente i cd: il mio Aiwa usato non sarà l’impianto migliore del mondo, ma vale tutti i – pochi – euro con cui l’ho pagato. E con le cuffie Sennheiser che mi hanno regalato i comaschi per il compleanno, il risultato è più che soddisfacente. Archiviato
5. Leggere un libro di Asimov in lingua originale: libri interi su internet non ne ho trovati; ho trovato “Notturno”, che è un racconto, ma comunque non l’ho letto. Fail
6. Provare una nuova cucina etnica: la cucina ungherese l’avevo già assaggiata, ma a Budapest mi sono tolto lo sfizio di cenare in un ristorante NEPALESE: riso a tonnellate, spezie e carne di cui non ho capito la provenienza, ma era buona. Mi hanno anche offerto la grappa a fine pasto. Archiviato

 

LATO B – NOT TO DO

1. Votare Berlusconi alle prossime elezioni: proposito bonus… peccato che per milioni di miei connazionali sia ancora un’opzione valida. Evitato
2. Non aggiornare per più di tre settimane il backup del disco fisso: ok, a pensarci a posteriori era davvero una misura precauzionale estrema… ma con i buoni propositi devo fare il severo censore e dire Beccato
3. Combinare danni partecipando a una rivolta di piazza a Budapest: in realtà, nè nella capitale nè nelle altre città che ho visitato mi sono imbattuto in rivolte o proteste di qualunque tipo. Meglio così, francamente. Evitato
4. Trollare in modo esagerato amici e conoscenti cattolici: sono stato fin troppo bravo, altrochè! Il risultato è che non tutti hanno afferrato pienamente la pienezza della mia antireligiosità, e qualcuno pensa di potermi convertire. Comunque Evitato
5. Continuare a ignorare tutti i controlli medici che da anni devo effettuare: non li ho fatti tutti a dire il vero, ma i più importanti sì, e hanno dato esito positivo. Evitato
6. Distruggermi emotivamente come 5 anni fa: lo confesso, il rischio c’è stato. Ma rispetto ad allora sono sicuramente più maturo e meno fragile… e in 5 anni di studi ho imparato anche a comprendere e controllare meglio i miei processi cognitivi e affettivi; morale della favola, ne sono uscito senza troppi danni. Evitato

 

 

Risultato: 9 su 12, quindi il voto è 7,5. È stato davvero un anno da 7,5? Così su due piedi (ma anche se ne avessi quattro), mi verrebbe da rispondere no, troppa poca carne al fuoco e gli antipastini non bastano. Però pensavo peggio.
E per il 2014? Se prog deve essere, allora direi che è giunto il tempo di qualcosa di atrocemente prolisso e inaccessibile, a cui guardare nel tempo con imbarazzo e perplessità, qualcosa alla “Tales From Topographic Oceans” degli Yes: squillino dunque i mellotron per il DOPPIO VINILE dei buoni propositi! Un tema per facciata:

 

 

SIDE A: METACOGNIZIONE/RAPPORTI UMANI

– limitare il disagio in presenza di estranei
– prendere più iniziativa dei contesti sociali
– dare meno importanza ai giudizi altrui su di me
– essere più flessibile nelle mie abitudini
– non parlare di cose riservate con persone che riservate non sono

 

SIDE B: UPGRADE

– Comprare un borsalino
– Comprare una felpa dei Maiden
– Procurarmi delle casse decenti per il pc
– Comprare una confezione di sigari
– Scaricare un programma per montare video musicali e imparare a usarlo

 

SIDE C: INTELLETTUALATE

– Leggere almeno 5 libri di fantascienza (sottinteso “che non ho già letto”)
– Leggere l’Edda di Snorri e l’Edda poetica
– Andare in un museo che non ho mai visto
– Assistere a un concerto jazz al Blue Note
– Imparare i rudimenti di russo che avrei dovuto imparare l’anno scorso

 

SIDE D: N.A.S. (non altrimenti specificato)

– andare alla prossima edizione del Lucca Comics
– fare un festival metal all’estero
– lavorare almeno 3 mesi
– riprendere a fare nuoto
– bere birra (proposito bonus)

 

 

C’è tutto e anche di più, compresi propositi vaghi e difficili da valutare, e obiettivi che sono certo prima ancora di scriverli che non realizzerò MAI. Lo scopo era incasinare volutamente tutto: sono stanco di arrivare a gennaio e ritrovarmi con una lista che dice che è stata una figata di anno, quando so che non è andata così.
È tempo di invertire la tendenza.
Nel dubbio, long live Rock ‘n Roll.

 

Apecar, messe e nazionalismo austro-ungarico

 

 

Eger, domenica 21 luglio, 10 del mattino

 

 

Giusto il tempo di scendere dal treno e già mi becco il primo cazziatone della giornata. A quanto pare è vietato fumare sulle banchine della stazione, sebbene siano completamente all’aperto, e più che banchine siano strisce di terra tra i binari. Mi pare grottesco aver infranto nell’Europa Orientale un divieto antifumo che non esiste in Italia, ma non è il caso di discutere: metti che il sindaco è uno dei Verdi? Spengo la sigaretta, mi scuso ed esco dalla stazione.

 

“Tutti amano Eger, e visitandola si capisce subito il perchè”, così recita la Lonely Planet nel mio zaino. A essere sinceri non mi pare la classica località per il turista medio, benchè annoveri qualche edificio storico di rilievo, il minareto più a nord d’Europa e soprattutto la Valle delle Belle Donne, una specie di fiera permanente del vino rosso. A me comunque fa un’ottima impressione: tanto verde, case di paese con due-tre piani al massimo e i tetti a punta, zero traffico, poca gente in giro se non anziani e mamme col passeggino, qualche emporio di quelli dove puoi trovare di tutto, dai salumi alle batterie per automobili. Pécs, non certo una metropoli, dava molto più l’idea di un’attrazione turistica; qui invece sembra di essere in quei paesini della Brianza dove la vita scorre lenta, la gente si fa i cazzi propri e si gode il relax, dove in qualsiasi momento puoi scendere giù al baretto a berti un bianchino e giocare a scopa con i pensionati. I ritmi placidi che in quella giungla di asfalto e fichetti che mi ha dato i natali probabilmente non sono mai esistiti. Mio padre la adorerebbe, un mio coetaneo medio si sparerebbe nei coglioni; io, che volevo un assaggio di Ungheria lontano dai grandi musei e dalle vie dello shopping della capitale, mi trovo decisamente a mio agio. Non fa neanche caldo.
In ogni caso, mi basta poco per rendermi conto di aver cannato ancora una volta la tabella di marcia: a mezzogiorno nella cattedrale c’è un concerto d’organo a cui vorrei assistere, ma mancano quasi due ore. Il castello e il minareto sono troppo lontani per poterli visitare e tornare in tempo; di pranzare a quest’ora non se ne parla. Decido di cominciare con un giro della piazza della cattedrale, guardo quel che c’è da vedere e intanto mi informo su quanto costa il biglietto.

 

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La cattedrale è molto bella, poco da dire: esterno color crema con due campanili e il colonnato all’ingresso tipo tempio greco, all’interno una bella cupola riccamente decorata e tanti affreschi. Di fianco al portone c’è una specie di avviso, ovviamente solo in ungherese, da cui però capisco che il concerto è alle 12 e costa 800 fiorini (circa 3 euro). Cerco qualcuno da cui comprare il biglietto e mi imbatto in un’arzilla vecchietta sui 130 anni: dentiera a pianoforte ingiallito, abbigliamento da rifugiata kosovara, sguardo di chi non sa in che anno siamo e condizioni di salute che rendono plausibile un infarto nei prossimi dieci minuti. Se spero che parli inglese sto fresco, ma proviamoci. In fondo, a Pécs sono riuscito a ordinare un pranzo succulento usando solo le frasi fatte della guida, pseudotedesco e gesti. Dopo qualche minuto di monosillabi e sorrisi sdentati riesco a capire che i biglietti li vende effettivamente lei (siamo a posto), ma solo quando inizia il concerto e non prima. Tanto vale scendere in piazza a cazzeggiare.

 

Il banchetto dei souvenir non ha niente di interessante, salvo alcuni gadget per nostalgici con i confini dell’Ungheria prima del Trattato di Versailles e la scritta “NO, MAI!”. Sorrido al pensiero di quanto, cent’anni dopo, bruci il culo agli ungheresi aver perso la Prima Guerra Mondiale, compro un paio di cartoline e mi allontano.
All’incrocio di fianco alla cattedrale vedo una delle cose più awesome di questo viaggio: una specie di motocarro tipo Apecar in cui il cassone posteriore è stato sostituito da una piattaforma con su due sedili e la scritta “Sightseeing Bus”, al volante un tizio ingrugnito stile “haters gonna hate” e seduti dietro due anziani con l’aria scazzata di chi sperava di andare a Venezia ed è finito a San Donà di Piave. Il punto più alto e al tempo stesso più basso raggiunto nella storia dell’industria del turismo. La scena merita di essere immortalata: purtroppo appena prendo la macchina foto parte il verde e il “bus” va per la sua strada.
Ho ancora un po’ di tempo da passare in qualche modo, e una birra mi sembra una buona idea. Fortunatamente nella via da cui sono arrivato c’è un piccolo bar di quelli che piacciono a me: interni in legno, pubblicità di alcolici vintage, persino un calciobalilla. Sono quasi tentato di proporre una partita ai due avventori al bancone, ma mi frenano l’incompatibilità linguistica e il fatto che agli esponenti di un popolo così revanscista da vendere souvenir con i vecchi confini dell’impero, non sia il caso di rivelarmi come persona originaria proprio del paese che li ha sconfitti in quella guerra. Bevo la mia Dreher media, pago ed esco.

 

(vi piacerebbe)

        (vi piacerebbe)

 

Quando torno alla cattedrale, la situazione è cambiata: la custode dell’arteriosclerosi sta discutendo con una specie di maestra di scuola, alla guida di una comitiva di ragazzine sui 12 anni. Mi avvicino, saranno lì anche loro per il concerto, magari capisco qualcosa in più. Non sembrano ungheresi comunque: la vecchia si esprime sempre a monosillabi e indica l’avviso sul portone, come faceva con me, ma la maestrina continua a porle domande seccate in un’altra lingua. I miei tentativi di fare da tramite in inglese non servono a granchè, visto che nessuna delle parti sembra comprenderlo; in compenso scopro che la scolaresca viene dalla Polonia. “Polonia, figata!” penso tra me e me, esaltandomi senza ragione; la situazione però è complicata, non è il caso che mi intrometta per chiedere se conoscono i Behemoth.
A logica però vorranno avere informazioni sul concerto. Chiedo: “Are you here for the concert too?” e la maestrina risponde “NO, not the concert!”, come se fosse la quindicesima volta che risponde a questa domanda. Calma, analizziamo la cosa come farebbe Sherlock Holmes. Si tratta chiaramente di una classe in gita scolastica, perciò saranno qui a fini educativo-culturali; la cattedrale è visitabile gratuitamente anche adesso, quindi non ha senso stare a questionare con la portinaia; per quale motivo allora siete venute dalla Polonia fino in questo angolo sperduto della Grande Pianura, se non per assistere a questo concerto del cazzo? Cosa c’è che non colgo?

 

E all’improvviso, l’illuminazione.

 

You wanna know when the Mass begins, right?” dico, congiungendo le mani nel gesto dei fedeli del dio di Abramo e Isacco. Mi aspetto che anche la maestrina si illumini, esclamando “Oh mio eroe! *o*” in polacco, invece assume un’espressione di sollievo esasperato, come a dire “Finalmente uno di voi coglioni ha capito”.
Già, dimenticavo che la domenica mattina i cristiani tendono ad andare a messa. Tra l’altro, non so come funzionino le cose a Varsavia, ma da noi le funzioni religiose iniziano sempre a quest’ora, non è che ci sia molto da chiedere… ma lungi da me creare ulteriori problemi.
Rivolgo lo stesso gesto a Miss Quinta Età, che indica l’ingresso della chiesa invitandoci a entrare. Le polacche entrano ordinatamente, io rimango fuori ad accendermi una sigaretta. In fondo la mia opera pia di mediazione linguistica l’ho già svolta, mi ritengo soddisfatto.

 

Great_success

 

 

 

 

 

Alla fine il concerto non era ‘sta cosa eccezionale: mi è parso di riconoscere dei brani di Bach, ma per quel che ne so poteva essere pure Rick Wakeman. L’ultimo è l’Ave Maria di Schubert, che però senza il cantato perde buona parte della sua bellezza.
Il castello di Eger è poca cosa se paragonato a quello di Praga o di Budapest stessa (d’altronde è una costruzione concepita per resistere ai nemici, non per far fare “oooohh” ai turisti), ma i panorami sulla città dall’alto sono splendidi e compensano la fatica della salita.
Alla bancarella ai piedi del minareto compro per pochi fiorini una riproduzione in legno pacchianissima del minareto stesso, che farà bella mostra in una futura mensola “cianfrusaglie around the world”. Alla Valle delle Belle Donne arrivo solo nel tardo pomeriggio e riesco a stare solo un paio d’ore, sufficienti per qualche bicchiere di ottimo Sangue di Toro ai tavoli all’aperto di una delle taverne, vicino a un’orchestra di ubriaconi rubizzi con costumi d’epoca che prova a suonare pezzi di musica tzigana rivisitati in chiave moderna, ma azzecca una nota su tre.
Un’ottima chiosa a questa giornata di true hungarian countryside.

 

Ci vorrebbe un po’ di Pol Pot

 

 

… no, non temete, non sono diventato realmente polpotiano. L’omaggio ai Fucktotum mi serve solo come pretesto per esporre le principali modifiche che vorrei effettuare nel mondo del calcio, per riportarlo al suo antico e nobile splendore, prima dell’Età Oscura (che come tutti sapete, inizia negli anni Novanta).
Quando avrò portato a compimento il mio golpe all’Uefa, queste saranno le nuove regole:

 

Art. 1 – Abolizione della Champions League e dell’Europa League. Ripristino di Coppa dei Campioni (riservata solo ai vincitori dei campionati nazionali), Coppa delle Coppe e Coppa Uefa. Tutte le partite delle suddette competizioni saranno giocate il mercoledì.

 

Art. 1 bis – Abolizione del Mondiale per Club. Ripristino della Coppa Intercontinentale riservata esclusivamente ai campioni di Europa e Sudamerica, con finale in gara unica da giocare a Tokyo.

 

Art. 2 – Abrogazione della Sentenza Bosman: ai club europei sarà consentito tesserare un numero massimo di 6 giocatori stranieri, senza distinzione tra comunitari ed extracomunitari. Per “straniero” sarà da intendersi qualsiasi giocatore non convocabile per la nazionale del campionato in cui milita.

 

Art. 3 – Istituzione di un Comitato di Salute Pubblica con il compito di stabilire un tetto massimo per le spese di trasferimento e gli stipendi di calciatori e allenatori.

 

Art. 3 bis – Abolizione delle provvigioni ai procuratori sui trasferimenti dei calciatori.

 

Art. 4 – Le piattaforme televisive non avranno voce in capitolo nell’organizzazione delle competizioni nazionali e internazionali. Il Comitato di Salute Pubblica vigilerà sulla corretta ripartizione dei diritti televisivi e dei relativi introiti.

 

Art. 5 – L’uso della tecnologia durante le partite sarà limitato ai sensori elettronici per la valutare se la palla ha oltrepassato la linea di porta. Sarà considerato in fuorigioco solo il giocatore con tutto il corpo oltre l’ultimo difensore. Le pene sportive per la simulazione saranno inasprite.

 

Art. 6 – per quanto riguarda il campionato italiano: ripristino della Serie A a 18 squadre e della serie B a 20. Abolizione della Lega Pro e ripristino dei campionati di serie C1 e C2. Abolizione di anticipi e posticipi: salvo casi eccezionali, tutte le partite saranno giocate la domenica.

 

Art. 7 – I giornali e i programmi televisivi sportivi verranno istruiti a trattare di calcio con toni pacati e nel rispetto della lealtà sportiva. Le polemiche arbitrali saranno fortemente disincentivate. Per i trasgressori, si veda art 12.

 

Art. 7 bis – Abolizione delle telecronache faziose. Le partite in televisione verranno commentate da cronisti competenti e super partes.

 

Art. 8 – Ogni squadra di club avrà una prima maglia e una seconda maglia, che sarà utilizzata solo in caso di evidente confusione con la maglia della squadra avversaria. Ogni variazione di colori e disegni da parte degli sponsor tecnici verrà sottoposta al giudizio del Comitato di Salute Pubblica, che tenderà a privilegiare la Tradizione.

 

Art. 8 bis – Salvo casi di evidente confusione con le maglie delle squadre in campo, arbitri e guardalinee indosseranno divise di colore nero.

 

Art. 9 – Ai calciatori sarà concesso scegliere un numero di maglia non superiore al numero dei giocatori presenti nella rosa; se ad esempio una squadra avrà 24 calciatori tesserati, i numeri andranno dall’1 al 24. Sarà inoltre proibito inserire soprannomi, nomi di battesimo o qualsiasi parola diversa dal cognome del calciatore. In caso di omonimie all’interno della stessa squadra, sarà concesso l’utilizzo dell’iniziale prima del cognome.

 

Art. 10 – Istituzione per i calciatori di una tassa speciale su tutte le acconciature che il Comitato di Salute Pubblica giudicherà indecorose.

 

Art. 11 – Tolleranza zero sulle violenze negli stadi: ai tifosi colpevoli di atti di teppismo e vandalismo verrà proibito l’ingresso allo stadio per un periodo di tempo variabile a seconda della gravità del gesto. I gruppi organizzati responsabili di ripetuti atti di violenza saranno sciolti in modo permanente. Tutte le sanzioni penali attualmente in vigore saranno inasprite.

 

Art. 12 – I vecchi stadi in disuso verranno convertiti in campi di rieducazione per i trasgressori. Il Comitato di Salute Pubblica provvederà a un programma basato sull’importanza della lealtà sportiva e il rispetto delle tradizioni. Particolare attenzione verrà rivolta a: dirigenti che hanno suggerito modifiche dei precedenti articoli a scopo di lucro; calciatori colpevoli di aver truccato le partite, fatto uso di doping o provocato risse in campo; giornalisti che hanno fomentato polemiche sugli arbitraggi; Enzo Gambaro.

 

RESTAURAZIONE! ORA!

 

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Notizie dal mondo #22

 

Buonasera,
questa è la Voce del Fato che, dopo una sosta paragonabile alla durata dei lavori per la linea 5 a Milano, vi dà il benvenuto per una nuova puntata di MuseoNewz, il webgiornale a proposito del quale Papa Francesco ha dichiarato: “sui gay non mi permetto di giudicare, ma questo è un ammasso de mierda”.
Passiamo alla rassegna principale.

 

L’EROE DEL GIORNO: si chiama Jason Martin, 41enne del Kent, in Inghilterra. A Jason, come a molti di noi, piace ascoltare musica a volume pieno, ma questo gli crea qualche attrito con il vicino di casa, il signor Henderson. Un giorno, il signor Henderson decide che la misura è colma, va a protestare da Jason e ne nasce una colluttazione, al termine della quale Jason viene denunciato per aver MORSO IL PENE del vicino “come se fosse un sandwich”. Al processo però si difende: “Impossibile, non metterei mai in bocca il pene di un’altra persona. E poi… NON HO I DENTI!”.
http://www.dailymail.co.uk/news/article-2354579/Man-bit-neighbours-penis-like-sandwich-daring-ask-turn-music-down.html
Osservando la sua faccia, io gli credo senza esitazioni.

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Quando il giudice gli ha chiesto come sono andate davvero le cose, ha risposto: “L’ho afferrato con la mano, non so se fosse il pene o i testicoli, oppure la GAMBA o il BRACCIO”.
Non so cos’avrei dato per essere in aula a seguire quel processo.

 

CRONACA: signori, cèccrisi, è risaputo. Non solo i nostri portafogli, ma anche le casse dei comuni sono semivuote, e da qualche parte il denaro per mandare avanti la baracca deve saltar fuori. Dalle multe, per esempio. E questi vigili urbani di Monza meriterebbero davvero un premio per la trollata dell’anno: notando una macchina parcheggiata subito prima di un posto riservato ai disabili, ci hanno DIPINTO le strisce gialle INTORNO, per poi rilasciare al malcapitato un bel suppostone da 84 euro. Questo, almeno, è ciò che sostiene lui nel video, ma mi piace pensare che sia andata effettivamente così, fa più ridere.
http://video.repubblica.it/edizione/milano/dipingono-strisce-disabile-intorno-ad-auto-multato/136168/134705
Più spregio di questo, c’è solo una volante della polizia che ti tampona e poi ti multa perchè giri con la vettura danneggiata.
(grazie a Epic per la notizia)

 

ESTERI: personalmente non credo nel destino, preferisco credere nel caso, o al limite nella sfiga. Poi però capita di leggere certe notizie che ti fanno sospettare che un qualche dio esista, e che alcune persone gli stiano particolarmente sui coglioni. È purtroppo il caso di una donna cinese a bordo di un volo della Asiana Airlines, schiantantosi in California durante l’atterraggio: sbalzata fuori dal velivolo e miracolosamente ancora in vita, è stata TIRATA SOTTO dal CAMION DEI POMPIERI accorso per spegnere l’incendio.
http://edition.cnn.com/2013/07/19/travel/asiana-airlines-crash/index.html?hpt=hp_c2
Come il film “Final Destination” ci insegna, il Tristo Mietitore detesta lasciare le cose a metà.

 

ESTERI: trombare è bello, su questo credo siamo d’accordo tutti. Trombare sopra/contro oggetti instabili o fragili può essere particolarmente eccitante, specie se la casa non è tua. Trombare appoggiati contro una vetrata realizzata con materiali scadenti al terzo piano di un palazzo può non essere un’idea geniale, come ha scoperto questa coppia cinese precipitata al suolo proprio nel bel mezzo di un’appassionante ciulata (o almeno, spero per loro che lo fosse!)
http://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/articoli/1103090/coppia-cinese-fa-sesso-contro-finestra-si-rompe-e-volano-dal-terzo-piano.shtml
Due riflessioni così a caso: 1. sì, arrivare alla fine sarebbe stato meglio, ma credo abbiano avuto comunque una delle morti migliori a cui possa aspirare un essere umano; 2. cinesi questi, cinese la tipa di prima; forse non dobbiamo ancora temere la sovrappopolazione. Ci pensa la Natura, come coi lemming.

 

ESTERI: a proposito di trombate: come i sardi ci hanno insegnato, quando la materia prima scarseggia uno si arrangia come può. Sarebbe però opportuno che il surrogato, se non proprio consenziente, fosse almeno in condizione di non nuocere. L’agricoltore Antony Downey Smith, invece, ha deciso di sfogare le proprie pulsioni su un MAIALE, animale che, nonostante l’aspetto pacioso, è meglio non far incazzare: ne è uscito con numerosi morsi al pene, che per giunta hanno causato un’infezione diffusa, e ora rischia l’amputazione.
http://www.quotidianopiemontese.it/quattrozampeedintorni/tag/antony-downey-smith/#.UflxL21Wr6M
Io l’ho sempre detto, il porno può salvare delle vite.
(grazie a Arndea per la notizia)

 

VIAGGI: chi di voi è proprietario di uno o più cani sicuramente sa quanto è difficile, al momento di andare in vacanza, trovare una struttura attrezzata per ospitare gli animali. Spesso si finisce per mollarli a qualche amico o parente, per tacere degli stronzi che li abbandonano lungo il tragitto. Ma la situazione sta per cambiare: nel ridente stato americano dell’Idaho è nato un bed&breakfast appositamente pensato per i cani e i loro padroni… al punto che l’edificio stesso è A FORMA DI CANE!
http://www.corriere.it/esteri/foto/07-2013/cane/hotel/corriere-sera_20463174-f8ee-11e2-a534-1599fd49895b.shtml#1
Notare la varietà degli arredi, scientificamente pensati per portare al collasso nervoso chiunque non ami i cani più dei propri figli. Quindi è deciso: l’estate prossima tutti in Idaho! Troverete solo patate e repubblicani, ma è un dettaglio.

 

SOCIETA’: uno dei tanti problemi che questo paese si trova ad affrontare, oltre ai politici corrotti, le infrastrutture fatiscenti e il nuovo album di Raffaella Carrà, è l’impressionante lentezza della giustizia, principalmente causata dal numero abnorme di denunce e processi che i magistrati devono gestire. D’altronde (suonerà un pregiudizio ma è la verità) una delle frasi preferite di noi italiani è “Ti denuncio per [inserire motivazione ridicola]”, almeno quanto “Lei non sa chi sono io” e “Metta tutto sul mio conto”. Uno di questi magistrati, Paola Bellone, ha raccolto le più belle capitate nella sua carriera in un libro, “Precari (fuori)legge”, che DEVO procurarmi perchè dev’essere qualcosa di sensazionale. Una sommaria descrizione del libro e del suo contenuto la trovate qui:
http://www.corriere.it/cronache/13_maggio_21/querela-nuora-agnolotti-denuncia_e78b9804-c1db-11e2-a4cd-35489c3421dc.shtml
Sapere che c’è gente che denuncia la propria suocera perchè cucina male gli agnolotti, querela un proprio impiegato perchè scrive che alla collega puzza il fiato, o versa lo stipendio alla dipendente con la causale «saldo prestazioni sessuali mese di…», mi porta a chiedermi come sia possibile che l’Italia esista ancora come nazione sovrana.

 

Anche per oggi è tutto. La Voce del Fato vi esprime solidarietà se avrete provato dolore al pene durante la lettura del webgiornale, si augura di ritrovarvi su queste pagine prima della prossima riforma elettorale, e vi dà appuntamento alla prossima puntata.

 

Make love, not Warcraft

 

Ebbene sì.
Dopo tanto tempo, ritorna l’esclusiva rubrica “Gli scleri dell’Antidio”. L’occasione stavolta è molto particolare, perchè prenderò le difese di qualcosa che non mi sta particolarmente a cuore, anzi, spesso mi ha lasciato perplesso in diverse sue forme: il genere letterario fantasy (o meglio, la sua trasposizione cinematografico-televisiva).
Oggetto del contendere, un articolo sull’ultimo numero di Sette, magazine settimanale del Corriere della Sera, all’interno delle pagine dedicate al palinsesto tv. L’autrice è tale Arnalda Canali, mai sentita nominare: Google cita un’Arnalda Canali che lavora a RaiDue, dove ha curato la regia della terza edizione di un talent show che non si è inculato nessuno; ma nell’impossibilità di capire se si tratti davvero di lei o di un’omonima, non approfondirò la cosa.
Purtroppo non ho trovato il link all’articolo, se non su una pagina di Facebook dove è stato ricopiato manualmente; ecco il testo integrale. Il titolo è: “Se il sesso rende credibile anche un dragone” (e già qui…)

 

“Iniziavano allora gli anni ’90, e, mentre il famoso fantasma finiva esausto di aggirarsi per l’Europa, un altro spettro si affacciava alle nostre porte, travestito da nuova invenzione. Il suo nome è Freescape, era ed è un motore 3d per giochi, e avrebbe presto ridotto in pappa il cervello non solo delle generazioni X, ma anche di quelle Y e Z. Era quella l’epoca del paziente zero dell’infezione dei videogiochi, virus potente a tal punto da riuscire infine ad annullare tutte le distinzioni generazionali in un unico modello davvero deprimente, il nerd. Allora divenne chiaro che la fantasia non avrebbe mai raggiunto il potere, come tanti avevano sperato, ma il fantasy sì, eccome. Uno dei primi titoli fu infatti Castle Master, un gioco in cui la principessa veniva imprigionata dal dragone cattivo, e il giocatore, che era il principe, doveva salvarla. Certo che vi ricorda qualcosa: l’infanzia. In men che non si dica, eccoli lì, tutti davanti al computer, cavalieri senza paura del ridicolo, pronti a trascorrere notti insonni pur di trovare la chiave, o l’anello, o… Già, perchè con lo sdoganamento della favoletta, ecco rilanciata tutta quanta questa novellistica di mondi di mezzo e compagnie varie, una volta lettura preferita soltanto di brufolosi secchioni, ma ora destinata a polverizzare le migliori menti e i record d’incassi del primo weekend. Il fenomeno ha generato purtroppo un’impressionante ricaduta televisiva, traboccante di infantilismi e testosterone, dove tutto si mescola per l’appunto in un magico calderone, dagli zombi artici de Il trono di spade ai libri esoterici del giovane Leonardo, basta che sia inverosimile, pieno di computer grafica e donne nude. Si sa, giocare a principi e principesse è sempre stata una buona opzione per rimediare il primo bacio alla scuola materna, e dunque il sesso è una componente importante di questo tipo di intrattenimento, così da renderlo appetibile anche a chi potrebbe pensare che sia cretino credere nei draghi, e renderlo inaccessibile a quello che sarebbe il pubblico naturale, i ragazzini delle medie. Fantastico, no? Lo so, c’è un po’ di risentimento in questa visione, ma è dovuta alla struggente nostalgia per quei bambini che invece correvano in cerchio giocando a indiani e cowboy: alcuni, i più fighi, impersonavano gli indiani e, a volte, riuscivano a cambiare la storia. Alla faccia di chi continua a credere che un mondo (e una tv) migliore sia possibile.”

 

Orbene, andiamo con ordine. Dopo un’introduzione abbastanza vaga e inconcludente, possiamo già cogliere degli indizi per delineare il profilo di chi scrive: l’uso di termini come “generazione X”, che  si usavano più o meno ai tempi di Reagan e della Perestroijka, mi fa intuire che questa Arnalda Canali non è più giovanissima, ha probabilmente superato i 50; il sospetto di trovarmi di fronte all’ennesimo caso di vecchio che prova a descrivere ad altri vecchi le cose che piacciono ai giovani si fa già forte, ma andiamo avanti. Fate caso al linguaggio usato per parlare di videogiochi: “infezione”, “virus”, “ridurre in pappa il cervello”, “deprimente”, parole che esprimono un profondo disprezzo, che va oltre la semplice critica verso una passione che non si condivide. Sembra che per l’autrice i videogiochi siano qualcosa di intrinsecamente sbagliato, negativo e deprecabile, destinato a ragazzi con dei problemi; ma vediamo come subito dopo viene ristretto l’obiettivo.

 

“Uno dei primi titoli fu infatti Castle Master, un gioco in cui la principessa veniva imprigionata dal dragone cattivo, e il giocatore, che era il principe, doveva salvarla. Certo che vi ricorda qualcosa: l’infanzia. In men che non si dica, eccoli lì, tutti davanti al computer, cavalieri senza paura del ridicolo, pronti a trascorrere notti insonni pur di trovare la chiave, o l’anello…”

 

Ora, non ho mai giocato a questo Castle Master. Senza dubbio il topos del protagonista che salva la fanciulla dal cattivo è vecchio come il mondo, inevitabile che reggesse la trama di molti videogiochi. Però, da persona cresciuta negli anni ’90, che ha passato ore su Super Mario Land e Diablo II (per non parlare dei Libro-game!), vedere che la variegatissima galassia dei giochi fantasy viene ridotta a “la principessa imprigionata dal dragone cattivo” mi sembra estremamente limitante, e mi fa pensare che chi scrive non sia granchè ferrata sull’argomento. E poi di nuovo disprezzo, quei “cavalieri del ridicolo” che passano le notti insonni a giocare; come se il fantasy nei videogiochi fosse sempre stato confinato a gente emarginata e fuori moda, ragazzini talmente assorti in un mondo virtuale da non avere una vita fuori dal pc. Chiaro che ci sono sempre state e ci sono ancora persone così (e non solo appassionati di fantasy); ma fare di tutta l’erba un fascio è il classico atteggiamento di chi parla senza aver capito un cazzo, esattamente come i vecchi di prima.
Ma aspettate, il meglio deve ancora venire. Sono sicuro che non vi è sfuggito il riferimento all’anello. E infatti…

 

“… con lo sdoganamento della favoletta, ecco rilanciata tutta quanta questa novellistica di mondi di mezzo e compagnie varie, una volta lettura preferita soltanto di brufolosi secchioni…”

 

No, calma. Che tu consideri il fantasy una bambinata penso sia chiaro a tutti; ma liquidare uno dei più importanti scrittori di lingua inglese del ‘900, che ha inventato da solo un intero universo di popoli, culture, mitologie e persino lingue con un realismo assoluto, e un’opera monumentale come “Il Signore degli Anelli”, a “una favoletta per secchioni brufolosi” è semplicemente INACCETTABILE. E badate bene che io non sono un fan di Tolkien e non mi piace il genere; ma non mi sognerei neppure di sminuire l’importanza storica e artistica che le sue opere hanno avuto per un intero genere letterario. Poi, non vivo su Marte: so bene che, prima del clamoroso successo della trilogia di Peter Jackson, Tolkien e il fantasy erano destinati a un pubblico di nicchia, lontano da mode e riflettori. Ma alimentare e cavalcare questi stereotipi snob, o parlare di “secchioni brufolosi” come farebbe il quarterback della squadra di football di un college-movie americano… ti senti così figa a demolire così un genere? O vuoi passare per intellettuale? A me invece ricordi mia nonna, un paio di Natali fa, quando i miei mi regalarono l’edizione rilegata di Watchmen (graphic novel pluri-premiata, per la cronaca) e lei commentò, quasi affranta: “Ma alla tua età ti regalano ancora i fumetti?”. Solo che mia nonna aveva 85 anni, non aveva mai sfogliato un fumetto in vita sua e soprattutto non scriveva sul settimanale del più importante quotidiano nazionale.

 

“Il fenomeno ha generato purtroppo un’impressionante ricaduta televisiva, traboccante di infantilismi e testosterone, dove tutto si mescola per l’appunto in un magico calderone, dagli zombi artici de Il trono di spade ai libri esoterici del giovane Leonardo, basta che sia inverosimile, pieno di computer grafica e donne nude.”

 

Ed ecco che si arriva al fulcro dell’articolo. Il vero pomo della discordia non è tanto il fantasy in sé, che è da sfigati e non vale la pena parlarne, quanto il fantasy “erotico” che va di moda oggi (il riferimento esplicito è a Game Of Thrones). Non è certo la prima volta che la serie televisiva tratta dalle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco viene aspramente attaccata per le scene di sesso e violenza; chi mastica un po’ di telefilm sa che la HBO fa della crudezza un po’ pulp il proprio marchio di fabbrica. Poi però la critica si divide tra chi sa guardare oltre gli aspetti più vistosi, e non manca di riconoscere la complessità della trama e dei personaggi (mi venisse un colpo, persino Aldo Grasso l’ha elogiata!), e chi si ferma alle tette di Daenerys Targaryen e urla “vergogna, solo porno e sangue!”. Non mi sfiora neppure il pensiero che l’autrice possa aver letto anche a grandi linee la trama dei libri di G. R. R. Martin. D’altronde, descrivere GoT come “traboccante di infantilismi e testosterone” è come dire che “2001 Odissea Nello Spazio” trabocca di scimmie e scene di silenzio.
Ma attenti, arriviamo al top:

 

“Il sesso è una componente importante di questo tipo di intrattenimento, così da renderlo appetibile anche a chi potrebbe pensare che sia cretino credere nei draghi, e renderlo inaccessibile a quello che sarebbe il pubblico naturale, i ragazzini delle medie.”

 

Praticamente stai dicendo che un adulto normale di norma schiferebbe un prodotto infantile come il fantasy, ma lo guarda perchè i personaggi scopano. Di cosa stai cercando di convincermi, Arnalda Canali? Che un adulto non può leggere un romanzo con elementi magici e soprannaturali senza pensare che esistano davvero? Che ogni opera di narrativa fantastica è da ragazzini delle medie? Allora buttiamo nel cesso tutta la letteratura fantascientifica, da Verne a Asimov, dalla Guerra dei Mondi a Neuromante: come può un adulto credere seriamente negli alieni che invadono la Terra, o nei robot intelligenti? Buttiamo nel cesso anche tutta la letteratura horror, il romanzo gotico, Edgar Allan Poe, Lovecraft, Bram Stoker: dai, siamo troppo cresciuti per non metterci a ridere al pensiero di un vampiro che succhia il sangue delle persone. Ma che dico, buttiamo nel cesso TUTTA l’epica e la mitologia! Odisseo prigioniero di un gigante con un occhio solo, Astolfo che va sulla Luna in groppa a un cavallo alato, è ridicolo! É roba da bambini, come Harry Potter o Le Cronache di Narnia! Potrei andare avanti per ore, mi fermo qui perchè non voglio rischiare di vomitare il pranzo.

 

Insomma, la sostanza del discorso è che viviamo in un mondo degenerato, in cui gli adulti guardano e leggono cose da bambini, e i bambini si rincoglioniscono coi videogiochi invece di “correre in cerchio giocando a indiani e cowboy”. Là dove c’era l’erba ora c’è una città.
Lo so, Arnalda, è difficile: gli anni ’60 sono finiti, la gente non balla più il twist, i ragazzi passano il tempo con strani aggeggi futuristici di cui tu non sai nulla (ma di cui ti ostini a parlare) e soprattutto a nessuno viene in mente di chiamare la propria figlia con un nome ridicolo come il tuo. Ma ti do una dritta. Una tv migliore è possibile, se togliamo di mezzo i reality show, le tamarrate di Italia Uno, i talk-show tipo Porta a Porta, i giornalisti che intervistano i parenti dei morti e tante altre cose che, ti assicuro, sono molto più infantili e prive di contenuti di un telefilm fantasy. Anche un giornalismo migliore è possibile, se evitiamo questi agglomerati di luoghi comuni, spocchia e ignoranza, e facciamo parlare di determinati argomenti le persone che hanno i mezzi culturali per capirci qualcosa. Perchè è vero che siamo in democrazia e ognuno può esprimere la propria opinione e bla bla bla; ma una vecchia che è rimasta con la testa a Carosello e Giamburrasca, quando si mette in testa di parlare di videogiochi e fantasy ha la stessa competenza e autorevolezza di un giardiniere sullo Space Shuttle.

 

 

Nota a margine: nella stessa pagina del magazine, c’è una breve descrizione delle “7 serie hot fantasy” (sic!), con tanto di canale e orari di programmazione. Oltre a Game Of Thrones, cita Spartacus, I Borgia e Rome. Ora, a meno che Alessandro VI sia un elfo, e Spartacus combatta i legionari romani con l’Ammazzadraghi di Berserk, direi che c’è un po’ di confusione. No, perchè “storico” e “fantasy” NON sono sinonimi, né possono essere equiparati solo perchè si vedono delle tette. Teste di cazzo.

 

Dieci anni di troppo

L’altra sera ero seduto nella mia stanza, un bicchiere dell’idromele di Folk in mano e la musica di un misconosciuto gruppo prog-fusion danese al computer. In questo contesto di pace dei sensi, ho iniziato a pensare a quale sarebbe stato l’anno ideale in cui nascere (ovviamente in tempi relativamente recenti, i fanatici del Medioevo che vorrebbero vivere nel 1100 per potersi vestire come dame e cavalieri non mi sono mai andati a genio). Dopo una lunga riflessione, la scelta è caduta sul 1978, dieci anni esatti prima della mia nascita reale.

1978. Tanto per cominciare, il contesto politico-economico. Sarei nato troppo tardi per avvertire il clima di pessimismo, rabbia e paura degli Anni di Piombo, della strategia della tensione, delle Brigate e delle bombe, ma nel momento giusto per beneficiare della ripresa dell’economia dopo la recessione degli anni Settanta. Sì è vero, gli anni Ottanta sono stati il decennio della moda, della speculazione selvaggia, dell’arrivismo sociale, delle morti misteriose, dei governi che cambiavano ogni anno ma con dentro le stesse facce di merda democristiane e socialiste. Ma sono stati anche anni di benessere, di creatività, senza rivolte di piazza, senza timori di guerre mondiali, con un vento di libertà che soffiava su un po’ ovunque, dall’Argentina alla Polonia. Poi, come cantava De Andrè in “La Domenica delle Salme”, ci avrebbero spiegato che era tutta una presa per il culo, che la politica non era marcia ma direttamente putrefatta, e l’illusione del progresso poggiava sulle sabbie mobili. Ma questo lo avrei scoperto comunque col tempo, e intanto avrei avuto qualche anno di pia illusione.
Perchè sarei stato un bambino, e per un bambino crescere negli anni Ottanta era il Paradiso. Non avrei avuto il computer o la Playstation, d’accordo, ma ci sarebbe stato il MegaDrive, il Lego, i Librogame, Topolino ancora di qualità, le figurine dei Calciatori idem. Avrei trovato il Subbuteo nei negozi e non su Ebay, e a 10-12 mila lire, non a 70 euro come certi pezzi rari. Nella realtà, la mia infanzia ha subìto il fascino fortissimo di tutta una serie di giochi, prodotti e attività che erano già “fuori tempo massimo” per la mia generazione; nascere dieci anni prima avrebbe voluto dire anche gustarli nel momento di gloria, o almeno nelle ultime scintille. E poi i cartoni animati! Non dico che non mi piacessero quelli di quando ero piccolo, ma siamo seri, i cartoni degli anni Ottanta erano I cartoni, quelli che hanno fatto la storia, che sono entrati nel mito. Chi, anche senza aver visto una sola puntata, non ha mai sentito nominare Mazinga, L’Uomo Tigre, Daitarn, He-Man? Così come quei telefilm o show televisivi che allora erano piatti forti del palinsesto tv, e oggi trovano spazio solo nelle fasce “revival per sfigati nostalgici” (in genere il sabato mattina su Italia Uno).
Al cinema avrei potuto vedere film culto (personale ma non solo) come Ritorno al Futuro o la saga di Indiana Jones, e più tardi Jurassic Park, Pulp Fiction, gli ultimi grandi classici della Disney.
Dal punto di vista dello sport, qui la lista sarebbe davvero infinita. Tanto per cominciare, sarei stato troppo piccolo per patire i drammi del Milan in B, ma grande abbastanza per godermi pienamente tutto il ciclo leggendario di Sacchi e Capello; e mi sarei goduto anche l’ultimo “bel” calcio della storia, prima che i soldi e le televisioni distruggessero tutto per sempre; i Mondiali del 1990 e del 1994, visti in diretta e non su internet e vecchi ritagli di giornali; la Formula 1 di Senna e Prost, il basket dell’Olimpia d’oro di D’Antoni e coach Dan, la NBA di Bird, Magic Johnson, Jordan e del Dreamteam di Barcellona 1992, il tennis di Sampras e Agassi all’apice.
A livello musicale, avrei scoperto (o qualcuno mi avrebbe fatto conoscere) le grandi band che amo nel loro momento d’oro, o comunque quando erano ancora in attività. Avrebbe significato – almeno a livello teorico – poter vedere dal vivo i Pink Floyd, i Dire Straits, gli Iron Maiden di “Fear Of The Dark”, i Guns ‘n Roses di “Use Your Illusion”, i Gamma Ray di “Land Of The Free”, i Metallica del Black Album, Elio E le Storie Tese a inizio carriera, De Andrè ancora in vita. Avrei acceso la radio o la tv e avrei sentito il glam rock, la new wave, l’esplosione del grunge; generi che magari oggi non mi fanno impazzire, ma restano esponenzialmente meglio dell’hip hop e del dance pop tutto uguale che va di moda oggi.

Ma non è solo una questione di passioni d’infanzia e gusti personali. Se fossi davvero nato nel 1978, avrei frequentato il liceo a metà anni ’90: non posso ovviamente avere certezze, ma mio fratello ha studiato più o meno in quegli anni, e considerati i cerebrolesi che mi sono trovato io a scuola, paragonati ai compagni tutto sommato normali che ha avuto lui, avrebbe significato passare un’adolescenza decisamente più gradevole. Mi sarei iscritto all’università nel 1997: ragionando nell’ambito di Psicologia, un sensatissimo corso di 5 anni, invece che quella troiata del 3+2, con l’opportunità di studiare su un manuale dei disturbi mentali uscito da poco, e aggiornato proprio durante il mio percorso di studi (invece del DSM-IV-TR che è vecchio ormai di 13 anni, e la nuova versione probabilmente renderà obsolete le mie conoscenze). Sarei entrato nel mondo del lavoro in un momento di minore concorrenza rispetto a oggi, con la crisi economica ancora di là da venire, senza dover scegliere per forza tra stage sottopagati o lavoretti in nero. Con un po’ di fortuna, oggi mi ritroverei all’alba dei 35 anni con una professione già avviata, una casa mia, magari una famiglia, di sicuro una cantina piena di ricordi meravigliosi della mia infanzia. E di fronte a uno scenario simile, andare avanti a schede telefoniche fino a 18 anni, non avere internet prima dell’università e ascoltare i miei album preferiti con un walkman e cassettine copiate è davvero un prezzo esiguo da pagare.

Tra l’altro, avrei votato contro Berlusconi quattro volte e non due.

Invece vado per i 25, non ho un lavoro fisso, il calcio di oggi è una merda e al cinema si vedono quasi solo commediole romantiche copy&paste e film horror girati in macellerie messicane. Non ci sono neanche i volopattini, le auto volanti e le scarpe con le strighe che si auto-allacciano.
Datemi una DeLorean, cazzo. Mi accontento anche di questa.

L’ultima volta…

 

L’ULTIMA VOLTA CHE LA JUVENTUS HA VINTO LA CHAMPIONS LEAGUE…

 

 

– Partecipava solo una squadra per paese, quella che aveva vinto il proprio campionato l’anno precedente. Le coppe europee erano tre: c’era ancora la Coppa delle Coppe. La finale di Coppa Uefa si giocava ancora tra andata e ritorno.

 

– si poteva vedere in televisione solo una partita di campionato ogni settimana, il posticipo della domenica.

 

– La7 si chiamava ancora Telemontecarlo. Non esisteva una versione italiana di Mtv.

 

– Presidente del Consiglio era Prodi, appena eletto. Il suo predecessore era Dini. Gli schieramenti principali si chiamavano Ulivo e Polo delle Libertà: sigle come “DS” e “UDEUR” non esistevano in politica.

 

– Windows 95 era il software più diffuso. Internet era ancora una novità: le pagine con Internet Explorer si vedevano così.

 

– (ovviamente l’immagine è solo dimostrativa: Wikipedia, così come Youtube e Facebook, non esisteva ancora)

 

– erano ancora in vita Frank Sinatra, Gianni Versace, Lady Diana, Madre Teresa di Calcutta. Calciatori oggi famosi come El Shaarawy, Neymar e Gotze andavano all’asilo.

 

– atleti come Michael Jordan, Roberto Baggio e Pete Sampras erano nel pieno delle loro carriere agonistiche. Michael Schumacher era alla sua prima stagione in Ferrari. Valentino Rossi esordiva nel Motomondiale (classe 125) e non aveva ancora vinto un Gran Premio.

 

– Osama Bin Laden aveva fondato Al Qaeda da pochi anni, e non aveva ancora organizzato veri e propri attentati.

 

– sulla cartina geografica si potevano ancora leggere i nomi di Jugoslavia e Zaire. Hong Kong era ancora una colonia britannica.

 

– “Certe notti” e “La terra dei cachi” erano le canzoni del momento. I Metallica erano ancora fermi al Black Album. I System Of A Down non avevano ancora firmato un contratto discografico.

 

– Film come Titanic, Armageddon o Tre uomini e una gamba dovevano ancora essere girati. La trilogia di Guerre Stellari era una sola, quella classica.

 

– nessun libro della saga di Harry Potter, nè delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, era ancora stato pubblicato.

 

– nelle edicole italiane, non esisteva Libero.

 

– a Milano non esisteva l’università della Bicocca.

 

– parlare di clonazione era fantascienza: la pecora Dolly non era ancora stata clonata.

 

– chiunque vi avrebbe guardato perplesso, se aveste usato espressioni come “smartphone”, “chiavetta usb”, “ADSL”, “blog”, “chattare”, “lettore mp3”, “reality show”.

 

 

(sì, l’originale – che trovate qui – era sull’Inter… ma in nome dello sfottò, si chiude un occhio)